Foto E. Gjatolli

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A meno di un anno dalla prematura scomparsa, l’Albania celebra Alessandro Leogrande. Il Comune di Tirana gli dedica una via nel Parco Grande e il suo editore albanese ricorda l’opera da lui pubblicata. Qui lo ricordiamo attraverso una conversazione avuta con l’amico Nicola Lagioia

20/09/2018 -  Erion Gjatolli Tirana

È una giornata strana, bella quanto difficile, quella che Tirana ha voluto dedicare al ricordo di Alessandro Leogrande, giornalista e scrittore pugliese, che con la curiosità e l’impegno dell’intellettuale ha toccato anche le coste albanesi e le vite di molte persone di qui, che ha incontrato e poi raccontato nei suoi libri. Una giornata che inizia con l’inaugurazione della strada che il comune gli ha intitolato all’interno del frequentatissimo Parku i Liqenit, un riconoscimento al suo impegno verso chi non è in grado di difendersi, chi non ha mai avuto o non ha più voce: i migranti, gli stranieri, gli ultimi.

“Ci ha fatto un grande dono, la nostra storia. L’ha dovuta raccontare lui,” dice la sua editrice, Arlinda Dudaj, che in albanese ha da subito fatto tradurre Il Naufragio (2011), romanzo-inchiesta che ricostruisce la giornata del 28 marzo 1997, quando nel Canale d’Otranto è affondata la motovedetta albanese Katër i Radës con 120 persone a bordo – sono poi usciti in albanese anche la serie di reportage Adriatico (2012) e La frontiera (2017), l’ultimo indimenticabile lavoro sulle ondate migratorie nel Mediterraneo.

A Tirana, l'8 settembre, giorno dell’inaugurazione, si sono incontrati alcuni dei suoi più cari amici e colleghi: il mentore e storico collaboratore alla rivista “Lo Straniero” Goffredo Fofi, gli amici scrittori Nicola Lagioia e Ylljet Aliçka, i collaboratori della Regione Puglia, Loredana Capone e Luigi De Luca, che gli avevano affidato il Piano Strategico Regionale della Cultura.

Lo hanno ricordato insieme, ognuno a modo suo, ma con la condivisa consapevolezza di avere dovuto dire addio troppo presto a un intellettuale unico nel panorama culturale italiano, unico per come ha saputo raccontare le contraddizioni del presente, senza mezzi termini e senza la retorica nella quale rischiamo di arenarci noi che proviamo a parlarne: perché anche quando diretta e spietata, la prosa di Leogrande non risulta mai ricattatoria.

Durante l’incontro, i ricordi degli intervenuti sono stati inframezzati da alcuni brani de “Il Naufragio” letti dagli attori della compagnia Cantieri Teatrali Koreja, che in questi giorni hanno riproposto nelle principali città albanesi lo spettacolo teatrale “Katër i Radës”, un lavoro di trasposizione artistica cui lo stesso Leogrande aveva lavorato con passione negli ultimi anni.

Pensiero e azione

“Il pensiero senza azione è una vana illusione, l'azione senza il pensiero uno sforzo vano”, ha affermato Goffredo Fofi riassumendo in una citazione il modo lavorare e di vivere di Alessandro e accostandolo a maestri come Kapuściński e a tutti quei giornalisti-scrittori che con i libri “riescono a entrare nel vivo delle situazioni e delle verità, ma sono anche scritti in maniera eccezionale”. “Alessandro – ha proseguito Fofi, che con Leogrande ha condiviso per vent’anni ‘il piccolissimo ufficio’ della direzione de ‘Lo Straniero’ – ha scritto alcune delle pagine più belle della letteratura italiana almeno degli ultimi dieci anni in Italia. Ho imparato da lui più di quanto non ho potuto insegnargli”.

Anche secondo Nicola Lagioia, proprio sulle orme di Kapuściński, Alessandro non scriveva “per sentito dire”, ma andava “sul campo”, per incontrare le persone, procurandosi e consultando fonti e atti. “Faceva tutto questo forte di una preparazione teorica mostruosa, ma evitava che questa si trasformasse in pregiudizio, e l'indagine pratica gli serviva sia per scoprire cose che altrimenti non avrebbe raccontato mai nessuno, sia per essere pronto, quando necessario, a rivedere le sue posizioni”.

Con Alessandro, Nicola ha in comune la scuola di Goffredo Fofi – “l’unica seria che abbia mai frequentato”, sottolinea – le luci e le ombre delle origini pugliesi, le contraddizioni, le piaghe, i caporali e palazzinari di una terra che hanno saputo raccontare come pochi altri. Proprio con Lagioia ho potuto intrattenermi, per approfondire la figura di Leogrande.

