Dragan Čović (foto EPP - CC BY 2.0)

Dragan Čović (foto EPP - CC BY 2.0 )

Alla viglia delle elezioni politiche in Bosnia Erzegovina, previste per il 7 ottobre prossimo, un approfondimento su una delle figure chiave della politica locale, Dragan Čović, leader dell’HDZ BiH

18/09/2018 -  Alfredo Sasso

Il trasformismo è un elemento frequente del leader politico. È indice di cinismo e spregiudicatezza, ma anche di flessibilità e pragmatismo che possono agevolarne il successo. Un bravo trasformista deve essere in grado di spendere bene i vantaggi accumulati nella fase precedente in un nuovo scenario, stando al passo con lo spirito del tempo. Il nazionalismo etnico è un formidabile incitatore del vizio trasformista. Ce lo dimostra il curriculum delle due figure che oggi imperversano in Europa, un ex-comunista padano e un ex-liberale (ed ex-borsista di Soros) ungherese.

Anche in Bosnia Erzegovina dominano la scena politica due campioni del trasformismo. Il caso più noto è quello di Milorad Dodik, leader indiscusso del nazionalismo serbo-bosniaco, ma con un passato di riformista moderato, giunto al potere grazie al sostegno convinto della comunità internazionale – che oggi lo avversa e, quando può , lo sanziona .

Negli ultimi anni è salito alla ribalta il croato-bosniaco Dragan Čović, leader dell’HDZ BiH (filiale del partito HDZ al potere a Zagabria, destra conservatrice). Nel periodo pre-guerra, Čović era stato membro della Lega dei Comunisti e nei primi anni ‘90 aveva fatto parte parte dell’UJDI, movimento pan-jugoslavo riformatore e anti-nazionalista. E' stato persino diffuso un documento – anche se l’interessato lo ritiene falso - in cui l’allora studente Čović si era dichiarato di nazionalità jugoslava invece che croata e si firmava in cirillico.

Iscritto all’HDZ dopo la guerra e scalati rapidamente i vertici del partito, negli anni Duemila Čović si era affermato come il volto presentabile del nazionalismo croato-bosniaco, con un discorso moderato centrato sull’integrazione euroatlantica. Dal 2014, quando è stato eletto membro croato della presidenza collettiva bosniaca, la metamorfosi è stata irrefrenabile. Čović ha radicalizzato in senso identitario il proprio discorso, subordinando l’integrazione UE alla cosiddetta uguaglianza del popolo croato in Bosnia Erzegovina. Questa si potrebbe raggiungere, secondo Čović, solo rafforzando il principio etnico-territoriale delle istituzioni. Con questo tema – rilanciato generosamente dal governo di Zagabria e dagli europarlamentari croati, coinvolti in un lobbying pro-erzegovese permanente – Čović si ripresenta, da favorito, a candidato croato per la presidenza collettiva per le elezioni del prossimo 7 ottobre.

Prove di terza entità

La richiesta della “terza entità” – un’autonomia etnica croata che affiancherebbe la Federazione di BiH a prevalenza musulmana e la Republika Srpska, completando di fatto il segregazionismo identitario della Bosnia - è diventata ormai parte integrante della narrazione dell’HDZ. Ma Čović non si è limitato alle parole. Tra gesti simbolici e provvedimenti tangibili, ha realizzato prove concrete di terza entità, con tanto di capitale, confini, monumenti. Prima è arrivata l’apertura a Mostar di un proprio ufficio di rappresentanza come membro croato della presidenza – circostanza non prevista dall’ordinamento statale - con la città erzegovese presentata ormai come capitale de facto dell’entità immaginata.

Poi, il 18 maggio scorso, è avvenuto quello che alcuni giornali e politici di Sarajevo hanno chiamato il “golpe di Ivan Sedlo”. Quel giorno, un convoglio di cinque autobus organizzato dal governo bosniaco stava trasportando circa 270 migranti della rotta balcanica da Sarajevo a un centro di accoglienza presso Salakovac, in Erzegovina occidentale. Senza alcun preavviso, il convoglio è stato bloccato e tenuto fermo al confine tra il cantone di Sarajevo e quello di Mostar dalla polizia di quest’ultimo, governato dall’HDZ.

Molti hanno visto in quella vicenda, sbloccatasi dopo cinque ore di tensione e con risvolti umanitari potenzialmente drammatici, un ordine diretto di Dragan Čović. Il leader dell’HDZ BiH ha usato spesso la questione dei migranti per assecondare la linea dura del partito-madre, l’HDZ al potere in Croazia, nonché come pretesto per attaccare gli organi centrali e in particolare l’SDA, il partito bosniaco musulmano accusato di strumentalizzare il fenomeno.

La terza entità riecheggia anche nelle celebrazioni pubbliche. Lo scorso 28 agosto, Čović e le più alte autorità croato-bosniache hanno ricordato a Mostar, con una pomposa cerimonia, il venticinquesimo anniversario della cosiddetta Repubblica di Herceg Bosna, un’entità-satellite creata durante il conflitto del 1992-95. I vertici della Herceg Bosna sono stati condannati per crimini contro l’umanità dal Tribunale dell’Aja (ICTY) lo scorso novembre, ma la sentenza - mondialmente nota per il suicidio in diretta di Slobodan Praljak – ha accentuato l’orgoglio revanscista dei nazionalisti croato-bosniaci. Questo è stato ribadito in altri atti, come la recente inaugurazione di una statua di Franjo Tuđman a Tomislavgrad, e di un monumento con la sagoma unificata di Croazia e Bosnia Erzegovina che

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