Un giocatore del Trabzonspor in azione

I preliminari di Champions League hanno visto una sfida tra una squadra greco-cipriota ed una turca. L'andata è stata giocata proprio nel giorno in cui la Turchia doveva estendere l'Unione doganale ai nuovi Paesi membri dell'Ue, Cipro compresa. Quando calcio e politica internazionale s'intrecciano

16/08/2005 -  Fabio Salomoni

E' proprio il caso di dire che a volte il caso gioca strani scherzi. Non è infatti possibile interpretare altrimenti quello che è accaduto nei giorni scorsi. Il sorteggio del turno preliminare di Champions League ha messo infatti di fronte, per la prima volta, una squadra greco-cipriota, l'Anorthosis di Famagosta ed una turca, il Trabzonspor. Curiosamente proprio la città di Trabzon vanta legami molto particolari con il mondo greco, a cominciare dal nome, che deriva dal greco Trapezunte, e dalla folta e florida comunità greca che ha vissuto nella città fino al crollo dell'Impero Ottomano. Il sito ufficiale del Trabzonspor ricordava poi nei giorni precedenti la partita come il calcio si fosse in passato precocemente diffuso proprio nel quartiere greco della città.

Ciò che rende ancor più curiosa la vicenda è che le partite di andata e di ritorno si sono giocate proprio a cavallo del 30 luglio, data in cui la Turchia era chiamata a firmare il Protocollo Supplementare del Trattato di Ankara, documento con il quale si estende l'Unione Doganale ai dieci nuovi paesi membri dell'Unione. La firma del Trattato era la condizione posta dalla UE il 17 dicembre 2004 per poter dare il via alle procedure per l'adesione turca il prossimo ottobre. Legata alla questione della firma vi era quella del possibile riconoscimento da parte di Ankara dell'entità politica della Repubblica greca di Cipro. Una eventualità che fin dal dicembre scorso il governo turco ha sempre escluso con forza.

Sul piano sportivo il confronto greco-turco si è svolto tutto sommato senza grandi problemi. Molti erano i timori alla vigilia che la doppia sfida calcistica potesse travalicare i confini sportivi e degenerare in una esibizione di nazionalismo. Nella storia anche recente non mancano certo esempi di come incontri di calcio abbiamo finito per fare da detonatori per tensioni etniche, politiche o religiose. Il derby tra Dinamo Zagabria e Stella Rossa ed il ruolo militante assunto dalle rispettive tifoserie nella crisi jugoslava rappresentano un esempio abbastanza eloquente.

La partita di andata a Famagosta si è giocata tra ingenti misure di sicurezza. Accanto alla inevitabile mobilitazione nazionalistica dell'opinione pubblica, i dirigenti del club greco-cipriota si sono dati da fare per smorzare i toni. Il presidente ha dichiarato alla vigilia che " la partita costituisce un passo importante per il riavvicinamento dei due popoli". Benchè la spedizione turca abbia denunciato offese ed intimidazioni, il problema più grave è stato rappresentato dal divieto per i giornalisti provenienti dalla parte turca dell'isola di seguire l'evento. Un episodio stigmatizzato anche dall'Associazione dei Journalistes sans Frontieres a Parigi.

Per il resto, tutto si è svolto regolarmente in un tripudio di bandiere greco- cipriote e soprattutto greche. Il campo ha poi inaspettatamente visto la vittoria della squadra di Famagosta contro i più quotati avversari.

Lo stesso scenario si è ripresentato nella partita di ritorno in Turchia. La squadra cipriota è arrivata in Turchia con un aereo siriano passando attraverso lo spazio aereo di Damasco, a causa dell'embargo che la Turchia applica ai mezzi provenienti dall'isola. Imponenti misure di sicurezza e roboanti dichiarazioni della stampa - un giornale locale ha intitolato " Abbiamo battuto i greci nel 1922, nel 1974, li possiamo battere ancora"- sono stati affiancati da inviti al fair play ed alla fratellanza. Il Presidente della squadra turca poi a scanso di equivoci ha tenuto a sottolineare come, in caso di sconfitta, "nessuno ci potrà accusare di aver tradito il paese".

Alla partita hanno assistito 25.000 spettatori, tra i quali una piccola rappresentanza di tifosi ospiti, in una cornice dominata dalla mescolanza di bandiere turco-cipriote e turche. La risicata vittoria, 1-0, non è però bastata al Trabzonspor per ribaltare il risultato dell'andata. Conclusione, la squadra dell'Anorthosis ha superato il turno ed è tornata in patria accolta all'aereoporto da una atmosfera trionfale. A far da contraltare all'entusiasmo della stampa greca, la delusione di quella turca che però ha saputo, per la gran parte, mantenersi all'interno della cornice sportiva, all'insegna del classico " la palla è rotonda, capita che la squadra favorita possa essere sconfitta".

Se sul piano calcistico le cose sono filate lisce, sul piano politico-diplomatico la situazione si presenta ben più complessa.

