Un'immagine tratta da "Noi e gli Orsi” di Simone Torrini

Al via giovedì la 63ma edizione del Trento Film Festival, con la montagna e la natura per protagonista. Una rassegna in chiave balcanica e caucasica

28/04/2015 -  Nicola Falcinella

Le vergini giurate e le regole del Kanun in Albania, i pastori armeni, le donne oggetto in Kurdistan. Ma anche gli orsi in Slovenia o i trentini che negli anni ’30 stabilirono una comunità a Rodi e furono travolti dalla guerra. Sono alcuni dei temi dei film proposti, in chiave balcanica e caucasica, dal 63° Trento Film Festival in programma da giovedì fino al 10 maggio (informazioni e programma www.trentofestival.it), con 115 titoli complessivi suddivisi in nove sezioni.

Nel concorso internazionale per la Genziana d’oro ci sono tre documentari. “The Shepherd's Song” dell’armeno Vahram Mkhitaryan è una produzione polacca che segue il pastore cieco Kachick, convinto che la sua cecità sia dovuta a una maledizione destinata a gravare sulla sua famiglia per quattro generazioni. Di giorno guida le sue pecore attraverso i pendii scoscesi dell'Armenia, la sera, rientrando a casa, ritrova la moglie e il figlio. È pieno di paure quando quest’ultimo decide di lasciare le montagne per andare a studiare a Erevan, ma non si farà spaventare dalle difficoltà e si metterà in viaggio per andarlo a trovare.

Batte bandiera belga il cortometraggio “Houses with Small Windows” del turco Bülent Öztürk. Un caso di adulterio in una piccola comunità nel Kurdistan turco innesca uno spietato meccanismo di punizione e compensazione tra le due famiglie coinvolte: a pagare sono sempre le donne, trattate come oggetti da scambiare. Öztürk ricostruisce, con poche parole, un episodio dell’infanzia della propria madre e compone un ritratto in cui la bellezza del paesaggio stride con la crudeltà delle tradizioni.

Nel tedesco “Hakie-Haki. Living as a Man”, Anabela Angelovska segue Hakie che, a causa di una misteriosa profezia pronunciata da un maestro sufi poco prima della sua nascita, è diventata Burrnesha, una vergine giurata: ha promesso di rimanere vergine e condurre una vita alla pari degli uomini. Così, a 72 anni, Hakie conduce una vita completamente autonoma in una piccola fattoria: ha ereditato la casa dei suoi genitori, svolge i mestieri di casa e coltiva la terra. Lo stesso argomento è al centro del recentissimo “Vergine giurata” di Laura Bispuri con Alba Rohrwacher.

Sulle tradizioni albanesi ritorna anche lo spagnolo “Prisioneros del Kanun” di Roser Corella inserito nella sezione Terre alte. Un’indagine sul Kanun, il codice di leggi tradizionali che dal XV secolo regola la vita sociale in alcune regioni dell’Albania. La possibilità di compiere vendette di sangue a distanza di generazioni e gradi di parentela, paralizza intere famiglie nel terrore di una vendetta e sono frequenti gli interventi di mediatori che cercano di riportare la pace.

La presenza di plantigradi in Slovenia è approfondita in “Noi e gli orsi” di Simone Torrini, inserito in Natura Doc. Il paese con la più alta concentrazione di orsi in Europa, con la popolazione che vive da secoli tra incontri, conflitti, aggressioni, intolleranze e convivenze. Lo raccontano le voci delle persone che quotidianamente si trovano in relazione con uno degli animali più affascinanti del bosco.

La sezione Orizzonti vicini, comprendente produzioni trentine e altoatesine, presenta “Il sogno breve di Campochiaro” di Renzo Maria Grosselli e Agrippino Russo. La ricostruzione di un episodio dimenticato della storia del secolo passato. Un pugno di boscaioli e segantini della Valle di Fiemme partì con le famiglie nel 1935 per raggiungere Rodi, possedimento italiano dal 1912. Nell’area dell’Egeo il governatore Mario Lago intendeva creare una vetrina dell'impero e fece arrivare i trentini per conservare e sviluppare le foreste locali, realizzando per loro uno splendido villaggio a Campochiaro. Ma la guerra era alle porte.

Tra le Anteprime, lungometraggi di fiction tra i quali spiccano l’incisivo dramma familiare svedese “Forza maggiore” di Ruben Ostlund (nelle sale dal 7 maggio) e l’azione del cinese “The Taking of Tiger Mountain” di Tsui Hark, c’è il turco “Come to my Voice” di Huseyin Karabey. Un’anziana donna e la nipote cercano di liberare il padre della piccola, arrestato dall’esercito turco con l’accusa di essere un guerrigliero curdo.

Infine in “Eurorama”, la panoramica sui documentari etnografici premiati nei maggiori festival specializzati, ci sono il croato “May Festival” di Davor Bori, il serbo “Sheperd Service” di Zorica Petrović e i romeni “The Hill” di Anca Paunescu e “Waiting for August” di Teodora Ana Mihai. Quest’ultimo, di produzione belga, racconta di una quindicenne di Bacau che vive con sei fratelli mentre la madre lavora in Italia, è già passato all’ultimo Torino Film Festival.


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