Chai Khana

La collaborazione con un partner cinese ha ridato speranza all'industria del tè nella cittadina georgiana di Tsalenjikha. Reportage

20/10/2017 -  Ian McNaught DavisKatarzyna Król

(Pubblicato originariamente da Chai Khana )

Dentro una fabbrica di tè della cittadina georgiana di Tsalenjikha, Nargiza Gvinjilia, 72 anni, siede di fronte ad un cumulo di tè color mogano appena essiccato e sistemato su un tavolo improvvisato. Un sorriso fiorisce sul suo viso mentre rimuove alcuni gambi e dei ramoscelli con una pinzetta. Per il tè di Tsalenjikha, in passato un punto forte della produzione sovietica, gli investimenti cinesi rappresentano un nuovo futuro, e per la passione di Gvinjilia per la pianta del tè, una rinata motivazione.

"I cinesi stanno ricostruendo la cultura del tè", afferma. "La gente di qui era pessimista perché il governo l’aveva abbandonata. Le persone non lavoravano più, ma hanno ricominciato da quando sono arrivati i cinesi".

Fino a qualche decina d’anni fa, uno scenario del genere sarebbe stato impensabile.

Il tè veniva coltivato nelle regioni meridionali del Mar Nero, nella Georgia occidentale, già dalla metà del diciannovesimo secolo. E' stata però l'enorme domanda dell’URSS, dove veniva celebrato come “oro verde”, ad aver stimolato lo sviluppo intensivo delle piantagioni in queste fertili terre.

Nel 1985 più di 150.000 tonnellate ti tè venivano prodotte in Georgia, rendendola uno tra i principali produttori di questa bevanda ricca di antiossidanti e caffeina. Vennero creati in quegli anni nuovi istituti di ricerca sull’agricoltura e nuove varietà di tè si svilupparono. La bevanda venne promossa come un inibitore dell’appetito e come una fonte di energia per i lavoratori.

"C’erano piantagioni ovunque e l’intero villaggio vi lavorava", ricorda Gvinjilia, che cominciò a raccogliere foglie di tè all’età di 12 anni. "Le fabbriche erano aperte 24 ore al giorno perché c’era tantissimo lavoro", aggiunge.

"Il profumo di tè era ovunque durante la stagione estiva di raccolta", ricorda Maia Maglakelidze, la dottoressa cinquantaduenne di Tsalenjikha. "Aprivamo la finestra per sentirne l’odore. Si poteva percepire in tutta la cittadina".

"Tutte queste grandi case - continua Maia, indicando con un ampio gesto del braccio il panorama di Tsalenjikha, un paesino di 3.847 abitanti - vennero costruite grazie al tè".

La prosperità terminò insieme all’era sovietica. La fragranza del tè scomparve.

Oggi, delle 6 fabbriche di tè di Tsalenjikha sopravvive solo la Lazi, un’azienda che impiega 35 persone tra cui Gvinjilia che vi lavora come tecnica e assaggiatrice. La maggior parte delle piantagioni di tè della cittadina restano però incolte o servono per produrre foraggio per il bestiame che spesso si aggira tra le rovine delle vecchie fabbriche.

Tuttavia, con la domanda di tè in costante aumento nel mondo, la Cina, il più grande produttore e consumatore della bevanda, vede qui un’opportunità.

Gli investimenti cinesi in Georgia, un collegamento cruciale nella Via della Seta tra Pechino e l’Europa, sono già attivi, dall'immobiliare alle ferrovie. Il tè va ad aggiungersi al mix ed ha anticipato un accordo di libero scambio del 2017 nel quale la Cina ha acconsentito ad aiutare l’arrancante industria georgiana del tè ad espandere la sua produzione e a migliorare la qualità.

Le piantagioni georgiane sono tutte facilmente raggiungibili dal porto di Poti, con la sua zona industriale franca posseduta in maggioranza dai cinesi. Sotto un accordo di libero scambio, gli importatori cinesi non devono pagare nessuna tariffa sul tè spedito dalla Georgia.

