Piran (foto di Rude)

Piran (foto di Rude )

L’annosa questione tra Slovenia e Croazia per la definizione del confine marittimo e terrestre è tornata di attualità. Mentre sembrava che l’arbitrato internazionale fosse ormai al termine, intercettazioni telefoniche hanno riaperto il contenzioso

29/07/2015 -  Stefano Lusa Capodistria

La battaglia sembrava vinta. Il ministro degli Esteri Karl Erjavec, a marzo, aveva annunciato che le cose con l’arbitrato si stavano mettendo bene per la Slovenia. Il navigato politico aveva immediatamente precisato che la sua era solo una sensazione, ma si vedeva che non stava più nella pelle. La tracotante affermazione aveva fatto andare su tutte le furie i croati.

Dopo anni di polemiche sull’esatta definizione del confine marittimo e terrestre, i due paesi, avevano deciso di redimere il contenzioso con un arbitrato internazionale. Il difficile accordo era arrivato nel 2010 dopo che Lubiana aveva bloccato il processo di adesione di Zagabria all’Unione europea, provocando non poca irritazione in sede comunitaria.

Per arrivare alla soluzione e mettere d’accordo i due riottosi contendenti Bruxelles, con l’aiuto americano, aveva sudato le proverbiali sette camicie. L’intesa, che aveva aperto le porte dell’Unione europea alla Croazia, era stata criticata sia in Slovenia sia in Croazia. A Zagabria, era stata vissuta come un boccone amaro da mandar giù per poter entrare a pieno titolo nell’Europa comunitaria; per Lubiana, invece, che si era trovata alquanto isolata, alla fin fine era stata una via d’uscita onorevole dalla difficile situazione in cui si era cacciata.

La questione principale da risolvere per la Slovenia era quella di poter arrivare attraverso le proprie acque territoriali direttamente in mare aperto, i croati erano disposti ad accettare un regime di libero transito attraverso le loro acque, ma volevano anche la spartizione del golfo di Pirano.

Restava, inoltre, da definire l’esatto tracciato del confine terrestre in alcuni punti. Questioni che viste dall’esterno potevano sembrare alquanto marginali, ma che erano state per due decenni al centro di un serrato contenzioso, dove non erano mancati veleni, incidenti e provocazioni, soprattutto in periodo di campagna elettorale.

Intercettazioni telefoniche

A risolvere la faccenda sono stati chiamati, dunque, cinque giudici, di cui Slovenia e Croazia ne hanno nominato uno a testa.  Nel giugno del 2014 i paesi hanno argomentato, davanti alla corte d’arbitrato, le loro ragioni. La sentenza è attesa per la fine dell’anno. In questo periodo non sono mancate illazioni e tutte dicevano che le cose stavano andando bene per Lubiana. A rimettere tutto in discussione ci hanno pensato una serie di intercettazioni telefoniche, pubblicate lo scorso 22 luglio, dal quotidiano zagabrese Večernji list, in cui il giudice sloveno Jernej Sekolec e la rappresentante slovena presso il tribunale Simona Drenik sono stati pizzicati a discutere dell’andamento del processo d’arbitrato e delle strategie da adottare. 

Nelle telefonate Sekolec ha comunicato alla Drenik che la Slovenia stava ottenendo quanto voleva sul mare e ha chiesto documenti per argomentare con maggior forza le posizioni di Lubiana nella definizione del confine sulla terra ferma. Sekolec non ha mancato di soffermarsi sui dettagli dei colloqui intercorsi con gli altri rappresentanti del tribunale e nemmeno di lasciarsi andare a sferzanti valutazioni sull’inefficacia delle argomentazioni presentate dal giudice croato.

Fulminee le dimissioni di Sekolec e della Drenik. Dal governo hanno subito precisato che loro non ne sapevano nulla e che comunque niente è compromesso: la Slovenia troverà un nuovo giudice e la corte potrà continuare a lavorare per arrivare in tempi brevi ad una sentenza.

Ad irritare l’opinione pubblica non è stata tanto la comunicazione tra il giudice e la rappresentante del governo, ma il fatto che siano stati così ingenui da farsi beccare. Il giudice sloveno ed il suo collega croato, infatti vengono percepiti non come vere e proprie figure indipendenti, ma come una sorta di tutori degli interessi dei loro rispettivi paesi all’interno del collegio arbitrale.

Da Lubiana sono partite anche accuse più o meno velate ai servizi segreti croati che avrebbero intercettato le telefonate e diffuso le registrazioni, quando, per Zagabria, le cose si stavano mettendo male. Per ora rimane comunque il mistero sull’origine delle intercettazioni e su chi le abbia diffuse.

Reazioni

Pronta la reazione di Zagabria dove in pochi giorni tutte le forze politiche del paese si sono trovate d’accordo sulla necessità di sospendere ed invalidare l’accordo d’arbitrato. Per la Croazia le procedure sono irrimediabilmente contaminate ed è stato violato il sacro principio dell’imparzialità di uno dei giudici e quindi del tribunale.

Lubiana ha prontamente risposto che la Croazia non può tirarsi indietro. Al momento appare scontato che questo sarà un argomento su cui i due paesi si daranno battaglia nelle corti di giustizia internazionale e che la sentenza emessa dalla corte d’arbitrato sarà contestata da Zagabria, se dovesse ricalcare quanto uscito dalle indiscrezioni trapelate.

L’Unione europea ha cercato di gettare acqua sul fuoco dando ad intendere che capisce le preoccupazioni della Croazia per quanto accaduto; ma facendo anche sapere che continua ad appoggiare il processo d’arbitrato.

Ovviamente è nell’interesse di tutti che l’annosa questione venga risolta. La faccenda, infatti, non è marginale se si pensa che Zagabria ha questioni confinarie aperte con tutti i suoi vicini nati dalla dissoluzione della Jugoslavia e che quella percorsa potrebbe essere la via per redimere anche le altre questioni aperte; considerato che proprio queste diatribe potrebbero pesare sui processi di avvicinamento di Bosnia, Montenegro e Serbia all’Unione Europea, ma ancor di più potrebbero essere un motivo di costante tensione ed instabilità in un’area dove le scintille provocate da patriottismi e nazionalismi, spesso esasperati, rischiano di riaccendere le polveri.

Lubiana e Zagabria comunque continuano a dire che anche quest’ultima vicenda non ha compromesso gli ottimi rapporti bilaterali esistenti, la prova più eloquente che viene tirata in ballo sono le masse oceaniche di turisti sloveni che affollano le località balneari croate.

L’ennesimo episodio di una lunga saga, del resto, era prevedibile. Tutti, sin dall’inizio, sapevano che nessuno dei due contendenti avrebbe accettato di perdere senza combattere e senza aver utilizzato tutte le frecce a disposizione nella sua faretra. Cose che succedono. Del resto per ogni paese (e per ogni politico) difendere ogni lembo della propria terra e ogni goccia delle proprie acque territoriali è di capitale importanza e nei Balcani lo è anche di più.


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