Turchia: parte la corsa alle presidenziali

1 luglio 2014

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Ekmeleddin İhsanoğlu, Selahattin Demirtaş e Recep Tayyip Erdoğan: sono questi i nomi dei tre principali candidati che si sfideranno il prossimo 10 agosto nella corsa alla 12° presidenza delle Repubblica Turca.

İhsanoğlu, candidato della coalizione tra partito repubblicano (CHP) e partito nazionalista (MHP), è sicuramente il nome nuovo, la carta che i due maggiori partiti d’opposizione di tradizione secolare hanno giocato per cercare di attrarre il voto di una parte dell’elettorato religioso, che costituisce lo zoccolo duro del consenso elettorale di Erdoğan. Accademico  e diplomatico di fede musulmana, nonché ex segretario generale dell’Organizzazione della Cooperazione Islamica (OCI), İhsanoğlu ha saputo smorzare rapidamente le deboli proteste della minoranza interna più radicalmente laica, specialmente dopo la visita ad Anıtkabir, il Mausoleo di Atatürk ad Ankara, durante la quale ha omaggiato il padre fondatore della nazione. La candidatura di İhsanoğlu è stata da più parti percepita come indice di un profonda trasformazione all’interno dell’area politica secolare ereditaria del kemalismo e come una vittoria personale del segretario CHP Kılıçdaroğlu.

Selahattin Demirtaş è invece il candidato per il Partito Democratico Popolare (HDP), sigla filiazione del partito pro-curdo BDP di cui Demirtaş è stato presidente. L’HDP si caratterizza come partito della sinistra liberal, sensibile a tematiche come i diritti delle minoranze (non solo curda, ma anche alevita e armena) l’uguaglianza di genere e i diritti LGBT. Sebbene siano pressoché nulle le possibilità di una sua vittoria alle elezioni, che si presentano come una corsa a due tra Erdoğan e İhsanoğlu, Demirtaş sa di poter far pesare politicamente le proprie preferenze in caso si andasse al ballottaggio.

Recep Tayyip Erdoğan, attuale primo ministro del governo in carica AKP, è colui che sembra destinato a far la parte del leone. È certamente il candidato favorito, forte soprattutto del risultato elettorale delle amministrative dello scorso marzo, che gli hanno regalato una base di consenso ben oltre il 40% e permesso di superare indenne (anzi, rafforzato) un difficile 2013, caratterizzato dalle forti contestazioni di Gezi Park, dagli scandali giudiziari e da un isolamento internazionale sempre più consistente, sia nei rapporti con l’Occidente, sia con il mondo arabo. Punta ad un elezione diretta al primo turno, ma non si farà trovare impreparato in caso di ballottaggio, soprattutto grazie al lungo corteggiamento nei confronti del BDP, in particolare grazie al processo di pace tra stato turco e PKK avviato dal governo nel 2012 con i colloqui tra Erdoğan e il leader PKK Öcalan. Nel suo discorso di candidatura, Erdoğan ha indicato nella riforma della presidenza della repubblica il principale obiettivo del suo eventuale mandato, sostenendo che il Presidente non possa più essere una figura di mera rappresentanza, ma vada dotato di reali poteri e legittimato attraverso l'elezione diretta.


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