Un manifesto elettorale della campagna a favore del NO all'Accordo di associazione con l'Ucraina

Vittima collaterale dell'euroscetticismo olandese l'Ucraina non riesce ad uscire da una grave crisi politica. Non migliora la situazione il coinvolgimento del presidente Poroshenko nello scandalo Panama Papers

08/04/2016 -  Danilo Elia

I tempi duri per l’Ucraina sembrano non finire mai. Dopo la crisi politica latente da settimane, a seguito della richiesta di dimissioni fatta dal presidente al primo ministro e al (mancato) voto di sfiducia al governo, ora nel giro di pochi giorni due nuove mannaie si abbattono su Kiev. Da un lato lo scandalo dei Panama Papers che sta contribuendo a radere al suolo la credibilità e il gradimento del presidente Petro Poroshenko, dall’altro il secco “no” degli olandesi al referendum indetto nei Paesi bassi sull’Accordo di associazione (AA) con l’Unione europea.

Lo scrutinio delle schede ha confermato ieri quello che i sondaggi già avevano annunciato. Ha votato il 32,2% degli elettori, più di quel 30% necessario per la validità del referendum. Di questi, il 61,1% ha barrato la casella “tegen”, contrario alla ratifica dell’Accordo di associazione tra l’Ucraina e l’Ue.

Il referendum, vale la pena di ricordarlo, ha un valore solo consultivo. In più, gli elettori olandesi sono stati chiamati a esprimersi su un accordo già firmato e ratificato dagli altri 27 membri dell’Unione e in vigore dall’inizio di quest’anno. Non è chiaro ancora a nessuno quali possano essere gli effetti di questo voto, ma sembra molto improbabile che possa mettere in dubbio l’Accordo.

Semmai, quello che appare finora è che il referendum farà sentire i suoi effetti nell’ambito della politica interna olandese e, forse, nel sempre più delicato equilibrio europeo. "La ratifica dell’Accordo non potrà avvenire come se non fosse successo niente, dopo una chiara vittoria delle persone che hanno votato contro", si legge in un comunicato del governo dell’Aja. E il primo ministro Mark Rutte ha detto che ora la discussione si sposterà a livello parlamentare ed europeo, e che il prossimo passo richiederà "giorni se non settimane".

La pancia degli olandesi

La vittoria dei ‘no’ è di fatto una vittoria della destra antieuropeista, che ha cavalcato la cattiva informazione sull’Accordo e la pancia di una parte degli olandesi euroscettici. Verrebbe da dire che in tutto questo l’Ucraina c’entra davvero poco. Secondo un sondaggio citato dal Telegraph, il 67% degli olandesi erano convinti che l’Accordo di associazione fosse un passo verso l’ingresso dell’Ucraina nell’Ue, mentre il 68% ha detto di non volere che il proprio denaro andasse a un Paese così corrotto. Entrambe questioni che non hanno niente a che vedere con l’AA.

La foto più realistica l’ha forse scattata Laurens Jan Brinkhorst, ex ministro dell’Economia olandese quando, ancora in campagna elettorale, aveva detto che "votare contro l’Accordo Ucraina-Ue significa essere dalla parte di Putin".

Gli olandesi sono stati chiamati a dire la loro su una questione di politica internazionale appena pochi giorni dopo l’entrata in vigore della nuova legge sui referendum consultivi, la Wet raadgevend referendum, l’1 luglio 2015. L’iniziativa della raccolta firme per chiedere il referendum – ne servivano 10mila in prima battuta e 300mila nel termine di un mese e mezzo – è stata avviata da un Geenstijl, un sito di notizie scandalistiche, e poi subito appoggiata dai partiti nazionalisti.

Il referendum ha subito attirato molte critiche. Secondo il movimento per il ‘sì’, già il tempismo con cui è stata iniziata la raccolta firme a pochi giorni dall’entrata in vigore della nuova legge getta il sospetto che si sia presa a pretesto l’Ucraina per far battaglia agli europeisti. D’altra parte c’è chi ha fatto notare che il quorum richiesto dalla legge, il 30%, è molto basso per parlare di volere popolare.

