(Il riccio / Flickr)

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La Turchia ha recentemente dato una svolta all'intervento armato in Libia appoggiando la missione NATO e ora, proprio dalla Turchia, vengono gli sforzi di mediazione più consistenti. L'opinione pubblica dalla stampa locale manifesta comunque scetticismo

05/04/2011 -  Fazıla Mat

Dopo il categorico “no” pronunciato un mese fa dal premier Tayyip Erdoğan riguardo ad un eventuale intervento della NATO in Libia, con gli ultimi giorni di marzo, Ankara si è trasformata in uno dei più accesi sostenitori della missione militare guidata dall’Alleanza Atlantica nel territorio libico. La base aerea della NATO a Izmir, sulla costa dell’Egeo, è stata designata come centro di comando dell’operazione che dovrà controllare la no fly zone sulla Libia. Il 24 marzo scorso il parlamento turco ha approvato una mozione (con gli unici voti contrari del partito filo-curdo BDP) che ha autorizzato il governo a inviare le Forze armate turche nei Paesi esteri per il periodo di un anno, con lo scopo di ristabilire la “stabilità” e la “sicurezza” in Libia. Dalla stessa data, sono impegnati nella missione NATO per l’embargo delle armi cinque navi da guerra turche e un sottomarino.

I rapporti economici quarantennali della Turchia con la Libia non sono affatto secondari in tutta la vicenda. Ankara ha evacuato circa 25mila lavoratori turchi all’inizio della crisi libica. Le società turche negli ultimi tre anni hanno preso appalti nel Nord Africa, nel Medio Oriente e nella zona del Golfo per un valore di 33 miliardi di dollari. Nel 2010 l’esportazione in questa regione ha raggiunto la cifra di 26 miliardi, mentre il totale degli investimenti è stato di 9,5 miliardi di dollari. Nel caso specifico della Libia ci sono investimenti del valore di 15 miliardi di dollari e si teme che oltre al fattore di disoccupazione dei lavoratori ritornati in Turchia, gli imprenditori registrino anche delle ingenti perdite che, allo stato attuale, ammonterebbero a 2,5 miliardi di dollari.

Accusata di prendere le parti di Gheddafi per essersi inizialmente opposta ad un intervento militare contro il rais, la nuova posizione di Ankara sulla missione della NATO è diventata chiara dopo il voto del 18 marzo scorso, quando ha approvato assieme ad altri membri del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, la risoluzione 1973, per imporre il divieto di volo sul territorio libico. Il giro di volta, però, l’ha determinato l’intervento della coalizione dei “volonterosi” guidata da Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti.

In particolare, la leadership assunta dalla Francia di Nicolas Sarkozy nell’operazione, ha aumentato la tensione già presente nei rapporti tra la Turchia e la Francia, a causa dell’opposizione del premier francese all’ingresso di Ankara nell’UE. Inoltre, la Turchia, che da due settimane partecipava alle riunioni della NATO sulla pianificazione militare, non è stata invitata al vertice del 19 marzo organizzato a Parigi da Sarkozy, in cui si “ufficializzava” l’inizio dei raid aerei della coalizione.

Le condizioni poste alla NATO

Il 21 marzo la Turchia ha posto tre condizioni per approvare il passaggio della guida delle operazioni all’Alleanza Atlantica voluta dagli Stati Uniti. La NATO doveva “riconoscere la sovranità territoriale dei libici”, “non appropriarsi delle ricchezze naturali del Paese” e “non trasformare l’intervento in un’occupazione”. In definitiva, le condizioni sono state accettate, ed è stata prevista anche la partecipazione di alcuni Paesi arabi nel processo.

Al margine del vertice tenuto a Londra lo scorso 29 marzo, dove si è formato “un gruppo di contatto” (di cui la Turchia è entrata a far parte) per le politiche da adottare nella crisi libica e si è delineata una traiettoria per il periodo “post-Gheddafi”, il ministro degli Esteri Ahmet Davutoğlu, parlando alla BBC, ha offerto dei chiarimenti sul mutamento della posizione di Ankara nella questione libica. Davutoğlu ha affermato che la Turchia era contraria ad un intervento “unilaterale” della NATO in Libia (cioè all'azione capeggiata dalla Francia), ma che con l’approvazione della risoluzione dell’ONU e l’appoggio della Lega araba alla no fly zone la sua posizione non poteva rimanere la stessa.