Lagioia: “La nave Vlora ha ribaltato il nostro mondo, ha aperto le porte del XXI secolo”

C’è un evento, una data spartiacque, che ha segnato la vita di chi condivide il tratto di mare tra Albania e l’Italia e sancito, anche nel Mediterraneo, la fine del secolo breve. È l’8 agosto 1991, è l’attracco della nave Vlora nel porto di Bari. Un vascello reso biblico da ventimila corpi ammassati e abbarbicati a bordo, carne umana che colora e smussa le linee e i contorni di quel rudere arrugginito. “Con quella immagine - ricorda Lagioia - per i ragazzi come me e Alessandro, il mondo diviso in due blocchi era finito, si è aperto il XXI secolo, la nostra idea di mondo è stata ribaltata”.

“Con netto anticipo rispetto ad altri intellettuali – continua Lagioia – Alessandro ha cominciato ad esplorare quelli che oggi consideriamo i temi forti della nostra epoca: le migrazioni, il lavoro, l’ecologia, i nuovi sfruttamenti, la politica ridotta a personalismo e a pratiche da basso impero, le nuove povertà e i nuovi populismi, il crollo del ceto medio.

Non dimentichiamo che la città natale di Leogrande era Taranto, la cui vicenda è emblematica di un contesto in cui si è costretti a scegliere tra lavoro e salute. L'Ilva è una fabbrica che ancora oggi inquina e fa ammalare di cancro tantissime persone. Le percentuali di ammalati sono paurosamente più alte rispetto a ciò che accade nel resto d'Europa. Lo stesso padre di Leogrande è morto così. I bambini che crescono nel quartiere Tamburi sviluppano dei deficit d'apprendimento percentualmente più alti rispetto ai coetanei che hanno la fortuna di crescere in altre zone.

In questi giorni i giornali italiani sono pieni di articoli sull'Ilva, dal momento che il salvataggio della fabbrica (il più grande complesso siderurgico dell'Europa occidentale) ancora una volta non sembra andare di pari passo con le opere di bonifica. Ecco, su questi dilemmi Leogrande aveva avviato riflessioni importanti già molto tempo fa – conclude Lagioia –, perché sin dai tempi della nave Vlora lui aveva compreso che cominciava un nuovo mondo”.

Ricordare Alessandro

Ricordavo di aver sentito dire a Lagioia che l’impegno, l’intelligenza e la professionalità di Leogrande costringevano le persone che lo conoscevano a fare i conti con lui ogni volta che affrontavano argomenti di cui lui era esperto, ansiosi di sapere se avrebbe approvato quello che dicevano o scrivevano. Nelle ore in cui anche noi albanesi lo ricordavamo a Tirana ho continuato a chiedermi cosa avrebbe pensato Alessandro di tutti noi che, commossi, ci siamo dati appuntamento per dedicargli una via, per parlare di lui e celebrarlo.

“Alessandro si sarebbe commosso a propria volta – mi ha risposto senza indugi Lagioia –, gli sarebbero brillati dentro molti sentimenti positivi ed anche un pizzico di vanità, perché era umano pure lui, che diamine. Sarebbe stato commosso e felice di essere riconosciuto come un fratello da chi lui ha sempre considerato tali, ma me lo immagino anche parecchio indispettito, per il fatto di essersene dovuto andare via così presto”.

Nuovi muri

La memoria e la biografia sia di Leogrande che di Lagioia affondano le radici nel lontano 1991, in un’idea di Europa che finalmente abbatte i propri muri. Ma questo racconto incontra oggi un’Europa che ne erige di nuovi, una mentalità diffusa in cui il confine sembra avere perso il suo significato etimologico di “luogo dove andiamo a finire insieme”, in cui la frontiera che dà il titolo all’ultimo libro di Leogrande non significa più “avere di fronte qualcuno”. Insomma trent’anni dopo la nave Vlora, l’Europa e il Mediterraneo tornano a essere luogo di separazione.

“È così – prosegue Lagioia - e dobbiamo capire che indignarsi non serve a niente, anzi, è un alibi se poi non ci si mette in gioco. Se non ti piace il contesto in cui vivi (ed è molto dura di questi tempi farselo piacere) dovresti ricordarti subito dopo che in quel contesto ci sei anche tu, sei parte in causa, non un semplice osservatore, e se non provi a portare una soluzione (non una ricetta teorica, ma la tua capacità di fare le cose, la tua generosità, il tuo tempo, il tuo coraggio) allora fai anche tu parte del problema. Basterebbe farsi ogni mattina un discorsetto del genere guardandosi allo specchio per avere più speranze di partire con il piede giusto. Quanto ci accade intorno – ha concluso Lagioia – ci costringe a ritornare al pensiero e al metodo di Alessandro, a ricordarlo e a farlo conoscere. Lasciarsi ispirare dal suo esempio è il modo migliore di tenerlo con noi, nel presente”.


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