Hacibektaş (foto A. Rossini)

Hacibektaş (foto A. Rossini)

Dalle proteste di Gezi Park alla guerra in Siria. La parabola dei diritti della consistente minoranza alevita. Un approfondimento dalla provincia di Hatay

20/12/2013 -  Fazıla Mat Istanbul

Secondo un rapporto pubblicato a fine novembre dalla polizia turca, il 78% dei partecipanti alle manifestazioni per Gezi Park era alevita. Gli aleviti in Turchia, si sa, costituiscono una “minoranza” di almeno 15 milioni di persone afferenti ad un Islam che si differenzia dal sunnismo per diversi riti e pratiche religiose e per il suo carattere eterodosso. Il campione di persone prese in esame per la compilazione del rapporto in questione riguarda 5.513 soggetti fermati durante le proteste.

A parte le polemiche sul come le forze dell’ordine si siano procurate questo “dato” di difficile reperibilità, a meno di una pregressa e illegale attività di catalogazione riguardante questi “sospettati” non-sunniti, la forte presenza alevita durante i fatti di Gezi resta una realtà oggettiva. Numerosi quartieri, come Gülsuyu, Gazi, Okmeydanı, Ümraniye (Istanbul), Dikmen, Tuzluçayır (Ankara), Armutlu, (Antakya-Hatay), abitati prevalentemente dalla sinistra alevita sono stati teatro delle proteste più accese nei mesi estivi. A tal punto che qualcuno si è domandato se non si possa addirittura parlare di “un’insorgenza alevita”.

Un dialogo non concluso

Antakya (foto F. Mat)

Antakya (foto F. Mat)

La risposta a questa domanda andrebbe ricercata su due fronti distinti. Il primo riguarda le politiche condotte dal governo del premier Tayyip Erdoğan nei confronti della minoranza. La designazione degli aleviti a capro espiatorio delle manifestazioni avvenute la scorsa estate non ha fatto altro che gettare ulteriore benzina su una situazione già estremamente infuocata. I leader della comunità accusano il governo, che identificano sempre più con una formazione apertamente pro-sunnita, di utilizzare costantemente la carta settaria per fini politici e mantenere salda la propria base elettorale. Viene inoltre denunciato uno sforzo sistematico di diffamazione della minoranza che sfocia nella vita quotidiana in episodi di discriminazione, nell’esclusione dalle funzioni pubbliche, nel timore di perdere il proprio posto di lavoro.

Dopo il dialogo iniziato nel 2009 da Ankara con i rappresentanti della comunità alevita, ma mai arrivato a conclusioni concrete, le richieste della minoranza sono rimaste ancora una volta escluse dal “pacchetto di democratizzazione” comunicato dal governo lo scorso settembre. Fedeli difensori della laicità fin dagli albori della repubblica, gli aleviti vogliono che lo stato mantenga l’equidistanza da tutte le professioni religiose. Il Direttorato degli affari religiosi, l’ente pubblico preposto alla gestione dei bisogni religiosi della comunità, è infatti finanziato con le tasse pagate da tutti i cittadini, ma rappresenta solo l’islam sunni-hanefita.

La richiesta principale degli aleviti consiste nel riconoscimento delle cemevi, loro luoghi di culto e l’esenzione dei figli dall’ora di religione a scuola, impostata sempre secondo una prospettiva sunnita.

La questione siriana

Il secondo fronte dove cercare le cause della scontentezza della popolazione alevita è la politica regionale perseguita da Ankara dall’inizio della guerra civile in Siria. Una politica le cui conseguenze sono sentite particolarmente nella provincia di Hatay, al confine siriano, dove una buona parte della popolazione è composta da aleviti arabofoni che hanno fortissimi legami culturali e familiari con gli aleviti siriani. Si parla di circa 600mila persone che vivono nella sola Hatay, che raggiungono i 2 milioni nella regione tra Adana e Mersin.

Fin dall’inizio del conflitto, gli aleviti si sono dimostrati solidali con al-Assad. L’arrivo di centinaia di migliaia di profughi siriani in Turchia, l’approccio apertamente pro-sunnita di Ankara e il permesso di transitare liberamente nel proprio territorio concesso dalle autorità turche ai militanti dell’opposizione siriana, tra cui anche gruppi affiliati con al-Qaida, non hanno fatto altro che incrementare le preoccupazioni della popolazione alevita.

