Media ufficiali e social network stanno fornendo versioni diverse, e parallele, di quanto sta avvenendo in questi giorni in Bosnia Erzegovina. L'analisi di Paulina Janusz

12/02/2014 -  Paulina Janusz

(Pubblicato originariamente da “Kontrapress” il 9 febbraio 2014, Bosnia-Herzegovina Protest Files , selezionato e tradotto da OBC) 

Il “fronte unito” dei media e dei partiti che si è venuto a creare nei giorni delle manifestazioni che stanno attraversato molte città bosniache è così solido che soltanto i social network sono stati in grado di salvare i cittadini dal completo buio dell'informazione in cui rischiavano di sprofondare.

L'obiettivo di questa attività (para)giornalistica diretta contro i manifestanti bosniaci che per la prima volta hanno deciso di esprimere nelle strade il loro malcontento per il collasso economico dello stato, è prima di tutto un tentativo di calmare la situazione, orientare l'opinione pubblica contro i manifestanti, ed incanalare la questione verso problemi più facili da usare in campagna elettorale. In altre parole: mantenere lo status quo.

"Folle scatenate"

Il più grande perdente tra i media in queste proteste è certamente il portale radiosarajevo.ba. Sabato mattina, sul sito è apparso un editoriale di Lana Ramliak che titolava "Il giorno in cui abbiamo perso tutti" e che lanciava molti dei leitmotif della campagna mediatica diretta contro i manifestanti. La giornalista avanza la tesi che l'unico mezzo legittimo di lotta sia il voto, e che le manifestazioni dovrebbero somigliare a quelle pacifiche che hanno segnato i giorni della Baby Revolucija la scorsa estate. Nel commento della direttrice neanche una parola dedicata al fallimento di quel metodo nella politica bosniaca, se si pensa al fatto che la legge sul rilascio dei documenti di identità richiesta dai manifestanti non è stata approvata, e la piattaforma elettorale disponibile in BiH non offre nessuna speranza per un futuro migliore.

Le proteste di questi giorni non sarebbero dunque il risultato della disperazione a cui i gruppi al potere hanno condotto i cittadini, ma un segno del "rilascio di un'adrenalina di massa" che " messa da parte la componente genuina, non violenta, ha deciso di appiccare il fuoco a quel piccolo pezzo di storia comune che siamo riusciti a preservare durante questi anni tormentati. Edifici dalla storia centenaria sono stati squarciati dalle fiamme, vigili del fuoco e polizia sono indifesi; padri, madri, fratelli, sorelle sono feriti, i chioschi bruciati, le stazioni dei tram demolite”. La Ramliak evoca “testimonianze scioccanti", accusa i manifestanti di non voler neanche “tentare di discutere il contesto sociale” e alla fine conclude: "Vota, non bruciare. Partecipa seriamente, un 'like' non basta, e agisci preventivamente e non quando è troppo tardi". Che la facoltà di aspettare e discutere pacatamente sia un privilegio delle società ricche e benestanti è un aspetto che non interessa all'editorialista. L'obiettivo non è raccontare e spiegare gli eventi, ma convincere il pubblico del fatto che i manifestanti sono vandali sanguinari che attaccano donne innocenti e rubano sigarette dai chioschi divelti 

Il caso dell'archivio 

Radiosarejevo.ba si è subito accodata alla linea dettata dalla direttrice. Una sorta di competizione è poi iniziata con il portale Klix.ba su quali immagini, tra edifici in fiamme, uffici devastati e porte sfasciate, fossero le più terribili. Il tutto accompagnato da commenti drammatici. "Non è facile per quei giovani, non è facile per nessuno in questo paese, neanche per noi. Ma cose così non aiutano nessuno", o "Il danno è inestimabile", "incendi di cui non abbiamo bisogno", o il perentorio "è un crimine" (radiosarajevo.ba ), "Va bene le proteste, ma violenza e distruzione no!", e "quando gli archivi bruciano è una vergogna culturale per la società intera" (Klix.ba).

Tutti questi commenti sono stati superati sul portate Klix.ba quando improvvisamente sulla pagina del profilo Facebook è comparsa una foto dell'edificio presidenziale scattata durante la guerra degli anni Novanta. Senza alcun commento, naturalmente.

