Pierre/flickr

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Con lo scoppio della guerra in Siria il governo di Ankara è stato costretto a rivedere il proprio approccio in politica estera. Secondo Mete Çubukçu, uno dei più noti giornalisti della tv nazionale turca, è ora necessario un profondo ripensamento. Nostra intervista

28/11/2013 -  Fazıla MatAlba Gilabert Istanbul

Perché la Turchia non accetta l’aiuto delle organizzazioni internazionali per affrontare la questione dei rifugiati siriani?

Quando la Turchia ha cominciato a ricevere i profughi siriani, il governo aveva indicato un tetto massimo di accoglienza di 100mila persone. Al momento il numero dei rifugiati ha superato i 600mila, dato destinato ad aumentare. Fin dall’inizio sulla questione la Turchia ha adottato una politica che respingeva ogni tipo di interferenza delle istituzioni e delle potenze internazionali. Ha creduto di poter risolvere la questione autonomamente, e lo crede ancora, ma considerato il numero attuale dei rifugiati, ha ormai superato le proprie capacità di accoglienza e presto forse non potrà più andare avanti da sola.

Il perché la Turchia non abbia accettato un controllo internazionale nei propri campi profughi, a differenza ad esempio della Giordania dove ci sono i campi dell’ONU, è oggetto di discussione da oltre due anni. È stato affermato che la Turchia ospitasse gruppi di opposizione armata nei propri campi. Alcune di queste teorie sono state provate, altre invece no. Una cosa è certa: Ankara non ha voluto l’interferenza dell’ONU nei campi perché ha paura di perderne il controllo. A mio avviso la Turchia ha fatto un errore di valutazione nella ricezione dei rifugiati, contribuendo ad accelerarne il flusso. E adesso anche se non viene detto apertamente è arrivata al punto di non riuscire più a sostenerlo.

Come sono cambiati i rapporti della Turchia con i paesi del Medio Oriente e con la Siria, in particolare negli ultimi mesi?

Mete Çubukçu

Mete Çubukçu

All’inizio della guerra siriana la Turchia ha impostato la propria politica spingendo per la destituzione di Bashar al-Assad. Ma negli ultimi due anni e mezzo abbiamo assistito a sviluppi in tutt'altra direzione. Le forze ribelli, che la Turchia ha supportato, non sono riuscite ad avere il successo sperato. Sono intervenute altre potenze mondiali nella questione ed Ankara non è riuscita nel suo intento di rovesciare al- Assad. Tutti questi fattori, assieme alla resistenza imprevista dimostrata dal regime siriano, hanno fatto sì che Ankara rimanesse isolata. All’inizio il governo turco credeva di poter ricevere un maggiore sostegno dagli USA, mentre col passare del tempo, pur continuando a mantenere un ruolo importante, si è resa conto sempre più della propria solitudine ed ha temuto di essere messa da parte.

Ha quindi abbandonato l'atteggiamento interventista, soprattutto dopo l’accordo raggiunto all’ultimo momento tra la Russia e gli USA, seguito all’utilizzo delle armi chimiche a Gouta. Ankara si è dovuta tirare indietro, almeno in parte, assumendo un profilo più basso. Ma si è sentita in obbligo di rallentare le proprie iniziative soprattutto perché è stata accusata di permettere a forze vicine ad al Qaida di attraversare il proprio territorio. È stato poi sostenuto che le armi inviate dalla Turchia all’Esercito libero siriano finissero nelle mani di gruppi affiliati ad al Qaida. Il passaggio di alcuni territori al confine con la Turchia nelle mani di questi gruppi, le pressioni esercitate dagli USA e la perdita di controllo sulle forze ribelli hanno quindi costretto Ankara a fare passi indietro.

La Turchia è cambiata notevolmente negli ultimi dieci anni, anche grazie all’implementazione di un processo di riforme. I cambiamenti hanno interessato anche la politica estera?

