Da quando i vertici dello stato hanno dichiarato di voler combattere la criminalità organizzata, in Serbia sono stati commessi 37 omicidi a sfondo mafioso e il numero di morti è in costante aumento

09/08/2018 -  Stevan Dojčinović Belgrado

(Originariamente pubblicato dal portale investigativo Krik , il 2 agosto 2018)

Da quando, sul finire del 2016, lo stato ha dichiarato guerra alla mafia, gli scontri tra gruppi criminali sono diventati sempre più frequenti e brutali, comportando anche la morte di persone innocenti. La guerra alla mafia è stata dichiarata a seguito dell’omicidio di Aleksandar Stanković, soprannominato Sale Mutavi, leader di un gruppo criminale che – come è emerso dopo la sua morte – ha stretti legami con il potere politico.

I dati dimostrano che questa guerra finora non ha prodotto alcun risultato. I gruppi criminali non sono stati indeboliti, e gli scontri tra di essi hanno subito un’escalation. Da quando i vertici dello stato hanno dichiarato di voler combattere la criminalità organizzata, in Serbia sono stati commessi 37 omicidi a sfondo mafioso, e il numero di morti è in costante aumento. Solo nell’ultimo mese sono state uccise sei persone (il database degli omicidi di mafia è consultabile qui ). Gli omicidi commessi da gruppi criminali raramente vengono risolti.

Gli scontri tra clan mafiosi diventano sempre più brutali, e ad esserne vittime sono spesso le persone non direttamente coinvolte nell’attività criminale, come dimostra l'omicidio dell'avvocato Dragoslav Ognjanović , che ha difeso, tra gli altri, Luka Bojović, ex leader del clan di Zemun [attualmente detenuto in Spagna]. Negli ambienti criminali, l’omicidio di un avvocato non è considerato un delitto qualunque, bensì una trasgressione dei limiti. L’omicidio di Ognjanović è solo uno dei tanti casi di omicidi di avvocati verificatisi in Serbia negli ultimi anni. Oltre agli avvocati, anche i familiari dei criminali spesso rimangono vittime degli scontri tra clan rivali, come dimostra il caso di Teodora Kaćanski, fidanzata di un criminale di Novi Sad, uccisa qualche anno fa.

Capita che rimangano feriti e uccisi anche dei semplici passanti trovatisi per caso sul luogo dello scontro. In altre parole, nessuno è più al sicuro, chiunque può essere vittima di uno scontro tra gruppi criminali nel centro di Belgrado, o in qualsiasi altra città della Serbia. Non bisogna dimenticare che tra i criminali uccisi ci sono molti giovani, ragazzi addentratisi ingenuamente nel mondo della malavita. Non si tratta di “criminali qualsiasi”, bensì dei ragazzi del nostro vicinato. È chiaro quindi che la situazione è allarmante e che chiunque può rimanere vittima degli scontri tra gruppi mafiosi che già hanno portato via fin troppe vite: dal 2012 in Serbia sono state uccise 87 persone e in Montenegro 44.

La risposta dello stato a questa situazione consiste nel negare l’esistenza del problema. Mentre si stanno moltiplicando i morti nelle automobili date alle fiamme, davanti ai ristoranti, nei garage, davanti ai palazzi residenziali, il presidente serbo Aleksandar Vučić continua a manipolare i dati sulla criminalità organizzata, sforzandosi di convincere l’opinione pubblica che non c’è nessun motivo di preoccuparsi.

Così, ad esempio, cerca di smentire l’aumento di omicidi a sfondo mafioso citando statistiche sul numero complessivo degli omicidi commessi in Serbia (tra i quali ci sono molti omicidi in famiglia), oppure fa paragoni tra la situazione attuale e il periodo tra il 2001 e il 2002, dicendo che in quegli anni la situazione era peggiore. Il che è vero: erano anni in cui il clan di Zemun assassinava a sangue freddo i membri dei clan rivali, cercando di conquistare il sottobosco criminale serbo, e Vučić di certo ne sa qualcosa dato che all’epoca era uno dei più stretti collaboratori di Vojislav Šešelj, che intratteneva stretti rapporti con questo famigerato gruppo criminale. Il clan di Zemun è stato messo in ginocchio nel 2003 durante l’operazione “Sablja” (Sciabola), e quell’anno va considerato l’anno zero. Se volessimo paragonare l’attuale stato di cose con il periodo immediatamente successivo al 2003, dovremmo ammettere che oggi la situazione è peggiore. Quello che preoccupa è proprio il fatto che la situazione attuale sia molto simile a quella che ha caratterizzato il periodo precedente all’operazione “Sablja”.

Ci sono alcune questioni che impediscono allo stato di confrontarsi effettivamente con il fenomeno della criminalità organizzata.

Il primo problema è di carattere generale: in Serbia persiste la tendenza a piazzare nelle posizioni chiave delle istituzioni, comprese la polizia e la procura, persone che sono mere pedine al servizio del partito al governo, invece di affidare questi incarichi a professionisti. Si apprezza la lealtà piuttosto che la competenza. È chiaro che la lotta alla mafia non può essere vinta se affidata alle istituzioni guidate da persone incompetenti.

