Turchia, il dramma delle donne rifugiate siriane

Le donne costituiscono quasi la metà dei siriani che si trovano sotto protezione temporanea in Turchia. Ma oltre alle difficoltà derivanti dalla propria condizione di profughe si trovano spesso a fare i conti con violenze sessuali e una realtà patriarcale

04/09/2018 -  Fazıla Mat

Negli ultimi 7 anni la Turchia è diventata terra d’asilo per oltre 3,5 milioni di siriani. La metà circa di questo numero è rappresentato da donne, di cui 800mila al di sotto dei 18 anni. Un gruppo che oltre alla condizione di profugo deve anche fare i conti con un contesto dominato da una forte mentalità patriarcale. E dove l’uguaglianza di genere - sebbene garantita da leggi nazionali e da convenzioni internazionali - non va mai data per scontata. Resta infatti estremamente diffusa l’idea - sostenuta dallo stesso esecutivo turco - che le donne e le ragazze debbano conformarsi alle norme tradizionali di genere diventando innanzitutto brave mogli e madri, mentre l’istruzione assume un’importanza secondaria.

Gli aiuti non bastano

È quindi abbastanza facile comprendere perché - come viene riportato in un recentissimo rapporto della UN Women - le donne siriane in Turchia affermino di riscontrare gli ostacoli maggiori nel trovare una casa e un lavoro oltre che nel comunicare in turco. Lo studio riporta inoltre che le stesse, pur rischiando di essere maltrattate o discriminate nella vita quotidiana, dimostrano di non sapere dove rivolgersi per chiedere assistenza (nel 73% dei casi). Non sanno dove cercare aiuto per i figli (nel 74% dei casi) nonostante l’11% dei bambini abbia già avuto un incidente, e nemmeno dove trovare consulenza legale gratuita (68%) o supporto psico-sociale (57%).  

La UN Women, organizzazione dell’ONU dedicata all’uguaglianza di genere, è uno dei beneficiari dei fondi ( denominati “Strumento per i rifugiati”) di 3 miliardi di euro elargiti dall’UE nell’ambito della Dichiarazione UE-Turchia sui rifugiati siglata nel marzo 2016. Lo scorso luglio, la Commissione europea, ha deciso di “garantire la continuazione del valido operato dello strumento” prevedendo di finanziare con altri 3 miliardi di euro nuovi progetti rivolti ai siriani sotto la protezione temporanea dello stato turco affinché continuino a restare in Turchia.

Ma a quasi due anni e mezzo dalla Dichiarazione e nonostante gli esiti positivi ottenuti nel campo dell’assistenza medica, dei corsi di lingua, di una maggiore integrazione dei bambini nelle scuole, osservatori e attivisti sul campo sottolineano il permanere di diversi problemi riguardanti la condizione dei richiedenti asilo siriani - e non solo. Mentre le donne e le bambine che più di tutti sono interessate da alcuni di questi problemi non sembrano essere affatto centrali nelle valutazioni della Commissione europea.

“Degli oltre 3 milioni di siriani che vivono oggi in Turchia solo 235mila alloggiano nei campi profughi. Gli altri sono sparsi per le città e cercano di cavarsela da soli. Sono sottoposti a ogni sorta di discriminazione e violenza. Lo status di ‘protezione temporanea’ che gli è stato assegnato non li protegge più di tanto”, scrive la giornalista e attivista Nurcan Baysal.

Un esempio a riguardo, riguarda il campo per profughi Telhamut, che si trova a Urfa Ceylanpınar. All’inizio di agosto, l’Ordine degli avvocati di Diyarbakır assieme ad altre organizzazioni della società civile ha cercato invano di entrare nel campo per verificare una denuncia secondo la quale le abitanti del campo sarebbero costrette a prostituirsi in cambio di generi alimentari. L’Ordine, chiedendo alla procura di avviare un’indagine, ha affermato che la denuncia rappresenterebbe una gravissima violazione dei diritti. L’indagine - avviata - è stata tuttavia posta sotto segreto istruttorio e il campo resta tuttora accessibile solo alle ONG vicine al governo.

Un’altra vicenda di violenza sessuale, questa volta riguardante delle minorenni siriane, è stata recentemente riportata dal quotidiano online Oda TV. Ne è emerso che nel 2017 l’ospedale Bağcılar di Istanbul ha ricoverato - senza però comunicarlo alle autorità competenti - 392 bambine incinte e per la maggior parte siriane. La procura ha avviato un’indagine in cui sono coinvolti 59 medici, ma il caso non risulta isolato.

Spose bambine

I quotidiani turchi riportano ogni giorno notizie di minorenni costrette al matrimonio. Come la sedicenne siriana D.H. che, per essersi ribellata a nozze forzate, è stata buttata dal balcone al terzo piano di un palazzo dal fratello. O la quattordicenne Y.Ç. che il giorno del matrimonio è riuscita a telefonare alla polizia e farsi liberare.

Così come per le “spose bambine” turche, anche per quelle siriane il primo movente delle famiglia è di tipo economico. Si aggiungono poi considerazioni legate alla preservazione dell’onore della famiglia e intente a proteggere le giovani da violenze sessuali. “Se mio padre fosse vivo non avrebbe mai dato il suo permesso”, è l’amaro commento di una giovane sposa siriana la cui madre non sembra aver potuto resistere alla pressione dei pretendenti. Lo riporta la rivista National Geographic, che di recente ha dedicato un servizio al tema, ricordando che prima della guerra il numero delle minorenni siriane sposate era decisamente inferiore, mentre ora c’è  “un’epidemia di matrimoni di bambine”.


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