L'Armenia ringrazia la Francia

Entusiasmo in Armenia e nella diaspora per il voto dell'Assemblea francese che sanziona la negazione del genocidio. Le reazioni in rete e per le strade della capitale, i messaggi ufficiali, le conseguenze sul difficile dialogo tra Yerevan e Ankara

L’Armenia e i rappresentanti della diaspora hanno accolto con messaggi di gratitudine e soddisfazione il voto del Senato francese che, il 23 gennaio scorso, ha approvato la legge che punisce la negazione del genocidio armeno. Su Facebook molti utenti hanno adottato una bandiera francese come immagine del proprio profilo, o hanno aderito al gruppo “Thank you France from all Armenians. Merci!”. A Yerevan molti cittadini si sono radunati fuori dall’Ambasciata francese per consegnare messaggi di ringraziamento e, la sera, fuochi d’artificio hanno rischiarato il cielo della capitale per festeggiare la notizia. C’è stata perfino una coppia di Gyumri che ha battezzato il primogenito col cognome del presidente francese. Nato il 25 gennaio, il piccolo Sarkozy è la viva testimonianza della gratitudine di un intero popolo: “A nome di tutti gli armeni e da parte mia, ringrazio Sarkozy per questo passo. Il nome di mio figlio è in suo onore”, ha dichiarato il padre del neonato, Karapet Avetisyan ad Armenialiberty.

I ringraziamenti della Yerevan ufficiale e della diaspora

Anche negli ambienti ufficiali l’adozione della legge francese ha ricevuto un'accoglienza calorosa. Il presidente Sargsyan ha indirizzato una lettera di ringraziamento al suo omologo francese, enfatizzando come il gesto confermi “la grandezza e la devozione della Francia ai valori umani universali. È un giorno storico per gli armeni di tutto il mondo […] indimenticabile, e verrà scritto in oro nella storia dei popoli armeno e francese”.

La ministra della Diaspora, Hranush Hakobyan, ha riconosciuto la “brillante vittoria” conseguita dalla determinazione di Sarkozy sulle “minacce e offese della Turchia, che non hanno influenzato la decisione del Senato”, come ha riferito il servizio stampa del ministero il 24 gennaio. “Oggi centinaia di migliaia di armeni, portatori di un destino e di una memoria storica, sono orgogliosi della propria discendenza e cittadinanza francesi. Sono sicura che l’esempio della Francia contagerà altri Paesi europei”.

Ai ringraziamenti si sono aggiunti messaggi di speranza, che questo sia solo il primo passo verso un’ampia diffusione del riconoscimento del genocidio. Kiro Manoyan, capo dell’Ufficio Affari Politici della Federazione Rivoluzionaria Armena (ARF), ha parlato di “successo politico per tutti” e di “vittoria di tutti gli armeni”, pronosticando l’inizio di una “nuova fase dopo che con la firma di Sarkozy la legge entrerà in vigore”. Sharmazanov, vicepresidente dell’Assemblea Nazionale, ha dichiarato nella conferenza stampa del 24 che “l’adozione del disegno di legge da parte del Senato francese servirà da esempio ad altri Paesi europei: tutti devono capire che la negazione del genocidio è un crimine, proprio come la sua attuazione”.

Dello stesso parere anche alcuni esponenti della diaspora. Hrach Varzhapetyan, direttore dell’Ufficio dell'ARF a Parigi, ha pronosticato in un’intervista ad Armenpress il 23 gennaio che “alcuni Paesi, compresa la Russia, seguiranno l’esempio della Francia”. Oltreoceano, il direttore del Comitato Nazionale Armeno d’America (ANCA), Aram Hamparian, ha lodato il “coraggio della Francia”, invitando al contempo il presidente Obama a “onorare la promessa (fatta nel 2008 in campagna elettorale, ndr) di riconoscere il genocidio”, come ha riferito il quotidiano della diaspora statunitense occidentale Asbarez.com il 24.

