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La condanna a Predrag Matvejević ita eng

Predrag Matvejević

Predrag Matvejević

La conferma di una condanna. Per aver definito “nostri talebani” quegli scrittori che, con le loro penne, servirono le guerre nei Balcani. Osservatorio Balcani e Caucaso esprime la sua solidarietà all'amico Predrag Matvejević e aderisce all'appello a firma di Melita Richter

 

L'appello

I giornali italiani, “il Piccolo” incluso, hanno fatto ballare la notizia come un valzer malefico: cinque anni, cinque mesi, quattro mesi, due anni di prescrizione… Come se infine fosse tanto importante la durata della pena inflitta. Non si tratta solo del peso della condanna tradotta in misura temporale, si tratta del suo valore simbolico e reale, del messaggio che essa emette. E questo non può essere onorevole per chi l’ha ideato, per la magistratura croata. Né per il paese che aspira a brillare come la ventottesima stella nel cielo dell’Unione Europea.

La vicenda 

«Pensavo che questa vicenda fosse finita per sempre. Invece i talebani si sono moltiplicati. Ma io non mollo. Pensavo che questa storia fosse finita. Pensavo di non dover mai più risentire di quel processo»: così Predrag Matvejević ha commentato in un'intervista con Il Manifesto la condanna della Corte Suprema croata a cinque mesi di carcere (con due anni di condizionale) per aver definito «nostri talebani» alcuni scrittori nazionalisti, serbi, croati, bosniaci. Lo scrittore era stato querelato sei anni fa da Mile Pesorda, poeta bosniaco, ultranazionalista croato. Seguì la condanna in primo grado a 5 mesi di reclusione da parte di un tribunale di Zagabria nel novembre 2005 per “ingiuria”. Matvejevic rinunciò all'appello per non legittimare quel processo. Nei giorni scorsi la Corte Suprema della Croazia ha stabilito che quella sentenza non fu illegale e che, se proprio Matvejević voleva rigettarla, avrebbe dovuto ricorrere in appello.

Parliamo della condanna che la Corte di Cassazione di Zagabria ha confermato nei riguardi dello scrittore, umanista, illustre intellettuale, Predrag Matvejević, grande entusiasta dell’idea europeista, uomo che ha sempre scrutato orizzonti vasti ed infiniti dei mari e delle sponde che promettevano terre senza confini, senza sbarramenti e fortezze. E quando gli altri indicavano ai popoli di quel Paese ex come agli ultimi barbari e scannatori balcanici, egli ha ripreso a viaggiare il mondo scegliendo l’esilio per portare con sé il bagaglio prezioso della letteratura, della filosofia, della sapienza e della pratica dialogica alle quali non ha mai rinunciato, dispiegandole davanti agli interlocutori stupiti di tanta ricchezza. Lo ha fatto negli atenei, nei parlamenti, nelle piazze, nei teatri, nelle commissioni europee, nei salotti letterari, come tra le rovine della sua patria, schierandosi con coloro che hanno sofferto di più, mai seguendo una linea etnica.

“Bisognava prendere posizione”, scriveva allora, “oppure tradire se stessi. Ho poca stima per coloro che pongono lo spirito di parte al di sopra dei principi, la nazionalità prima dell’umanità. Una grandissima responsabilità incombe su di loro”. Per questo non poteva non denunciare la responsabilità dell’intelighenzia nazionalista, coloro che hanno fomentato l’odio etnico e inneggiato alle “guerre patriottiche”, gli ideologi voltagabbana. Li ha chiamati per il nome che gli sembrava il più appropriato, gli uni, “i Signori della guerra”, gli altri “i nostri Talebani” (ripreso poi da il Piccolo come “Talebani cristiani”); responsabilità diverse, posizione ideologica la stessa: ardente nazionalismo. Uno dei Talebani (e mi riprendo la licenzia di non riportare il suo nome) lo ha trascinato in tribunale, uno che non passerà alla storia per i testi letterari che ha scritto. Matvejević non ha ritrattato, non l’avrebbe mai fatto e non ha fatto ricorsi. Sarebbe andato in galera, era pronto.

Dalla prima sentenza di quattro anni fa sembrava che i tempi fossero cambiati e che il Paese avesse preso un altro cammino. Ed è così, ma la melma sedimentata nella palanka balcanica difficilmente viene spazzata dai venti della democratizzazione. Convive, poltrisce, colpisce e sporca. La storia è arcinota, ma il messaggio è preoccupante: per un delitto verbale - e siamo nell’anno 2010 - , viene condannato colui che è stato sempre un prometeo del pensiero libero, uno spirito critico, un antifascista dichiarato, mentre si suggerisce che i derivati di un ideologia del fascismo e nazional-fascismo, come lo dirà lo scrittore Miljenko Jergović, siano opportuni, desiderabili. “Difendendo il diritto del querelante”, continua Jergović, “la magistratura croata ha difeso la sua ideologia, la sua comunità politico-sociale e l’intera subcultura radicale della destra.” Per questo riteniamo che non sia tanto importante la durata della condanna, ma i valori che essa promuove. Per questo ancora, oltre alla nostra stima e l’amicizia, siamo con Matvejević e esprimiamo la sentita solidarietà e il fraterno appoggio alla sua Causa.

Infine, oggi più che mai sono diventate valide le parole che egli espresse nel libro Mondo ex:

“I veri vincitori, quelli che sanno difendere i valori, perdono il più delle volte le loro battaglie.”

 

Per aderire all'appello inviare una mail a gabriella.musetti@gmail.com

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