Nino Burjanadze durante le proteste/PalitraTv
Erano scesi in piazza per rovesciare il presidente Saakashvili. Con molta ambiguità rispetto ad una possibile rivolta violenta. Ma tra il 21 e il 26 maggio scorso l'opposizione all'attuale governo in Georgia è andata incontro all'ennesima sconfitta. Una rassegna sugli ultimi giorni concitati dello Stato caucasico
Come previsto dalla maggioranza degli esperti, l'annunciata rivoluzione in Georgia si è conclusa in un nulla di fatto. È però probabile che gli eventi del 21-26 maggio non comportino solo il fallimento di un determinato tentativo di forzare il ricambio politico, ma forse anche la fine del “ciclo rivoluzionario” del Paese.
In sostanza si può dire che la protesta, guidata dal movimento “Assemblea popolare” con a capo l'ex-presidente del parlamento Nino Burjanadze, si è conclusa già il primo giorno (21 maggio), quando sono scese in piazza solo 10.000 persone (presto ulteriormente diminuite fino a stabilizzarsi sulle 3-4.000), a fronte delle attese 50-60.000. I leader dell' “Assemblea” hanno cercato di convincere la gente a manifestare, ma in seguito alla scarsa partecipazione sono ricorsi a inviti dai toni infelici come “uscite dalle vostre tane”, “non comportatevi come ratti” e “siete fatti per strisciare”.
La canzone partigiana italiana "Bella Ciao" è presto diventata uno degli inni delle proteste di Tbilisi di questi giorni, come emerge anche da vari video caricati su youtube durante le proteste.
Il numero dei manifestanti aveva molta importanza per i “rivoluzionari”. Nino Burjanadze non aveva nascosto che sarebbe passata all'azione solo di fronte alla mobilitazione di 50-60.000 persone. Inoltre, in questo caso a manifestare si è vista poco la gente comune e molto di più gli attivisti dell'“Assemblea” e giovani con scudi e sbarre di plastica, appartenenti alla formazione informale dei “Giurati”. Ma alla fine, visto che gli inviti a manifestare non hanno funzionato, l'“Assemblea” è passata direttamente alla provocazione costruendo barricate sulla strada centrale di Tbilisi, dove il 26 maggio avrebbe dovuto tenersi una parata per il ventennale dell'indipendenza.
Alle autorità non rimaneva che annullare la parata o sciogliere la manifestazione. A giudicare dal loro atteggiamento, i leader dell'opposizione sembravano puntare alla dispersione delle proteste da parte della polizia per poi avvantaggiarsi dell'indignazione che questa avrebbe provocato. Ma la partecipazione popolare è rimasta scarsa e le cose sono andate diversamente.
Che l'“Assemblea” non sarebbe riuscita nel suo intento era evidente fin dal principio. I motivi per cui nemmeno i cittadini vicini all'opposizione sono scesi in piazza sono diversi: in primo luogo, si sono esaurite le energie e la spinta ideale del 2007-2009. Secondo, la gente ha capito che non ci può essere solo un cattivo governo, ma anche una cattiva opposizione. Le eterne divisioni e gli scontri interni a quest'ultima hanno mostrato chiaramente cosa accadrebbe se gli attuali oppositori andassero al governo.
A questi fattori se ne sono aggiunti altri più soggettivi. Nino Burjanadze, principale leader delle proteste, non è molto popolare: troppo ricca, troppo ingioiellata, troppo solita girare su belle macchine e troppo legata alla nomenclatura comunista. Inoltre, in questi mesi si è rovinata la reputazione incontrando Putin e rendendo troppo evidente il suo orientamento filorusso. Contro di lei ha giocato anche la chiara aspirazione ad una rivoluzione non pacifica: la sua retorica, così come la creazione di squadre semi-armate dal ruolo imprecisato, ha spaventato la gente che ha preferito non partecipare alla proteste.
Nino Burjanadze è stata a lungo presidente del parlamento georgiano (dal 2001 al 2008) e in due occasione ha svolto il ruolo di presidente ad interim. In seguito al conflitto dell'agosto 2008 in Ossezia del Sud, Nino Burjanadze si è allontanata da Saakashvili. Ha sviluppato una posizione di opposizione sempre più radicale, aprendo sempre di più al dialogo con Mosca. È la principale organizzatrice delle proteste del 21-26 maggio 2011.
