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Azerbaijan: rapporti tra Stato e Islam

Azerbaijan: rapporti tra Stato e Islam

Baku: vista sul Mar Caspio

In Azerbaijan il governo controlla severamente le comunità religiose islamiche con il rischio di spingere gruppi, altrimenti pacifici, verso idee più radicali. Un rapporto di Crisis Group

A cura dell' International Crisis Group, Europe Report N°191; Baku/Tbilisi/Brussels, 25 marzo 2008; (titolo originale: "Azerbaijan: Independent Islam and the State").
Traduzione di Carlo Dall'Asta per Osservatorio sul Caucaso

Le voci secondo cui gravi attentati terroristici sarebbero stati sventati in Azerbaijan alla fine del 2007 hanno stimolato la discussione su fino a che punto nel Paese petrolifero l'estremismo islamico sia davvero una minaccia. L'Azerbaijan è uno Stato laico con una popolazione in prevalenza composta da musulmani moderati (soprattutto sciiti). Fin dalla separazione dall'Unione Sovietica e dall'indipendenza del 1991, sono emersi gruppi indipendenti sunniti e sciiti che rifiutano l'autorità spirituale del clero ufficiale. Alcuni sono gruppi politicizzati ma ma molto pochi - e probabilmente nessuno - sembrano orientati ad impiegare la violenza per rovesciare lo Stato. Il governo ha comunque espresso preoccupazione rispetto a questi gruppi "indipendenti", e cerca di controllarli anche attraverso la repressione. Questa strategia rischia però di radicalizzare dei pacifici attivisti religiosi.

Dopo il 1991 l'Azerbaijan è diventato un obiettivo per vari movimenti religiosi che vi si contendono la supremazia. Sono arrivati per fare proselitismo missionari e beneficenze dall'Iran, dal Medio Oriente e dalla Turchia, come pure singoli individui dal Caucaso settentrionale russo. Alcuni si è detto fossero legati alle reti dei militanti islamici, inclusa al-Qaeda. Molti sono stati espulsi dallo Stato, e attualmente solo i gruppi turchi continuano a lavorare relativamente indisturbati.

In larga misura ispirate e finanziate da gruppi stranieri, le comunità religiose indipendenti sono cresciute molto più rapidamente delle moschee ufficiali. Il Salafismo, di cui fino a venti anni fa in Azerbaijan non si era praticamente mai sentito parlare, si è guadagnato una solida posizione soprattutto a Baku e nel Nord del Paese. Anche i gruppi di sciiti che si rifiutano di riconoscere la leadership spirituale sostenuta dallo Stato sono diventati sempre più numerosi, ma solo pochi di loro possono essere considerati gruppi politici, e ancora meno militanti. Nondimeno, il governo è sospettoso verso tutte le espressioni indipendenti dell'Islam e cerca di controllare questi gruppi attraverso il Comitato Statale per la Collaborazione con le Oganizzazioni Religiose (SCWRO) e i Consiglio dei Musulmani del Caucaso (CBM), e generalmente reprime prontamente le manifestazioni di indipendenza. I pacifici seguaci dei gruppi al di fuori del controllo del CBM sono, stando a quanto essi stessi dicono, regolarmente perseguitati e imprigionati.

Il governo giustifica la sua linea dura menzionando l'esigenza di combattere l'estremismo e di prevenire il terrorismo, e adduce significativi successi. All'inizio degli anni '90, lo Stato era relativamente debole, e apparentemente erano attivi alcuni gruppi estremisti. Nel rafforzarsi lo Stato è diventato, si dice, sempre più abile nell'arrestare e nel condannare gli estremisti. Gli osservatori indipendenti mettono però in dubbio che le persone fatte oggetto di questo trattamento abbiano effettivamente dei legami operativi con gli estremisti.

Il governo ha impiegato metodi eccessivi per controllare delle pacifiche attività religiose, e i processi dei presunti estremisti si tengono spesso a porte chiuse, utilizzando prove raccolte sotto coercizione. Le comunità religiose indipendenti, nonché alcuni esponenti dell'opposizione politica, sostengono che le autorità esagerano la minaccia terrorista islamica per guadagnare dall'Occidente simpatie e tolleranza per le loro inclinazioni antidemocratiche. La tattica del governo rischia come minimo di spingere gruppi altrimenti pacifici verso la jihad; la radicalizzazione, se non è ancora aperta violenza, sta diventando però visibile in una minoranza della comunità salafite. La sfida è quella di fermare tutti i gruppi propensi alla violenza, pur assicurando la libertà di culto.

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Il governo ha intrapreso alcuni passi per rafforzare la cooperazione coi credenti, migliorando l'istruzione per i giovani religiosi e riformando il CBM. Sta cercando di coltivare un Islam autoctono, basato su valori e tradizioni locali, per fermare l'invasione di forme di culto straniere, ma dovrebbe estendere i suoi sforzi fino ad includere le organizzazioni non governative (ONG) e le comunità indipendenti in un ampio dibattito su Stato e religione. E, cosa ancora più importante, il governo dovrebbe trovare un modo di rapportarsi coi gruppi indipendenti senza criminalizzarli e sia più rispettoso dei diritti religiosi.

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