Tuttavia, sia il ministro degli Esteri che il premier Erdoğan, hanno sottolineato diverse volte che “i militari turchi non spareranno o lanceranno bombe sulla popolazione libica”, nonostante la decisione di partecipare all’azione militare. Erdoğan, auspicando che la Libia non diventi “un nuovo Iraq o Afghanistan”, ha ricordato che questi sono luoghi dove la percezione dell’indifferenza dell’Occidente alle vittime civili ha danneggiato gravemente la credibilità delle operazioni militari. Erdoğan allo stato attuale ha anche escluso l’ipotesi di fornire alla popolazione ribelle della Libia delle armi, dal momento che “non c’è una potenza formata, uno Stato costituito. (…) Questo tipo di azioni potrebbe all’opposto preparare un terreno per il terrorismo, che sarebbe molto più pericoloso e rischioso. L’ingresso della NATO in Libia rappresenta per l’appunto un passo per ovviare i problemi qui presenti. Il nostro auspicio è quello di ottenere un risultato sulla base delle richieste della popolazione libica e garantire al più presto la pace, le libertà e i diritti democratici”.

Le opinioni della stampa turca

L’analista Murat Yetkin, sul Radikal del 24 marzo ha scritto che “sottolineare che i soldati non entreranno in collisione con nessun membro della popolazione libica è fondamentale. Rappresenta anche la volontà di gran parte dell’opinione pubblica turca. Eppure, qui non si parla di giocare a fare la guerra, ma di una guerra vera e propria”. Yetkin, anticipando quello che effettivamente sarebbe accaduto da lì a pochi giorni con i bombardamenti della NATO, si interrogava anche se la Turchia non sarebbe stata comunque responsabile delle morti dei civili causate “per sbaglio”.

Una buona parte degli opinionisti turchi ritiene che la decisione di Ankara di partecipare all’azione militare in Libia sia stata una mossa corretta. Sul quotidiano Posta del 25 marzo scorso l’analista Mehmet Ali Birand scrive che “la Turchia sta diventando il Paese occidentale del Medio Oriente”. Birand aggiunge che Ankara “ha interpretato le esigenze del Medio Oriente e si è opposta al bombardamento e all’invasione della Libia da parte della NATO. Ma allo stesso tempo, in qualità di Paese occidentale del Medio Oriente non ha voltato le spalle alla NATO, anzi ha visto che riesce a capire meglio le esigenze della regione dal suo interno. Siccome la Turchia sa che l’appartenenza alla NATO o l’adesione all’UE non la rendono debole, ma più forte, ha contribuito alla forza militare che vigilerà sull’embargo alla Libia. Ed ha fatto la cosa giusta”.

Sempre il 25 marzo l’opinionista vicino alle posizioni dell’AKP di Milliyet Taha Akyol, ha attirato l’attenzione sul ruolo che la Turchia dovrebbe avere “dopo” la caduta di Gheddafi. “È facile bombardare la Libia” scrive Akyol, “ma al termine dell’operazione è necessario un elemento attivo che svolga un ruolo costruttivo per integrare la Libia alla comunità internazionale, e questo elemento è la Turchia”.

“Lo sgomento dimostrato di fronte alle ultime manifestazioni [nel Medio Oriente e nel Magreb] dà l’impressione che il governo di Ankara non sia affatto pronta a esportare una trasformazione democratica”, scrive invece il politologo Cengiz Aktar, su Vatan del 31 marzo. “Il governo, a differenza della popolazione e del suo stesso elettorato, non riesce a comprendere appieno il valore del cambiamento in atto in Turchia. Se lo comprendesse, avrebbe continuato il processo di trasformazione democratica [avviato nel 2003] e ne sarebbe diventato il portatore all’estero”.

Ospitato dal quotidiano Zaman Gökhan Bacık, ricercatore dell’Università Zirve, riflette invece sullo scetticismo della comunità islamica nei confronti dell’intervento militare occidentale in Libia, che da un canto vorrebbe che l’opposizione libica fosse sostenuta, dall’altra è fortemente avversa ad un’azione occidentale che possa mettere a rischio la popolazione civile. Bacık, affermando che “sebbene sia ammesso criticare l’intervento delle forze occidentali”, chiama il mondo islamico a riflettere sulla “mancanza di una strategia dei musulmani da opporre a Gheddafi”.

La preoccupazione per Siria, Bahrein e Yemen

Qualunque sarà lo sviluppo dell’intervento della NATO in Libia, quasi tutti i commentatori turchi sono del parere che la politica regionale della Turchia sarà soggetta a nuovi scossoni a causa dei moti che stanno manifestandosi in Siria, Paese molto importante e strategico per gli equilibri regionali della Turchia, ma anche in Bahrein e nello Yemen.

Erdoğan, lo scorso 29 marzo, dopo il vertice di Londra ha detto di aver parlato con il presidente siriano Bashir al-Asad per consigliargli di “accelerare le riforme e renderle note in prima persona. Gli ho parlato due volte da quando sono iniziate le manifestazioni. Poi gli ho inviato anche un rappresentante speciale [il sottosegretario dei servizi segreti Hakan Fidan, n.d.r.]. Ovviamente non so quanto il discorso fatto ieri abbia soddisfatto la popolazione, e non posso deciderlo certo ora. Lo sapremo nei prossimi giorni perché ce lo dirà la popolazione siriana. Ma avrei sperato che venissero dati messaggi molto più concreti, più netti”, ha commentato infine il premier.


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