Irakli Okruashvili è stato ministro della Difesa dal 2004 al 2006 ed era ritenuto uno dei "falchi" dell'amministrazione Saakashvili, favorevole ad un intervento militare in Ossezia del Sud per stabilire l'integrità territoriale della Georgia. Allontanato dal governo, si è unito alle fila dell'opposizione. Dopo un breve arresto nel 2007 è fuggito in Francia, dove ha chiesto e ottenuto asilo politico.
A complicare ulteriormente la situazione è intervenuto il fatto che l'“Assemblea popolare” non era l'unica organizzazione filo-russa e rivoluzionaria. Il “Partito georgiano” ha annunciato che Burjanadze non era all'altezza e fare la rivoluzione sarebbe spettato a loro. Per questo il 25 maggio sarebbe arrivato a Tbilisi Irakli Okruashvili, ex-ministro della Difesa e fra i fondatori del partito. Per motivi misteriosi, i leader del partito erano convinti che l'arrivo di Okruashvili avrebbe suscitato massiccio entusiasmo nella popolazione, che si sarebbe riversata per le strade nell'ordine di decine di migliaia. Non avevano però tenuto conto del fatto che il picco di popolarità di Okruashvili, attualmente residente a Parigi, era stato raggiunto nel novembre 2007. Alla fine l'ex-ministro, non intravvedendo fermento nella popolazione, ha deciso di non rischiare e rimanere a Parigi. Si può supporre che tale decisione sia stata il colpo di grazia per il Partito georgiano, già marginalizzato negli ultimi mesi.
Così, dato che nessuno dei partiti rivoluzionari è riuscito a coinvolgere la popolazione, il 26 maggio le autorità hanno avuto gioco facile a disperdere la manifestazione senza suscitare particolari proteste della popolazione né, soprattutto, da parte della comunità internazionale.
Va notato che, rispetto al novembre 2007 quando le autorità avevano represso con violenza manifestazioni dell'opposizione, la reazione della comunità internazionale è stata molto più contenuta. La sera del 25 maggio, l'ambasciata statunitense in Georgia ha rilasciato un comunicato in cui si diceva che “fra i manifestanti ci sono persone che cercano un clima violento”, un messaggio che può essere interpretato come un segnale del fatto che il governo di Tbilisi aveva ricevuto dagli alleati occidentali il via libera allo scioglimento della manifestazione.
Il motivo è divenuto chiaro dopo un paio di giorni, quando il ministero degli Interni ha diffuso scioccanti video e registrazioni in cui i leader della “Assemblea popolare” discutevano in dettaglio piani di destabilizzazione e la possibilità di portare forze speciali a Tbilisi. Le prove erano così lampanti che i leader dell'“Assemblea” non hanno potuto negare i colloqui, ma solo sostenere che fossero stati riportati fuori dal contesto. La giustificazione appare piuttosto debole, trattandosi di conversazioni di 10-15 minuti e non di un paio di frasi tagliate da una registrazione.
A quanto pare, i rappresentanti delle ambasciate hanno visto e ascoltato le testimonianze integrali e non solo i frammenti passati in televisione, e anche per questo non hanno protestato contro l'azione del governo nel suo complesso, ma si sono limitati a criticare alcuni episodi di eccessivo utilizzo della forza. Più decise invece le proteste di alcune organizzazioni internazionali. In particolare, rappresentanti di Osce e “Reporter senza frontiere” hanno duramente criticato l'uso di violenza nei confronti di giornalisti, mentre in un comunicato datato primo giugno Amnesty international ha dichiarato che elementi "numerosi e credibili" di violenze perpetrate dai protestanti non possono essere usati come un pretesto per ignorare la legge e gli standard internazionali per quanto riguarda l'uso della forza da parte della polizia.
In ogni caso, anche alcune ONG georgiane e altri partiti dell'opposizione hanno equamente stigmatizzato governo e “Assemblea popolare”. Si può quindi immaginare che il governo riuscirà presto a superare anche questa crisi. Ancora più importante sembra però il fatto che dopo questo ennesimo fallimento, tutte le forze d'opposizione abbandoneranno definitivamente l'idea di arrivare a un cambio di governo con l'uso della piazza o della forza.
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