Istanbul mosaici

Istanbul mosaici (Flickr docman )

Dalle emigrazioni degli anni '60 alle migrazioni interne. Nonostante i cambiamenti, Istanbul rimane aperta non solo all’Europa, ma al mondo intero. Con lo scrittore Murat Belge parliamo di Turchia, Europa e del passato che riemerge

08/06/2010 -  Fazıla Mat

Per due secoli Istanbul è stata la prima porta d’apertura della Turchia all’Europa. Qual è il contributo della città oggi all’avvicinamento della Turchia al Vecchio Continente?

La vecchia Istanbul era, da alcuni punti di vista, più vicina all’Europa in passato che ora. Se si considera la popolazione complessiva e l’alta percentuale delle persone che condividevano lo stesso stile di vita, una cinquantina d’anni fa la città era probabilmente più europea. Da anni è in corso un ampio flusso migratorio dall’Anatolia, e tuttavia Istanbul è aperta, a tutti i livelli sensoriali, non solo all’Europa, ma a al mondo intero.

Dal punto di vista culturale Istanbul è molto viva, vi arrivano manifestazioni artistiche internazionali molto importanti. La città, per adeguarsi alle norme imposte dallo Stato-Nazione, ha avuto un periodo di isolamento tra l’inizio dalla Repubblica turca fino agli anni ’80. Poi si è aperta nuovamente al mondo, e allo stesso tempo, è diventata una città dove il mondo ha piacere di venire.

Istanbul dallo scorso gennaio è Capitale europea della cultura per il 2010. Durante il discorso inaugurale il premier Tayyip Erdoğan ha indicato nel suo passato multiculturale una caratteristica costitutiva. Quali sono le manifestazioni odierne della diversità culturale a Istanbul?

A Istanbul, non è più possibile parlare di minoranze etniche come quelle di un tempo. Tra gli anni ’50 e la metà degli anni ‘60 c’è stato un esodo che ha visto partire i greci “rum”, gli ebrei, che sono andati in Israele, e anche un certo numero di armeni. In compenso sono arrivate, in numero maggiore, popolazioni dall’Anatolia che hanno sperimentato per la prima volta qui la vita urbana. Oggi però ci sono anche numerosi stranieri che vengono a vivere a Istanbul, e permettono di riprodurre in un nuovo modo la varietà che c’era un tempo.

Dopo la Seconda guerra mondiale la Turchia si era isolata dal mondo, mentre i paesi nostri vicini, balcanici e non, erano entrati anche loro in una sorta di isolamento, a causa della Cortina di ferro. In tempi recenti ne siamo usciti tutti, noi grazie ad Özal [Turgut Özal, premier (1983-1989) e presidente (1989-1993) della repubblica turca ndr] e loro con l’abbattimento del muro di Berlino.

Subito dopo, nella zona della vecchia Istanbul, i negozianti hanno iniziato a cercare chi conoscesse il cirillico per esporre nuove insegne, perché c’erano persone che venivano a fare la spesa da Bulgaria, Russia, Serbia e Macedonia. Un proverbio bulgaro afferma: “A Tzarigrad si arriva chiedendo indicazioni”. E' così che i bulgari in passato chiamavano Istanbul, ( letteralmente "la città dello zar" n.d.r). Dopo il periodo comunista i bulgari hanno chiesto informazioni… non hanno più trovato lo zar, ma la città era ancora lì.

Secondo lei il processo di adesione all’Unione europea della Turchia ha causato nei turchi una riflessione sulla propria identità?

Credo di sì… per lo meno sotto alcuni punti di vista. In Turchia, esiste anche un fronte, guidato da alcuni membri di punta della società, che non vuole questa adesione e cerca di influenzare la società in senso anti-europeo. Ma non saprei dire se vi riescano.

Chi ha vissuto gli anni ’60 in Turchia ricorderà come le persone si erano messe in fila per andare a lavorare in Germania. Quell’esodo, che è stato il primo, finché è stato possibile ha avuto un seguito anche verso altri Paesi europei. Le persone che sono partite non si sono mai poste la domanda se, una volta partiti, avrebbero perso la loro identità. Questo perché probabilmente pensavano che avrebbero trovato lì altre cose cui avrebbero dato importanza.

C’è poi il fatto che quei primi emigranti, per la loro condizione sociale di appartenenza, erano anche quelli che tendevano già a nascondere la propria identità. Da cui poi è derivata l’avversione europea per i turchi, che erano approdati in una terra nuova senza sapere bene chi fossero.

Per gli strati popolari turchi l’identità a tutt’oggi non è una cosa importante. Migliaia di persone sono andate e tornate dopo essersi fatti degli amici, parenti, conoscenti, vicini di casa ecc. Cioè la Turchia, a livello popolare – e non a livello di classi elitarie – ha avuto un’esperienza europea importante.

I turchi hanno un rapporto problematico con la loro memoria. Come si può diventare una società rivolta al futuro quando si hanno pendenze con la propria storia? Secondo lei si stanno compiendo dei passi nella direzione della chiarificazione del passato?

“Nation-Building” è un termine usato per indicare il processo con il quale si trasforma in nazione una società non abituata a percepirsi come tale. In questo processo è essenziale affermare che si è i migliori, e per fare ciò è necessario avere una bella storiografia, una bella letteratura, una bella arte e così via. È lecito affermare che ciò è stato fatto dai turchi con molta esagerazione.

Perché c’è stata tutta questa esagerazione? Perché sono state fatte delle cose di cui non si poteva andare fieri. Abbracciando una tesi che si credeva essere scientifica, è stato applicato il modello della società darwiniana dove vince il più forte, dove se non elimini prima tu l’avversario verrai eliminato a tua volta.

La nostra storia non è particolarmente simpatica. È stata tenuta nascosta e rimane nascosta ancora oggi. Però ad esempio un po’ di anni fa, per la prima volta – con molti problemi e dovendo rimandare più volte – abbiamo organizzato una riunione per discutere della questione armena. Poi per un po’ la cosa sembrava essersi fermata lì, e io mi chiedevo a cosa fosse servito. Lo scorso 24 aprile però, giornata della memoria per gli armeni, un corpo numeroso di intellettuali turchi sono andati a Taksim per la commemorazione.

È la prima volta che accade un fatto del genere…

Sì è la prima volta, ed infatti in Turchia ogni cosa accade per la prima volta.

Però qualcosa ha iniziato a muoversi…

Certo, dopo quella prima riunione, che risale a circa cinque anni prima, altre correnti, che possiamo definire quasi sotterranee, si sono unite riaffiorando in superficie nella commemorazione di qualche giorno fa. Si tratta solo di circa 500 intellettuali e non si può dire che l’evento, preso singolarmente, sia così importante. Tuttavia, se lo si considera come parte di un processo, indica che è in atto un cambiamento.

Finché il processo andrà avanti – e non intendo solo la questione armena, ma tutta una serie di questioni riguardanti la nostra storia – potremo interrogarci su quello che abbiamo fatto, riconoscerlo, ma anche dire che non avremmo dovuto farlo e chiedere scusa. Oggi la stessa storia si ripete con la questione curda. C’è chi dice “noi non abbiamo ucciso gli armeni” e subito dopo grida che “i curdi andrebbero fatti fuori”. Il fronte che si oppone a questa mentalità è veramente molto provato, ma non può smettere di opporsi perché c’è un limite anche alla negazione della realtà. Abbiamo creato una forma di nazionalismo che è contro i valori umanisti, della civiltà e della realtà stessa. Ma quanto ancora potrà durare?


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