Cartelli elettorali a Sarajevo (foto A. Sasso)

Cartelli elettorali a Sarajevo (foto A. Sasso)

A Sarajevo e Banja Luka festeggiano i nazionalisti, mentre rimangono i dubbi relativamente al possibile boicottaggio delle istituzioni statali e della Federazione da parte del partito nazionalista croato HDZ. Un'analisi

10/10/2018 -  Alfredo Sasso Sarajevo

"Hanno speso più soldi per i fuochi d’artificio di stasera che per le autostrade costruite in quattro anni". Nella notte di domenica, tra i social girava questa battuta sulle celebrazioni dell’SDA verso il cielo di Sarajevo, proprio mentre in un ristorante di Banja Luka Milorad Dodik cantava pezzi folk a squarciagola insieme allo stato maggiore dell’SNSD. Festeggiavano così i due grandi vincitori delle elezioni del 7 ottobre, appunto l’SDA (nazionalisti bognacchi) e l’SNSD (nazionalisti serbi). Oltre ai posti nella presidenza collettiva, questi due partiti si riconfermano come forza di maggioranza relativa nel voto parlamentare delle rispettive entità, con l’SDA che raccoglie circa il 26% in Federazione di BiH e il SNSD che ottiene il 39% in Republika Srpska, risultati simili a quelli di quattro anni fa. L’SNSD si aggiudica inoltre la presidenza della Republika Srpska, con l’attuale premier Željka Cvijanović avanti con il 47% rispetto al candidato dell’opposizione Govedarica (42%).

A più di 48 ore dal voto, per via dell’esasperante lentezza dello spoglio coordinato dalla Commissione elettorale centrale (siamo ancora tra l’80% e il 90% dello scrutinio) mancano ancora i dati definitivi e, dunque, le ripartizioni dei seggi parlamentari. Ma è scontato pensare che SDA e SNSD saranno nella coalizione di governo a livello statale, a cui dovranno aggiungersi almeno altre due forze per raggiungere la maggioranza. Il premier, per principio di rotazione etnica, dovrebbe essere un serbo e dunque appartenente all’SNSD. SDA e SNSD saranno, inoltre, i perni attorno a cui ruoteranno gli esecutivi nelle due entità.

Tra conservazione e “politica pesante”

È la vittoria della conservazione, trattandosi dei partiti radicati da più tempo e più solidamente nelle istituzioni. È soprattutto la vittoria di quella che si potrebbe definire “politica pesante”, fatta di tessere, pressione sociale, manifesti onnipresenti, identificazione tra stato e partito, promesse e misure assistenziali, ciò che in Bosnia Erzegovina generalmente si riassume sotto il nome di “macchinario di partito” (partijska mašinerija). L’anno scorso SDA e SNSD contavano rispettivamente su 200.000 e 180.000 iscritti – per capirci, il terzo partito con più membri ne aveva 76.000 – e su entrate di 2.2 e 1.1 milioni di euro, un bilancio almeno doppio rispetto ai loro principali avversari. In Bosnia Erzegovina un quinto degli abitanti è iscritto a un partito   (per capirci in Italia saremmo a un trentesimo, secondo i dati più al rialzo). La politica è ancora considerata come uno strumento di accesso a salario, welfare o a contatti per ottenerli. Prevale così la legge del “Vota per il diavolo che conosci ” brillantemente coniata dalla politologa Jessie Hronesova.

Nell’ultima settimana prima del voto, il premier della Federazione ed esponente di spicco dell’SDA Fadil Novalić ha inviato una lettera ai circa 350.000 pensionati dell’entità, vantandosi dei risultati ottenuti e invitandoli a “rimanere partner dell’attuale governo”. In Republika Srpska il governo è passato direttamente alla cassa, distribuendo nel mese di settembre un aumento una tantum, tra i 15 e i 50 euro, a tutti i pensionati. Una misura così smaccatamente elettoralista che Dodik non si era nemmeno sforzato a nasconderlo: “Così [i pensionati] si preparano per l’inverno, vengono alle elezioni, e votano per noi” aveva detto in un comizio , tra le risate dei suoi seguaci. Il richiamo alla nazione organica, ben racchiuso in slogan sommari, la “Forza del popolo” verde sgargiante dell’SDA, e il “Sotto la bandiera della Srpska” bianco-blu-rosso dell’SNSD, ha naturalmente fatto il suo. Così questi due partiti hanno cannibalizzato gli avversari. L’SBB, il partito bosgnacco dell’editore Radončić, è crollato dal 14 al 6%. L’opposizione dei partiti serbi anti-Dodik conosce la sua settima sconfitta elettorale di fila e già nei mesi prima del voto si riportano autentiche fughe di militanti, quadri e sindaci verso l’SNSD, soprattutto nella Srpska orientale.

Quali alternative?