Il presidente offshore

Il risultato del voto popolare olandese è arrivato in Ucraina nel mezzo di un’altra tempesta abbattutasi su Kiev. Il nome di Poroshenko saltato fuori dai Panama Papers sta dando un colpo di grazia al consenso di cui gode tra gli ucraini, già in caduta libera. Anche se la sua posizione nello scandalo delle società offshore sembra essere meno grave che a prima vista, per i suoi avversari dentro e fuori l’Ucraina la fuga di documenti offre su un piatto d’argento l’occasione per estrometterlo dalla politica.

Da quanto finora emerso dai documenti di Mossack Fonseca, sembra che Poroshenko nell'agosto 2014 – quando cioè era in carica da poco più di due mesi e la guerra nel Donbass era ai livelli più cruenti – abbia intestato a sé una società offshore alle Isole Vergini, la Prime Asset Partners Ltd, alla quale ha trasferito le quote della sua fabbrica di cioccolata Roshen, già possedute da un fondo comune di investimento ucraino. La Roshen è la più grande industria dolciaria ucraina, con un valore stimato di 858 milioni di dollari, e al 74° posto nella classifica delle società che hanno pagato più tasse nel 2015, qualcosa come 65 milioni di dollari.

Poroshenko non ha fatto alcuna menzione della società offshore né di altre aperte a Cipro e in Olanda nella sua dichiarazione dei redditi.

In questo modo il presidente avrebbe violato la legge, e più volte. Intanto perché la costituzione vieta al capo dello Stato di gestire attività economiche, poi perché lo vieta anche la legge anticorruzione a tutti i funzionari pubblici, e infine per non aver dichiarato le proprietà all’estero. Ma soprattutto Poroshenko avrebbe violato il patto con gli ucraini, fatto quando era ancora in campagna elettorale, di disfarsi di tutte le sue proprietà qualora fosse stato eletto. "Come presidente dell’Ucraina, il mio impegno sarà solo per il benessere della nazione", aveva detto in un’intervista al tedesco Bild. Quello che emerge dai Panama Papers sembra smentirlo.

Una difesa traballante

Poroshenko si è difeso scrivendo su Facebook di aver ceduto la gestione delle sue attività a una società di consulenza per la vendita subito dopo essere stato eletto. Ancora a gennaio, invece, aveva detto di aver messo tutte le sue partecipazioni in un blind trust gestito da una banca straniera.

La cosa paradossale è che mentre da un lato la costituzione e la legge gli vietano di compiere attività gestionali legate ad affari privati (il solo possesso di quote o azioni è consentito), la stessa vendita di asset comporta necessariamente alcune attività, tanto più complesse quanto più grandi e articolate sono le attività.

Makar Paseniuk, direttore di Icu group, lo studio di consulenza che segue gli affari del presidente, incalzato dai reporter dell’Organized Crime and Corruption Reporting Project (OCCRP) ha detto che la vendita era stata avviata, ma si era rivelata più difficile del previsto perché gli investitori stranieri non si fidavano della volatile situazione in Ucraina. La creazione della società offshore sarebbe servita a rendere più appetibile il gruppo Roshen, oltre a essere una pratica comune tra gli uomini d’affari ucraini. Il trasferimento di tutte le quote nel blind trust di cui parlava Poroshenko dovrebbe avvenire in futuro, una volta completate tutte le pratiche, ha detto ancora Paseniuk. I critici fanno però notare che, in ogni caso, l’operazione ha fatto risparmiare a Poroshenko un sacco di soldi in tasse.

Credibile o meno che appaia la difesa del presidente, i Panama Papers piovono sul suo capo in un momento di sua grande debolezza politica, tra le accuse di non fare abbastanza contro la corruzione e quelle di servirsi dell’appoggio degli oligarchi per restare al potere.

 


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