I titoli appena citati si riferiscono alla faccenda dell'archivio della Bosnia Erzegovina, in parte ospitato nell'edificio della Presidenza, che è stato danneggiato in un incendio. Il direttore Šaban Zahirović è presto diventato una star mediatica perché ha presentato al pubblico gli oggetti distrutti come il migliore esempio del fatto che i manifestanti fossero mostri sprezzanti della cultura. Quello che quegli stessi politici hanno fatto per la cultura durante il loro mandato, forse dimostrato al meglio dalle porte chiuse del Museo Nazionale, nessuno di quei giornalisti se lo è chiesto. 

I media hanno condannato l'incendio dell'Archivio, e soltanto più tardi hanno iniziato a parlare di quanto materiale sia stato effettivamente distrutto. Nessuno ha citato i testimoni che hanno sostenuto che la maggior parte (un 99,99%) del materiale è stato salvato. Questa informazione non sarebbe mai diventata di pubblico dominio se non fosse stato per i social network e la regista Jasmila Žbanić che per prima ha iniziato a prestare attenzione alla manipolazione mediatica in corso. Il miglior esempio di quanto importante fosse questa operazione per i politici è il caso del Partito di Azione Democratica (SDA), che ha riprodotto sul suo sito un articolo sull'argomento apparso su “Oslobođenje”. Si è trattata dell''unica notizia sulle proteste, a parte le dichiarazioni dei membri del partito, che sia apparsa sul sito ufficiale dell'SDA.

Neanche i cetnici”

Oltre al caso di Lana Ramljak l'altra grande controversia è stata provocata dal secondo grande perdente (giornalisticamente parlando), “Al Jazeera”. La prova migliore del suo ruolo di difesa delle persone al potere e di costruzione di una opinione contro i manifestanti è stato il commento, “pieno di buone intenzioni” dell'imam di Sarajevo Muhamed Velić. "Ho pianto in silenzio", ha affermato il religioso sul portale web della TV di “Al Jazeera” giovedì sera.

Come la Ramljak prima di lui, Velić ha parlato di vandalismi, furti, e assenza di decenza. Ma l'imam ha introdotto un elemento nuovo: la guerra. "Nel maggio del 1992, la Presidenza della Bosnia fu difesa. Tram e carri armati bruciavano a Skanderija, ma la Presidenza, simbolo dello Stato e più ancora della nostra storia, la Presidenza, no, i nemici non riuscirono a prenderla. Ma stanotte la Presidenza è stata assaltata”, ha scritto nella sua “testimonianza”. Seguivano le immagini degli edifici che “neanche i cetnici erano riusciti a bruciare”, immagini che sono rimbalzate i quasi tutti i reportage mediatici.

Affiancata all'idea dei “cetnici”, è spuntata un'altra costruzione utilizzata spesso in passato dai media bosniaci, quella degli “hooligan”, che “non vengono da Sarajevo”. Un discorso, questo degli hooligan, a cui spesso fanno ricorso i politici che sfruttano e alimentano le divisioni etno-nazionali. Le parole di Zlatko Lagumdžija nella conferenza stampa di venerdì sera sono state identiche a quelle usate nelle dichiarazioni ufficiali dell'SDA sabato mattina. Secondo i due partiti, teoricamente diversi tra loro, il fatto principale è che le proteste sono avvenute in aree “a maggioranza bosgnacca”, non le ragioni di quelle proteste.

La parata dei politici 

Ma prima che i due partiti di governo facessero le loro dichiarazioni, c'è stato un momento di gloria in TV per il Ministro della sicurezza, Fahrudin Radončić. Il capo dell'apparato di sicurezza della Federazione, martedì mattina nello studio della TV1, ha dichiarato di aver avvertito i politici bosniaci (come se lui stesso non lo fosse) per mesi circa la difficile situazione e che nessuno avrebbe dovuto sorprendersi dei disordini. La stessa sera Radončić è stato ospite nella trasmissione di Senad Hadžifejzović che non ha neanche tentato di raccogliere informazioni concrete sulla situazione, ma ha offerto al ministro lo spazio per presentare se stesso come un critico delle disastrose privatizzazioni e difensore degli oppressi. Ovviamente, lasciata fuori dalla conversazione la vicenda della “Torre di Avaz”, un caso che a Sarajevo viene comunemente associato alle privatizzazioni criminali.

Il giorno seguente ospite di Hadžifejzović era il Premier federale Nermin Nikšić: anche a lui sono state accuratamente risparmiate domande scomode. Si poteva persino ricavare l'impressione che il giornalista aiutasse un po' il suo ospite, suggerendogli, in diversi passaggi, che le proteste non potevano essere spontanee. Tra le altre cose, Hadžifejzović ha sostenuto di “aver fatto di tutto per credere che si trattasse di realmente di cittadini”. Ma, osservando che “gli slogan dei loro cartelli erano ben scritti e congegnati”, suggeriva tra le righe che gli operai bosniaci non possono essere così colti. Nikšić è stato ben felice di accettare il suggerimento, aggiungendo che è ben risaputo "chi ha distribuito i cartelli a Mostar".