Le ripercussioni sul dialogo turco-armeno

Il disegno di legge francese ha provocato però la dura reazione di Ankara e aperto il dibattito sul futuro del processo di normalizzazione delle relazioni turco-armene.
Già dopo il primo voto del Parlamento francese (22 dicembre), Rober Koptaş, del settimanale bilingue turco-armeno Agos pubblicato in Turchia, aveva espresso le proprie riserve: “I turchi non ne sanno abbastanza della questione e punire chi nega questa fase storica in un Paese straniero […] non mi sembra giusto. La reazione in Turchia è estrema, perciò la legge francese danneggerà i nostri sforzi di discuterne qui”. Dello stesso parere anche Sergey Minasyan, del Caucasus Institute: “Gli armeni esultano ma le relazioni turco-armene diverranno più tese”, ha commentato in conferenza stampa il 24 gennaio.

Richard Giragosian, direttore del Regional Studies Center di Yerevan, ha dichiarato in una recente intervista per l’Institute for War and Peace Reporting (IWPR) che “a causa dell’eccessiva reazione della Turchia, il disegno di legge francese renderà difficile la diplomazia tra Yerevan e Ankara nel breve periodo, ma potrebbe finire per avere un effetto positivo nel medio periodo”.

Giragosian ha spiegato ad Osservatorio che tre fattori potrebbero spingere la Turchia a riavvicinarsi all’Armenia: “Innanzitutto, prendendo le distanze dalla Francia e quindi dall’UE, Ankara inizierà a guardare a Oriente. In secondo luogo, il voto al Senato francese, aumentando la pressione per il riconoscimento, si ripercuoterà all’interno della Turchia: la vera arena per il riconoscimento del genocidio è la Turchia stessa, in particolare la sua società civile”.

Secondo l’analista, i progressi maggiori compiuti in questi ultimi tempi sono legati proprio alle iniziative della società civile che “non hanno aperto il confine ma hanno aperto le menti”. Un recente esempio a tale riguardo è stata la commemorazione dedicata a Hrant Dink, giornalista turco di origini armene assassinato il 19 gennaio 2007: il giorno del quinto anniversario della morte, migliaia di persone hanno marciato per le strade di Istanbul per ricordare il giornalista e chiedere giustizia.
Due giorni prima, il 17 gennaio, una corte di Istanbul aveva condannato al carcere a vita l’ultranazionalista Yasin Hayal, assolvendo però diciannove altri imputati dall’accusa di far parte di un gruppo terrorista e invalidando così di fatto la teoria del complotto e il presunto coinvolgimento di funzionari statali nell’omicidio.
Infine, “riallacciare i rapporti con l’Armenia potrebbe essere la prima e unica vittoria per Ankara dopo tante difficoltà in politica estera, come le tensioni con Israele e Siria”. Verosimilmente, secondo Giragosian, “la Turchia non ratificherà i Protocolli del 2009, ma cercherà comunque di realizzarne il contenuto”.

Il difficile percorso diplomatico, la mediazione elvetica

Secondo il ministro degli Esteri Nalbandyan, in visita a Vilnius il 26 gennaio scorso, “la legge francese non ostacolerà gli sforzi per normalizzare le relazioni con la Turchia: tutti sanno che, se c’è qualcuno che ostacola la normalizzazione, quella è la Turchia stessa”. Il 30 gennaio, alla televisione, il responsabile degli Affari Esteri dell'Armenia ha aggiunto che “la risposta furiosa di Ankara e le dichiarazioni offensive […] dimostrano la necessità del provvedimento francese. Sarà possibile negoziare quando Ankara sarà pronta a passi concreti. Di certo, la Turchia non può tenere i confini chiusi per sempre”.

A margine del Summit OSCE di Vilnius, lo scorso dicembre, secondo Giragosian la Svizzera avrebbe offerto la propria mediazione per la ripresa dei colloqui tra Yerevan e Ankara: “I colloqui potrebbero riprendere, in forma più lenta e meno impegnativa, con la mediazione elvetica, ma tutto dipenderà dalla Turchia, la cui reazione eccessiva ha attirato l’attenzione internazionale”.

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