La firma del Protocollo da parte del rappresentante turco a Bruxelles è stata accompagnata da una dichiarazione di Ankara nella quale si ricorda che questo atto non implica un riconoscimento diplomatico e politico della Repubblica greco-cipriota. L'evidente intenzione di Ankara è quella di ribadire la volontà di risolvere la questione della divisione dell'isola sotto l'ombrello delle Nazioni Unite e non sul tavolo europeo.

Nello stesso comunicato poi Ankara ha precisato che, nonostante l'estensione dell'Unione Doganale, porti e aereoporti turchi rimarranno chiusi ai mezzi greco-ciprioti. Il ministro Gul ha giustificato questo provvedimento come ritorsione all'embargo che colpisce la Cipro-turca sottolineando anche che "l'uso di porti e aereoporti è previsto solo in caso di adesione...".

La firma di Ankara ha scatenato una ridda di reazioni contrastanti. Scontata quella di Nicosia che ha reclamato un rapido riconoscimento, minacciando di fare ricorso al diritto di veto per frenare i negoziati per l'adesione turca. Ankara dal canto suo ha risposto ricordando che l'UE chiedeva la firma del protocollo e non il riconoscimento della parte greca.

Positive invece le reazioni degli ambienti diplomatici della UE. Il responsabile per l'allargamento Olli Rehn ha dichiarato che " dopo la firma del protocollo non ci sono altri ostacoli sulla strada dell'appuntamento del 3 ottobre". Dichiarazioni inevitabili del resto, se si pensa che proprio la diplomazia europea aveva rassicurato Erdogan lo scorso 17 dicembre sul fatto che la firma non avrebbe implicato il riconoscimento dei greco-ciprioti. Rehn ha però precisato che la dichiarazione del governo di Ankara sarà attentamente esaminata dagli esperti legali dell'Unione.

Mentre le parole di Rehn rassicuravano Erdogan però sono arrivate inattese le dichiarazioni del Primo Ministro francese de Villepin, il quale ha fatto sapere che " è impensabile l'adesione alla UE senza il riconoscimento di uno dei suoi membri". Dichiarazioni ripetute anche da altri membri del governo ed ufficiosamente appoggiate anche da Chirac. Una presa di posizione che ha fatto infuriare Erdogan il quale ha ricordato alla stampa come fu proprio Chirac a chiamarlo lo scorso 17 dicembre per rassicurarlo sulla non coincidenza tra la firma del protocollo e la questione del riconoscimento. Un voltafaccia, tacciato anche da molti osservatori internazionali di opportunismo, che sembra essere legato da un lato alla necessità di Chirac di sostenere de Villepin contro la minaccia rappresentata da Sarkozy e dall'altro dalla volontà della Francia di contrastare il crescente ruolo della Gran Bretagna nelle faccende europee. La diplomazia britannica aveva infatti confermato che con la firma del protocollo per la Turchia la strada verso il 3 ottobre era ormai sgombra.

Paradossalmente se all'estero il governo turco è stato criticato per il mancato riconoscimento della Repubblica greca di Cipro ( che in Turchia continua ad essere definita l'Amministrazione Greca), in patria i maggiori partiti dell'opposizione, parlamentare e non, si sono scagliati contro Erdogan accusandolo di "aver venduto il paese e riconosciuto i greco-ciprioti con la firma del protocollo". In prima linea in questa gara di "patriottismo", come spesso accade, il CHP (Partito Repubblicano del Popolo). Il suo leader Bajkal è arrivato addirittura a disconoscere la paternità del suo partito rispetto alla firma del Trattato di Unione Doganale nel 1995, dimenticando il ruolo di primo piano giocato proprio in tema di Unione Doganale da molti degli attuali dirigenti del partito,all'epoca membri del partito di governo SHP (Partito Socialdemocradito Popolare) poi diventato CHP.

Questa raffica di reazioni negative mostra soprattutto come il fronte politico turco sia incapace di trovare unità su di un tema cruciale come quello dell'adesione europea. Anche in questo caso si dimentica però come la firma del protocollo fosse per Ankara un passo obbligato ed inevitabile: il Trattato di Unione Doganale firmato nel 1995 prevedeva infatti la sua estensione automatica a tutti i nuovi paesi membri.

A prevalere in queste prese di posizione sembrano essere interessi di ordine interno, per i quali l'obbiettivo primario diventa quello di mettere in difficoltà il partito di governo anche a costo di mettere a rischio l'obbiettivo europeo. Un atteggiamento che legittima l'interrogativo su quanto consenso ci sia, al di là delle dichiarazioni ufficiali, in buona parte del mondo politico turco sul tema dell'adesione europea. Mentre però ci si interroga su questi elementi, un istituto di ricerca sociale pubblica i primi risultati di un inchiesta su di un vasto campione di studenti liceali sul tema europeo: il 66,6% di loro vuole entrare in Europa.

Di fronte agli strali dell'opposizione, si sono invece distinte le dichiarazioni dell'ex Presidente della Repubblica Suleyman Demirel il quale con il suo lucido realismo, commentando l'evidente paradosso rappresentato dal mancato riconoscimento della Cipro turca, ha sottolineato come " questa situazione sarà in futuro fonte di nuovi problemi per la Turchia".


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