La situazione si è ulteriormente aggravata dopo l’esplosione, nel marzo scorso, di due autobombe a Reyhanlı. Il premier Erdoğan ha commentato l’accaduto affermando che erano stati uccisi 53 cittadini, non turchi, ma  “sunniti”. L’episodio ha consolidato il fronte anti-Erdoğan tra gli aleviti, creando una situazione di tensione permanente, lasciata nel silenzio dai media mainstream, ma sfociata in manifestazioni nate sull’onda di Gezi anche a Hatay.

Le vittime delle proteste

Antakya (foto F. Mat)

Antakya (foto F. Mat)

Non è un caso che tutti e sei i giovani morti a causa degli scontri di quei mesi tra la polizia e i manifestanti siano aleviti, di cui tre originari di questa regione. Tra questi Abdullah Cömert (22 anni), che si è spento dopo che un candelotto della polizia lo ha centrato alla testa, mentre manifestava nel quartiere di Armutlu, ad Antakya, capoluogo dell'Hatay. Dopo quelle proteste le forze dell’ordine effettuarono numerosi arresti in città.

Ad Antakya l’atmosfera è ancor oggi particolarmente tesa. I negozianti sono restii a rilasciare dichiarazioni. Seba, una giovane donna che lavora in una ferramenta ed accetta di parlare, spiega a OBC  che “è stato un grande peccato per i giovani che sono morti, quei fatti non dovevano accadere. Questo è un posto tranquillo dove vivere”.

All’uscita dal negozio, qualche metro dopo, su un muro, un graffito recita: “Abdullah Cömert è il nostro onore. Non abbiamo dimenticato e non permetteremo che si dimentichi”. Sul marciapiede opposto si nota un piccolo altare che riporta le foto di tutti i giovani “martiri” di Gezi. Vengo a sapere che è il punto dove lo scorso settembre è morto precipitando da un tetto per motivi mai chiariti, Ahmet Atakan (23 anni), durante una notte di scontri con la polizia. Nelle botteghe adiacenti nessuno vuole rilasciare dichiarazioni. “Non sappiamo niente”, dicono, “i fatti sono accaduti di notte, noi avevamo già chiuso le serrande”. L’ultima chance è un panificio, rimasto aperto fino a tarda ora. Nel locale mi spiegano che c’era sì una persona che aveva visto tutto e che sarebbe rientrato a momenti. Ma nonostante l'attesa non si è più presentato nessuno.

La speranza dell’Unione europea

Procedendo in direzione di İskenderun, qualche decina di chilometri dopo Armutlu, si arriva a Samandağ, dove l’estate scorsa si sono svolte altre manifestazioni, senza tuttavia sfociare in violenze. La cittadina conta circa 120mila anime, tutte “autoctone”. I profughi siriani qui non arrivano.

Şadiye Say è proprietaria del quotidiano locale Samandağ  dal 1988. È una donna energica che risponde alle domande senza indugiare un secondo. “I fatti di Gezi a Hatay sono stati una reazione della popolazione al governo, soprattutto alla politica condotta in Siria”, spiega. “Ankara si è intromessa nei fatti interni di un altro paese, dicendo che al-Assad se ne doveva andare, mentre prima lo chiamava ‘fratello’. Una presa di posizione così netta crea inevitabilmente delle conseguenze. Ora deve essere pronta ad affrontarle”.

Say spiega inoltre che il conflitto siriano ha causato anche danni molto gravi all’economia della regione, obbligando gli esportatori a deviare la loro rotta di spedizione sull’Egitto. “Qui a Hatay la società è molto varia, ci sono religioni ed etnie di ogni sorta. Ma proprio per questo la situazione ci fa soffrire molto. Non so come evolveranno le cose in futuro, ma la popolazione locale sostiene fortemente l’ingresso della Turchia nell’Unione europea perché crede che l’adesione permetterà loro di ottenere maggiori diritti, agevolazioni culturali, come pure la possibilità di studiare nella propria madrelingua”, specifica la giornalista.

Gli ultimi sviluppi nel Medio Oriente hanno dimostrato che la questione degli aleviti della Turchia non è indipendente dalla situazione regionale. Gli sviluppi registrati in Siria indicano quanto una politica turca che sostenga un unico attore regionale – musulmano-sunnita – possa causare delle conseguenze inaspettate e pericolose per Ankara. I recenti tentativi del ministro degli Esteri Ahmet Davutoğlu di ricucire i rapporti con gli sciiti della regione, a partire dall’Iraq, possono essere interpretati come una prima inversione di rotta.


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