La deferenza dimostrata da Hadžifejzović (e da altri giornalisti in molte TV bosniache) non è mai stata mostrata nei confronti dei rappresentanti dei manifestanti. Pochissimi tra i media non-mainstream hanno pensato di chiedere la loro opinione.

Informazione “trash”

Ma torniamo al ministro della sicurezza. Radončić è stato certamente il politico più astuto nell'usare le proteste per la propria promozione personale. Egli tenta da molto tempo di presentarsi al pubblico come il “volto nuovo” della scena politica bosniaca, ed ha colto al volo l'occasione di prendere le distanze dal governo federale e cantonale.

Leader nella promozione dei "capi" è stato naturalmente il quotidiano “Dnevni Avaz” che ha continuato a comportarsi come giornale di partito. Ha pubblicato i lanci di agenzia del Ministero della sicurezza, le apparizioni pubbliche di Radončić, le presenze dei propri giornalisti come commentatori della BBC e naturalmente portato avanti le battaglie personali dei ministri.

Radončić ha qualificato la ribellione come giustificata. Tuttavia, quanto egli abbia davvero a cuore le proteste dipende dalla continuazione dello scontro personale con il suo predecessore Sadik Ahmetović, che ha chiesto le dimissioni di Radončić giovedì e ripetuto l'appello il giorno successivo. Per questa ragione Radončić lo ha colpito tirando fuori una vecchia storia sulla presunta relazione tra Ahmetović e un minore, faccenda che non ha alcuna relazione con gli avvenimenti in corso nelle strade e nelle piazze bosniache.

L'SDA ha alimentato la voce secondo cui l'agenzia della sicurezza stia dirigendo, da dietro le quinte, le proteste e i vandalismi. Questa manipolazione è un tentativo del partito di prendere due piccioni con una fava: se da un lato, presentando le proteste come manipolazioni politiche del partito avversario, si getta discredito sui manifestati; dall'altro si guadagnano punti da usare nella lotta contro il partito avversario.

Il tema su chi “ci sia realmente dietro i manifestanti” è diventato il motivo unico di quasi tutte le interviste ai politici andate in onda sulle TV bosniache. Ad esempio, un buon quarto d'ora nella conversazione tra Nikšić e Hadžifejzović, nel notiziario della sera, è stato dedicato alle speculazioni secondo cui Radončić avrebbe organizzato i disordini.

Il colpo più basso

Tuttavia, il colpo più basso della campagna mediatica contro i manifestanti è la vicenda della droga. La notizia che "durante la protesta la polizia ha confiscato 12 kg di droga", è apparsa per la prima volta su Klix.ba sabato mattina, ed è stata ripresa da tutti gli altri portali web. L'informazione è stata "casualmente" inclusa tra i comunicati stampa della polizia di Sarajevo con i dati sugli arresti. A dirla tutta, la notizia è stata smentita in serata, ma il danno era già stato fatto.

Nel frattempo Mirsad Kebo, il vice presidente della Federazione aveva già detto ai giornalisti: "Non ho visto combattenti, né persone impegnate, serie o in difficoltà. Ho visto solo drogati” mentre nelle interviste per strada alla TV1 (completamente incentrate a condannare il vandalismo) spontaneamente apparivano passanti che parlavano di "giovani drogati".

Ma, se non sono drogati, secondo i media sono sicuramente ladri. Sabato radiosarajevo.ba ha promosso e ripubblicato molte volte durante la giornata un articolo titolato: "Rubano e bruciano, poi lo postano su Facebook". L'articolo di fatto è una lunga disquisizione su due foto comparse su Facebook, di cui una mostra alcuni pacchetti di sigarette rubati durante le manifestazioni, e l'altra mostra un ragazzo in posa con una targa staccata dall'edificio del cantone di Sarajevo. Il messaggio è chiaro: gli “hooligan” non sono minoranza, sono il cuore della protesta. 

Probabilmente questi dettagli possono offrire una qualche spiegazione del perché i media bosniaci, neanche a margine del loro lavoro giornalistico, discutano la drammatica situazione dei lavoratori o il collasso sociale ed economico del paese. I giornalisti bosniaci sanno molto bene chi è al potere e quali interessi devono difendere. A prezzo della propria integrità professionale.


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