Quali sono i risultati delle forze “alternative” ai partiti etnici? Un dato fondamentale delle elezioni è la vittoria di Željko Komšić del Fronte Democratico (centrosinistra civico) per il seggio croato. Komšić è riuscito a evitare l’elezione di Dragan Čović dell’HDZ (nazionalisti croati conservatori) che dalla presidenza avrebbe potuto creare un corto circuito istituzionale d’intesa con il suo alleato d’intenti Dodik. La netta vittoria (con il 53%, superiore ai primi dati preliminari) lo conferma, a dodici anni dalla sua prima vittoria nelle presidenziali, come il leader incontrastato dell’opzione civica bosniaca. Tuttavia Komšić suscita perplessità tra alcuni osservatori, secondo cui si sarebbe presentato solo in funzione di “voto contro” senza proporre una strategia nuova, dopo otto anni di mandato (dal 2006 al 2014) trascorsi senza grandi risultati, e andando così a uno scontro non necessario con i nazionalisti che lo accusano di essere un “rappresentante illegittimo dei croati”. Il suo Fronte Democratico (DF), peraltro, è andato male nelle elezioni parlamentari, retrocedendo al 9% rispetto al 14% (dati nella sola FBiH) di quattro anni fa.

Nel campo dei partiti civici, che correvano in ordine sparso, l’altro dato importante è indubbiamente il successo storico di Naša Stranka (Il Nostro partito), forza liberal-socialista che entra per la prima volta nel parlamento statale (4,6%) e per la prima volta ottiene risultati degni al di fuori di Sarajevo, grazie a una comunicazione innovativa e rivolta soprattutto ai giovani. Nel cantone della capitale Naša Stranka è il secondo partito con il 13% ma con punte del 23% nel centro città. Un risultato che potrebbe persino aprire le porte al governo del cantone, se si facesse strada l’ipotesi di un’alleanza “ad excludendum” verso l’SDA insieme a socialdemocratici dell’SDP e a Popolo e Giustizia (Narod i Pravda), scissione dello stesso SDA. Un altro elemento è la ripresa dell’SDP, che ambisce a formare maggioranza di governo in alcuni cantoni, tra cui il suo ex-fortino di Tuzla. È curioso che SDP e DF si siano di fatto scambiati i risultati tra oggi e il 2014 (rispettivamente 14% e 9% contro 9% e 14%), come a dimostrare che la scissione tra i due partiti avvenuta nel 2012 è stata un gioco a somma zero, che lancia l’ennesimo monito per una futura riunificazione delle forze progressiste.

C’è un futuro?

Ora la domanda è se e come le istituzioni potranno funzionare stabilmente. La prima incognita è quella di come si comporterà l’HDZ. Già da mesi i nazionalisti croati lasciavano intendere che, se fosse stato eletto Željko Komšić alla presidenza, avrebbero fatto ostruzionismo alla convocazione dei diversi rami parlamentari. Questa mossa, a sua volta, impedirebbe la formazione degli esecutivi federale e statale. L’HDZ potrebbe anche sfruttare il vuoto normativo della sentenza della Corte costituzionale del 2016 – - quella sulla legge elettorale per la Camera Alta della Federazione – per imporre la creazione di un “distretto elettorale croato” che gli garantisca il totale controllo sul sistema, applicando un principio rigidamente etnico-territoriale.

Questi pasticci dell’etnocrazia rischiano di creare una situazione di stallo simile a quella del 2010-12, quando il paese rimase per 15 mesi senza governo. Il governo della Croazia si è rapidamente allineando all’HDZ bosniaco, lo dimostra la durissima dichiarazione del premier croato Plenković (“L’elezione di Komšić non è buona per la Bosnia Erzegovina”), ma anche il fatto che la rappresentanza di Zagabria abbia portato la “questione Komšić” presso il consiglio UE, sollevando la questione di legittimità della sua candidatura – riferiscono a OBC Transeuropa fonti di Bruxelles. Questo atteggiamento non faciliterà di certo la conciliazione regionale, né la risoluzione della crisi.

La seconda incognita è su come lo stesso Željko Komšić interpreterà il proprio ruolo. Poche ore dopo l’elezione, il presidente croato-bosniaco ha affermato che la Bosnia Erzegovina “ha il diritto di fare causa alla Croazia al Tribunale di Amburgo” sulla questione del ponte di Pelješac, uno dei temi più controversi dei rapporti Bosnia-Croazia degli ultimi anni. A prescindere che Komšić possa o meno avere ragione nel merito e nei fondamenti legali, la tempistica della dichiarazione non pare fortunata. In un momento di incertezza in cui tutti usano retoriche aggressive, la sensibilità pro-bosniaca di Komšić si potrebbe impegnare per ricostruire legami e ricostruire un contesto stabile, sia nel paese che nella regione. Le continue alzate di tono alimentano un gioco allo scontro che favorisce solo gli attori etnici, non la soluzione civica.

L’ultima incognita è, naturalmente, Milorad Dodik. In queste 48 ore da neo-presidente statale, l’attuale leader della RS ne ha dette già di tutti i colori: vuole riconoscere l’annessione russa della Crimea, intende vedere subito Vladimir Putin e Aleksandar Vučić, esige di destituire gli ufficiali responsabili di aver negato lo scorso agosto, per motivi di sicurezza, l’ingresso in Bosnia Erzegovina allo scrittore russo ed ex-paramilitare Zahar Prilepin. L’impegno di Dodik per debilitare le istituzioni statali dall’interno è appena iniziato. E nessuna forza, per ora, sembra in grado di fermarlo.


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