Anche solo perché si è stati costretti alla scelta disperata di abbandonare il proprio paese si dovrebbe essere accolti a braccia aperte in quello nuovo. Ma non è così. Una recensione

14/03/2016 -  Diego Zandel

Gli esuli, la frontiera se la portano dentro. Perché non c’è solo la frontiera, quella del proprio paese che si attraversa quando lo si lascia, ma ci sono anche le altre frontiere, quelle che l’esule vive sulla propria pelle quando, entrato nel nuovo e in altri paesi, gli abitanti di questi lo guardano come uno straniero, un diverso, spesso un intruso. Gazmend Kapllani, scrittore di origine albanese, che ormai scrive in greco, ha scritto a riguardo un libro che racconta molto bene questa condizione. Si tratta di “Breve diario di frontiera”, tradotto da Maurizio De Rosa per l’editore Del Vecchio.

Kapllani fuggi nell’ormai lontano 1991 dall’Albania, quando caduto il regime totalitario instaurato da Enver Hoxha, migliaia di albanesi presero a fuggire verso le terre promesse dell’Italia e della Grecia. Kapllani scelse quest’ultimo paese e lo fece con un gruppo di concittadini portandosi dietro la speranza di una vita migliore, anche se le premesse, una volta In Grecia, apparirono tutt’altro che favorevoli. Controlli di polizia, diffidenza, sospetti, intolleranza. “Espatriare” scrive Kapllani “significa che chi parte sceglie di tagliare i ponti con il proprio paese. Si tratta di un gesto che l’accompagnerà per tutta la vita. Esso sarà la causa dei suoi sensi di colpa e della sua libertà, dei processi di rifiuto e di rimozione, della nostalgia e del ricordo, dell’oblio e della malinconia, dell’instabilità emotiva e della schizofrenia. Soltanto se ce la farà nel paese ospitante potrà finalmente riconciliarsi con quello di origine. In caso contrario, continuerà a nutrire astio nei confronti di tutto il mondo, dell’universo intero. Fingerà di adorare il suo paese di origine soltanto per far arrabbiare gli abitanti del paese che lo ospita. Quello che gli aveva offerto l’illusione di un futuro migliore, e che invece, a suo parere, glielo ha negato. In ultima analisi, è stato lui a rinnegare il proprio paese per quello nuovo, è stato lui a credere di più nel secondo che nel primo. Non basta questo per farsi accogliere a braccia aperte?, si domanda.”

No, non basta. Tutti gli esuli hanno vissuto questa esperienza, anche chi – come gli esuli istriani, fiumani e dalmati – non erano stranieri, erano italiani, ma furono accolti come stranieri quando, nel 1947, passate le loro terre alla Jugoslavia di Tito con il Trattato di pace di Parigi, le lasciarono con l’idea di continuare ad essere cittadini italiani. Eppure c’è chi li accolse come nemici, come fascisti, gente da respingere, ai quali gettare invettive e sputi, e poi – loro che per l’Italia avevano lasciato casa, lavoro, parenti, amici, tombe di famiglia, affrontando la dura realtà dei campi profughi – guardati come gente venuta per rubare il posto di lavoro.

La realtà di quelli come Kapllani, di gente cioè di lingua e cultura altra da quella del paese ospitante, seppur diversa nelle premesse, è molto simile nell’impatto con i suoi abitanti. Che vogliono questi qui? è la domanda che sta dietro il loro sguardo. Perché non ritornano al loro paese? Ci vogliono rubare il lavoro, le case. Il diario dello scrittore annota particolari che danno il senso di tutto questo, della estrema separatezza che l’esule, suo malgrado, vive nel nuovo paese. E insieme alla sua storia, racconta quelle di altri, partendo dalla sua Albania, quella angosciante di Enver Hoxha che ha condizionato la sua intera esistenza, così come quella di tutti i suoi compagni di avventura. Per questo, per l’inferno che hanno vissuto, credono nel nuovo paese. Kapllani ricorda quando gli albanesi sognavano guardando clandestinamente le trasmissioni televisive dei paesi vicini e le spie denunciavano la cosa come un reato meritevole di punizione e confino. Come non sperare nel nuovo paese?

Kapllani, tra tante, racconta la storia della ragazza che voleva fare l’attrice e che il padre picchiava a sangue con le mani e la cinta, e che per non far sentire le grida della figlia alzava il volume della radio a tutto volume. Una ragazza che, anche quando troverà il modo di fuggire, incontrerà altre, superiori difficoltà per il suo essere donna e per i suoi sogni. Una tragedia che fa scrivere a Kapllani: “Le frontiere non le oltrepassiamo tutti nello stesso modo. Il potere delle frontiere sottolinea che ognuno di noi ha origini diverse, appartiene a un ceto diverso e possiede un diverso colore della pelle. Ma soprattutto che è di sesso diverso”. A questo punto il rischio è che, oltrepassata la frontiera, riusciti a sfuggire ai propri aguzzini – in questo caso il padre – ci si persuada che non esista via d’uscita, e allora, ecco che “gli esseri umani sono capaci di sopportare senza lamentarsi qualsiasi dolore, privazione o sofferenza. Non so se si tratti di abitudine o di fatalismo, di sicuro però imparano a conviverci in mancanza di alternative”. Con tutte le conseguenze del caso.

Il “Breve diario di frontiera” di Sagmend Kapllani, oggi docente di letteratura e Storia europea all’Università di Harvard negli Stati Uniti dopo essersi felicemente affermato in Grecia (è stato editorialista del quotidiano ateniese “Ta Nea”) è un libro istruttivo a riguardo, non privo anche di una sua poesia e valenza letteraria che va oltre il senso profondo della testimonianza.


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