Un altro problema, ancora più preoccupante, è che lo stato, a quanto pare, appoggia almeno uno dei gruppi criminali coinvolti nello scontro attualmente in corso. Ci sono diverse prove che dimostrano che la leadership al potere intrattiene stretti legami con il gruppo del sopracitato Aleksandar Stanković. In parole povere, lo scontro principale è tra due clan montenegrini, il clan di Škaljari e il clan di Kavač, che hanno i loro alleati in Serbia. Il gruppo di Luka Bojović è vicino al clan di Škaljari, mentre il gruppo di Sale Mutavi è legato al clan di Kavač.

Uno dei membri del gruppo di Sale Mutavi è stato impegnato a garantire la sicurezza dei sostenitori di Vučić durante la sua cerimonia di insediamento da presidente della Repubblica, mentre il figlio di Vučić è stato visto al campionato di calcio in Russia in compagnia di alcuni membri dello stesso gruppo criminale . Questo gruppo gode del sostegno di uno dei più potenti uomini della gendarmeria serba Nenad Vučković Vučko , il quale intrattiene stretti rapporti con il segretario di stato presso il ministero dell’Interno Dijana Hrkalović.

I leader di questo gruppo criminale, che si cela dietro al paravento del gruppo di ultras “Janjičari”, riescono quasi sempre a evitare la condanna per i delitti commessi, omicidi compresi. Le accuse contro di loro cadono per motivi poco chiari, e anche quando vengono condannati non scontano nemmeno un giorno di carcere per via delle “cattive condizioni di salute”. È chiaro che godono di un trattamento privilegiato: possono vendere droga o commettere omicidi senza temere alcuna conseguenza.

In queste circostanze, è impossibile combattere la criminalità organizzata, perché lo stato e la mafia sono strettamente interconnessi.

Al fine di creare i presupposti per una vera lotta alla criminalità organizzata lo stato deve innanzitutto ammettere che il problema esiste. Invece di mascherare il reale stato delle cose e di nasconderlo dietro a statistiche e a paragoni insensati, lo stato deve dichiarare che la guerra tra gruppi criminali rappresenta una delle principali minacce per il paese che mette a repentaglio la sicurezza nazionale; deve ammettere la propria inefficacia nell’affrontare la situazione e promettere all’opinione pubblica una pronta risoluzione del problema.

È importante, inoltre, che vengano destituiti coloro che avrebbero dovuto occuparsi di questo problema, ma si sono dimostrati incapaci di farlo. Tanto per cominciare, bisognerebbe fare un repulisti tra le fila della polizia, compresa la destituzione del ministro dell’Interno Nebojša Stefanović, nonché la rimozione di una serie di funzionari, tra cui il segretario di stato Dijana Hrkalović, il gendarme Vučković, il direttore della polizia Vladimir Rebić e il capo della polizia di Belgrado Veselin Milić (Milić è stato nel frattempo destituito e assegnato ad un altro incarico). Al loro posto devono venire persone competenti e professionali, che non hanno nessun legame con i gruppi criminali né con i politici.

Inoltre, bisogna rompere tutti i legami tra lo stato e la criminalità organizzata, compreso il gruppo che protegge il presidente. Lo stato che collabora con i criminali non può al contempo combattere la mafia. Sarebbe opportuno destituire anche quei ministri che in passato hanno intrattenuto stretti rapporti con la criminalità organizzata, come il ministro della Salute Zlatibor Lončar e il ministro degli Esteri Ivica Dačić , per evitare che venga messa in discussione la credibilità dello stato nella lotta alla mafia.

Un altro passo da intraprendere è il miglioramento della cooperazione con le autorità di altri paesi, soprattutto con quelle dei paesi del sud-est Europa. In teoria, le forze di polizia dei paesi della regione collaborano tra di loro, ma in pratica questa collaborazione non funziona: non c’è alcuno scambio di informazioni a causa della reciproca sfiducia. E questo è dovuto proprio al fatto che i criminali mantengono stretti rapporti con i funzionari statali. Le autorità di un paese non trasmettono le informazioni ai loro colleghi di altri paesi perché temono che potrebbero finire nelle mani dei criminali. Tuttavia, non può esserci una vera lotta alla mafia senza cooperazione internazionale perché la criminalità non conosce frontiere. I gruppi criminali, compresi quelli attivi nel nostro paese, operano a livello internazionale: gli stupefacenti vengono contrabbandati dall’America Latina verso l’Europa; il denaro proveniente da attività illecite viene riciclato in vari paesi; un omicidio può essere organizzato in un paese ed eseguito in un altro.

Pertanto è indispensabile affidare gli incarichi chiave all’interno della polizia e della procura a persone “pulite” e integre, in grado di intraprendere una vera lotta contro la mafia, nella quale avranno bisogno di aiuto dei colleghi di altri paesi.

Ed è solo l’inizio.


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