Il prolungarsi delle discussioni e le divergenze tra i governi minacciano l’indispensabile aggiornamento delle regole europee sul diritto d’asilo

21/05/2018 -  Francesca Spinelli

(Pubblicato originariamente su VoxEurop il 7 maggio 2018)

Qualche tempo fa su un muro di Grenoble, in Francia, è apparsa la scritta “Va te faire dubliner”. Tra i tanti atti legislativi dell’Unione europea, il regolamento di Dublino ha questo di speciale: è così noto e criticato da aver dato origine a un verbo e, almeno a Grenoble, a un insulto.

I “dublinati” sono quei richiedenti asilo che, invece di introdurre una domanda nello stato membro in cui sono tenuti a farlo secondo i criteri elencati nel regolamento (generalmente il paese di primo accesso nell’Unione europea) o di aspettare lì la fine della procedura, si spostano verso un altro stato membro nella speranza di esservi riconosciuti come rifugiati.

Hanno buoni motivi per farlo (e se esistessero vie legali di accesso all’Unione, raggiungerebbero direttamente quei paesi senza dover rischiare la vita per approdare in Italia o in Grecia): parenti o amici che li aspettano, una rete di connazionali a cui appoggiarsi o la consapevolezza che alcuni stati membri hanno sistemi di accoglienza e di asilo migliori. Ma così facendo corrono il rischio di arrestati, messi in detenzione e rispediti a forza nel paese responsabile dell’esame della loro richiesta. Per un richiedente asilo, “farsi dublinare” vuol dire subire l’ennesima battuta d’arresto nella lunga fuga verso la salvezza e l’Europa, proprio quando si credeva raggiunta la meta.

Un’altra caratteristica del regolamento di Dublino è che tutti, sostenitori e avversari, ne sottolineano l’inefficacia. Come mostrano i dati pubblicati recentemente dall’European Council on Refugees and Exiles, il tasso di trasferimento (ovvero il rapporto tra i trasferimenti Dublino effettivamente eseguiti e le procedure avviate) rimane infatti basso nonostante un leggero aumento nel 2017. Alcuni “dublinati”, poi, tornano indietro dopo il trasferimento, proprio come chi si rimette in viaggio verso l’Europa dopo essere stato rimpatriato. “I sistemi basati su trasferimenti involontari di massa non possono funzionare”, riassume Francesco Maiani , docente di diritto europeo all’Università di Losanna.

Maiani è tra gli esperti consultati dal Parlamento europeo nel quadro dell’attuale processo di riforma, il terzo da quando la Convenzione di Dublino fu firmata nel 1990. L’esito di questo tentativo di riforma dirà molto dello stato dell’Unione, perché attraverso il regolamento di Dublino ci si può fare un’idea tanto del livello di coesione degli stati membri quanto del valore e della dignità che l’Unione riconosce a chi non è suo cittadino.

Le informazioni che filtrano attualmente dal Consiglio dell’Unione europea, dove gli stati membri stanno esaminando la proposta della Commissione, non sono affatto incoraggianti. E questo, come vedremo, non sorprende. A stupire molti osservatori, invece, è stato il consenso trasversale raggiunto a novembre dal Parlamento europeo che, nella relazione Wikström (dal nome dell’eurodeputata liberale Cecilia Wikström), ha tentato di ribaltare la logica alla base del sistema Dublino, eliminando il criterio del paese di primo accesso, aumentando le possibilità per un richiedente asilo di far valere i suoi legami con un dato stato membro e prevedendo, in assenza di questi legami, un meccanismo obbligatorio di distribuzione dei richiedenti asilo tra gli stati membri.

