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La nuova Cecenia

La nuova Cecenia

"Grozny, ormai, non finisce di colpirci per la sua vitalità. La voglia di ricostruzione si sente ed è il coperchio che contiene e sfiata tutti i miasmi residuati da anni di guerra". Massimo Bonfatti, presidente di Mondo in Cammino racconta il suo ultimo viaggio in Cecenia, Inguscezia e Ossezia del Nord

Fonte: Progetto Kavkas - Mondo in Cammino

Sono appena tornato dalla prima missione di MIC in Caucaso del Nord per il 2008: Vladikavkaz-Nazran-Grozny A/R. Tensioni ed impressioni nuove si aggrovigliano nel mio cervello e nel mio cuore.

Grozny, ormai, non finisce di colpirci per la sua vitalità. La voglia di ricostruzione si sente ed è il coperchio che contiene e sfiata tutti i miasmi residuati da anni di guerra. Kadyrov l'ha capito: la costruzione è più conveniente della distruzione ed in essa si riciclano, o per convenienza o per necessità propria - veicolata od obbligata - tutti (dai kadirovisti ai guerriglieri, dal FSB ai vecchi compagni di Mashkadov). La voglia di ricostruzione, di riprendere a progettare, di investire anche nella speranza del futuro è, al momento, più forte della voglia di indipendenza, dell'analisi politica, dell'elaborazione civile del conflitto e dei suoi massacri, della negoziazione culturale che sappia anticipare e prevedere, almeno nel medio termine, un destino (il più autonomo possibile) del soggetto politico Cecenia.

È una vera e propria ebbrezza di ricostruzione, finchè durerà. Il muratore ci fa vedere orgoglioso il palazzo con le impalcature di legno per la ristrutturazione e ci elenca il numero di bombe che i "russi" hanno dovuto sganciare per danneggiarlo: "Hanno speso più soldi loro per colpirlo, che noi per ricostruirlo". E poi, oggi, è grande festa a Grozny: il traffico è impazzito, tutti gli alberghi sono "sold out", il mercato brulica all'inverosimile, i giovani girano con sciarpe sgargianti, troupe televisive intervistano le persone. Prende il via il campionato di calcio e, dopo 6 anni, la squadra locale, il Terek, potrà giocare finalmente nel proprio stadio rinnovato.

Vladikavkaz, invece, è sempre la stessa. L'Ossezia del Nord, protettorato russo, è la punta di diamante della politica del Cremlino nel Caucaso del Nord ed è il megafono per amplificare le brame di indipendenza dei "fratelli" dell'Ossezia del Sud. Ci sentiamo molto più "osservati" che a Grozny. Cordialità, promesse, ma il Distretto del Prigorodni ci viene negato in quanto stranieri. Ufficialmente non perché interveniamo con progetti di pacificazione fra osseti ed ingusci, bensì per la nostra incolumità e per l'impossibilità di assicurarci un'adeguata scorta (sigh!)... ma la prossima volta, dicono, ci faranno entrare. Praticamente, invece, per evitarci di venire a conoscenza delle ultime strane sparizioni che riguardano ora l'una, ora l'altra etnia...e poi siamo troppo vicini alla turbolenta Georgia. Più che una restrizione antidemocratica, sembra un provvedimento stupido. Infatti, incontriamo ugualmente il comitato interscolastico che unisce i genitori e gli insegnanti della scuola osseta ed inguscia del villaggio di Tarskoe, a Vladikavkaz, presso un centro privato.

Il Prigorodni, come ormai risaputo, è "de facto" terra inguscia. E l'Inguscezia, dove incontriamo i nostri amici di Memorial a Nazran, è la "nuova Cecenia". Gli omicidi sono all'ordine del giorno. Le possibilità di comunicazione interrotte (la sede di Memorial è appena uscita da un "black out" telefonico, quindi Internet ed e mail inutilizzabili, di una settimana).

Shakhman ha la testa altrove. Deve presenziare alla commemorazione funebre di un giovane, poco più che ventenne, ucciso in una "zachistka", semplicemente perché sospetto terrorista, in quanto fratello di un presunto combattente. Shakhman conosceva il ragazzo e ne conosce i genitori: ottima famiglia, tutto falso. Shakhman è nervoso: non solo per la causa presentata alla Procura repubblicana contro il black out subìto, ma perché gli manca Katia tornata a San Pietroburgo ad accudire il padre malato, finito il periodo presso la sede di Memorial.

Chiediamo a Yakub perché in Inguscezia ci sia questa difficile situazione. La spiegazione è semplice: nel Caucaso del Nord c'è bisogno di un "ventre molle" dove poter esercitare e dare sfogo alla politica colonialistica di Mosca. Chi meglio di Zyazikov (intento solo ai propri interessi personali ed ex generale del KGB) può assicurare la permanenza della politica del terrore in Caucaso del Nord? Non vi siete chiesti, ci dice, come mai i terroristi di Beslan sono passati inosservati in Inguscezia? Vi siete mai chiesti, dico io, perché Zyazikoz dopo l'attentato di Beslan abbia ricevuto da Putin un alto riconoscimento patriottico?

Ma i fatti prendono il sopravvento sui ragionamenti. Il giorno dopo (14 marzo) mentre torniamo da Grozny a Nazran, poco prima dell'Ufficio di Memorial, restiamo imbottigliati nel traffico. Pensiamo ad un incidente. Dopo alcuni minuti passiamo a pochi metri dal corpo mitragliato del locale capo della sezione penale del MVD. Rappresaglia. Normalità per Nazran.

Albert ci riaccompagna al check point per rientrare in Ossezia: "Siamo poco più di 400.000 abitanti. La nostra è una repubblica piccolissima ed è la più povera all'interno della Federazione Russa. Perché Mosca permette questa carneficina, forse per dare una possibilità di lavoro alle forze speciali e tenerle in esercitazione? In ogni caso noi, vista l'entità, ogni giorni versiamo lacrime, perché qualora sia un poliziotto qualora sia un "separatista", in qualche modo siamo coinvolti da vincoli di parentela che, sempre di più, diventano trasversali. Alla prossima, amici!".

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