La Turchia è veramente cambiata negli ultimi dieci anni. Dal punto di vista economico, in politica interna ed estera. Dal punto di vista economico è aumentato il reddito medio, sono arrivati flussi di investimenti dall’estero, c’è stata una perdita di potere tra i ranghi dei militari e tra chi voleva mantenere il potere senza essere eletto dal popolo. Militari accusati di aver ordito un golpe sono stati mandati in prigione e l’esercito si è ritirato dalla politica.Tuttavia, quando si analizzano gli ultimi due anni, ma già dal 2009, si osserva una retromarcia nelle politiche del governo sulle riforme. Parallelamente a passi di democratizzazione sono stati messi in atto anche diverse interferenze nella vita delle persone: interferenze riguardanti la loro vita privata, il sistema di istruzione, gli spazi di vita. È per questo che le riforme politiche effettuate sono accompagnate da una serie di dubbi.

Per quando riguarda invece le relazioni internazionali, molte cose sono cambiate, ma non ritengo che il governo abbia una visione così chiara della linea politica da adottare. La Turchia è legata con un piede nell’Unione europea e nessun governo turco può permettersi di farne a meno. Anche il governo attuale all’inizio ha sostenuto con forza l’adesione all’UE, e in questo merita di essere lodato, ma successivamente ha fermato il processo e ha preferito una politica che privilegiasse i rapporti con il Medio Oriente e altri paesi orientali.

Inizialmente, anche questo approccio era in sé positivo perché basato sul concetto degli “zero problemi con i vicini”. Ma mantenere una simile politica richiedeva un soft power costante. La Turchia, invece, dopo le ribellioni arabe non ha saputo bene quale linea seguire. La guerra in Siria ha poi rovesciato completamente il paradigma della politica estera turca. Diversi analisti sostengono che la Turchia mirasse ad affermare nel Medio Oriente la linea politica dei Fratelli musulmani. Ma questo intento è fallito dopo il colpo di stato in Egitto e con l’andamento della guerra in Siria. A mio parere quello che deve fare ora la Turchia è rivedere questa sua politica e impostarla da capo.

Il premier Erdoğan vuole veramente che la Turchia entri nell’UE?

Io ritengo di sì e voglio credere che sia così. Ma anche l’approccio dell’UE alla Turchia ha contributo a rendere più debole la percezione dell’UE sia tra l’opinione pubblica che tra i politici. Un punto di vista diverso dal mio ritiene che Erdoğan non intenda realmente far entrare la Turchia nell'Unione europea e utilizzi il rifiuto di quest’ultima a proprio vantaggio, per allontanarsene ulteriormente. Ma noi sappiamo che la Turchia non può veramente fare a meno dell’Europa né dal punto di vista economico e nemmeno dal punto di vista militare e politico. Lo sanno tutti, sia gli uomini d’affari che i politici e la gente comune. Quando il governo lancia l’ipotesi dell’adesione al gruppo di Shanghai o l’acquisto dei missili dalla Cina, io ritengo solo che voglia diversificare le proprie scelte. Ma non penso che il Premier Erdoğan abbia veramente intenzione di staccare la Turchia dall’UE.

Qual è il prezzo che la Turchia deve pagare per entrare in Europa?

E’ una domanda che andrebbe fatta ad entrambe le parti in causa. Anche l’Europa dovrebbe dire qual è il prezzo che deve pagare per accoglierla. Nel caso della Turchia, la risposta è la democratizzazione, democratizzazione continua e in tutti i campi, facendo in modo di rispettare i criteri di adesione all’UE.

 

Questa pubblicazione è stata prodotta con il contributo dell'Unione Europea. La responsabilità sui contenuti di questa pubblicazione è di Osservatorio Balcani e Caucaso e non riflette in alcun modo l'opinione dell'Unione Europea. Vai alla pagina del progetto Racconta l'Europa all'Europa


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