Come ricorda Elly Schlein , relatrice ombra per il gruppo dell’Alleanza progressista dei socialisti e dei democratici, gli eurodeputati hanno inoltre “rafforzato i diritti fondamentali e procedurali dei richiedenti asilo” ed “eliminato i controlli di ammissibilità delle richieste di asilo”, che avrebbero creato un filtro “lesivo del diritto internazionale”. Secondo Maiani, un altro punto “molto positivo sul piano concettuale” è l’aver spezzato, seppur timidamente, il “tabù della scelta”, ovvero l’idea secondo cui un richiedente asilo non può in alcun modo pretendere di decidere dove vorrebbe veder esaminata la sua domanda. La relazione Wikström prevede infatti che i richiedenti asilo che non possono far valere alcun legame con uno stato membro siano trasferiti verso un paese a scelta tra i quattro il cui sistema di accoglienza è meno saturo.

Nei piani dell’attuale presidenza bulgara del Consiglio, gli stati membri dovrebbero raggiungere una posizione comune sulla riforma entro fine giugno. Schlein definisce “molto preoccupanti” le bozze che circolano in Consiglio (due delle quali sono state recentemente rese pubbliche dal sito Statewatch), “perché segnerebbero addirittura un passo indietro rispetto alla già insufficiente proposta della Commissione”.

Pur rimanendo in disaccordo su diversi punti, gli stati membri sembrano decisi a porre l’accento sui controlli e sulla sicurezza, a rafforzare le sanzioni contro i richiedenti asilo “insubordinati” e ad affidare interamente al Consiglio la gestione delle situazioni di crisi. Il regolamento di Dublino diventerebbe così sempre più uno strumento flessibile in mano agli stati membri e non “una risposta europea strutturale improntata a un’equa condivisione della responsabilità”, commenta Schlein.

Come relatrice ombra Schlein dovrebbe partecipare ai negoziati con il Consiglio e la Commissione, ma ammette che l’avvio delle discussioni non è scontato. “Gli stati membri continuano a perdere tempo e tra un po’ scade il mandato parlamentare. Il rischio è che quei governi che non vogliono sentir parlare di solidarietà né di relocation provino a far slittare la riforma. Del resto anche i governi che puntano a cambiamenti più ambiziosi, di fronte al rischio di una riforma peggiorativa, potrebbero non voler cedere”. Schlein è molto critica anche verso la Germania (“prima dell’accordo con la Turchia voleva una riforma ambiziosa di Dublino, poi le dev’essere passata di mente”) e verso Macron (“fa tanto l’europeista ma su questa riforma non ha cambiato la posizione della Francia”), e riconosce che “ci si sta approfittando un po’ dell’attuale situazione d’incertezza politica in Italia”.

A fine maggio Wikström, Schlein e gli altri relatori organizzeranno una conferenza stampa per esortare gli stati membri a raggiungere una posizione comune e consentire così l’avvio dei negoziati. “Per noi è fondamentale avere il sostegno dei cittadini, degli esperti e delle associazioni che ci hanno accompagnati in questo lungo processo di riforma”, spiega Schlein, “affinché spingano i governi ad andare nella direzione indicata dal Parlamento europeo”.

Maiani, che nello studio commissionato dal Parlamento propone un modello chiamato “Dublino meno”, in cui tenta di conciliare pragmatismo e rispetto della volontà di richiedenti asilo, mantiene le sue riserve rispetto all’attuabilità di riforme che prevedono “ancora più trasferimenti, in gran parte coercitivi”.

E sottolinea che “qualunque sistema di ripartizione delle responsabilità, per essere sostenibile, dev’essere accompagnato da altri tre elementi”: il diritto alla libera circolazione in tutta l’Unione europea per chi ottiene lo status di rifugiato; una reale applicazione di standard comuni in materia d’asilo; e infine “una solidarietà finanziaria su una scala completamente nuova”, in cui le spese per le politiche di asilo siano messe sul budget dell’Unione. “Ci possiamo accanire sul regolamento di Dublino quanto vogliamo”, conclude, “ma finché non risolveremo questi problemi di fondo non andremo da nessuna parte”.

Questa pubblicazione/traduzione è stata prodotta nell'ambito del progetto Il parlamento dei diritti, cofinanziato dall'Unione europea. La responsabilità sui contenuti di questa pubblicazione è di Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa e non riflette in alcun modo l'opinione dell'Unione Europea.


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