La maggior parte della produzione della Lazi è ancora destinata alle ex-repubbliche sovietiche – oltre che in Georgia all'Ucraina, al Tajikistan, al Turkmenistan e all'Uzbekistan – ma, quest’anno, circa sette o otto tonnellate di prodotto sono state inviate in Cina.

L’accordo tra la Lazi e la cinese Chedzani Ranrani Biotechnology avvenne grazie ad un incontro fortuito, mentre l'azienda cinese stava perlustrando la Georgia occidentale alla ricerca di opportunità nel mercato del tè, riferisce il vice-direttore Konstantin Megonia.

Gli acquisti della Chedzani Ranrani Biotechnology garantiscono lavoro ai raccoglitori della fabbrica durante maggio e giugno, due dei quattro mesi ufficiali della stagione di raccolta in cui si ritiene che le foglie del tè siano nella loro migliore condizione. Dall’anno scorso, il numero di questi lavoratori occasionali, soprattutto donne, è triplicato – da 100 a 300, secondo quanto dichiarato dal direttore generale della Lazi, Goneri Salia.

Anche i salari sono aumentati, afferma Gvinjilia, la quale si occupa di supervisionare i lavoratori. Durante la raccolta, i raccoglitori di foglie possono guadagnare tra i 5 e i 35 lari (dai 2 ai 14 dollari circa) per chilogrammo di foglie di tè. Una differenza rilevante rispetto alla somma che si riceveva prima, tra i 40 e i 60 centesimi di dollaro per chilogrammo.

I corrispettivi più alti vanno ai sacchi riempiti solo con le prime due foglie della cima della pianta. Sono considerate “le migliori”.

È il palato di Gvinjilia a determinare lo standard del tè della Lazi.

"Si possono estrarre più aromi dalle prime due foglie", racconta Gvinjilia. "Queste sono le foglie che i cinesi vogliono".

"Questo è il motivo per cui il tè andrebbe raccolto a mano", aggiunge.

Ma anche la tecnologia conta.

Il partner cinese della Lazi ha fornito anche tre piccole macchine per arrotolare le foglie fresche e quattro per il processo di essiccazione. Una macchina a parte viene usata per essiccare e produrre ogni ora due chilogrammi di tè verde di alta qualità, il tè di prima scelta in Cina.

Gli esperti cinesi consigliano sull’uso dell’attrezzatura e scambiano conoscenze con le loro controparti georgiane. Come parte integrante della cooperazione, due impiegati della Lazi sono stati invitati a trascorrere un periodo di tre mesi di viaggio-studio in Cina.

Ma nonostante la speranza che la cooperazione con la Cina porta, l’accordo è lontano dall’essere una cosa permanente ed è ancora provvisorio. Il recupero di una piantagione di tè può richiedere fino a cinque anni e non vi sono segni concreti che la Chedzani Ranrani Biotechnology si voglia impegnare per un tale periodo.

Per i dieci mesi dell’anno in cui la Cina non è coinvolta nella produzione della Lazi, la fabbrica fatica a trovare sia il denaro per pagare in tempo i salari dei lavoratori che quello per inviare il tè alle catene di negozi alimentari, riferiscono i lavoratori.

Inoltre la manutenzione dei macchinari cinesi è costosa e richiede conoscenze specialistiche, lamentano gli ingegneri. I macchinari inviati alla Lazi sono a noleggio e non di proprietà della fabbrica.

Nello scuro magazzino della Lazi, il motore di uno dei macchinari si è avviato.

Ronza e cigola con ritmica obbedienza. Nelle sue viscere, nugoli di foglie verde smeraldo girano in orbita, essiccandosi ad ogni rotazione.

Un profumo si sprigiona mentre il motore frulla. È una fragranza calda e confortante. Ad un naso inesperto, sembra una gradevole miscela di odore d'erba appena tagliata e di aroma di pane che si alza da una birreria.

Per quelli che lavorano nella fabbrica come Gvinjilia, il profumo è un misto di nostalgia e di speranza.


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