La Biennale di Istanbul

Entrata alla Biennale di Istanbul (foto di Fazıla Mat)

E' intitolata "Senza titolo” in riferimento all'artista americano di origine cubana Félix González-Torres (1957-1996), cui è ispirata. Si presenta così la dodicesima edizione della Biennale di Istanbul, curata da Adriano Pedrosa e Jens Hoffmann. Un successo che coniuga arte e politica

07/11/2011 -  Fazıla Mat Istanbul

È considerata la migliore Biennale di Istanbul degli ultimi anni. “Senza titolo” (“İsimsiz”) prende spunto dalle opere dell’artista cubano-statunitense Felix Gonzàles-Torres che dava spesso questo titolo ai suoi lavori perché “un nome è sempre destinato a mutare nel tempo e nello spazio”. Cinque temi, sempre ripresi da Gonzàles-Torres (1957-1996), affiancano il filo conduttore della mostra: Senza titolo (Ross), Senza titolo (Passaporto), Senza titolo (Astrazione), Senza titolo (Storia), Senza titolo (Morte da arma da fuoco).

I lavori di una miscellanea di artisti, ispirati a questi contenuti, sono raccolti in queste sezioni, mentre una cinquantina di autori singoli espongono opere svincolate dai temi dominanti della mostra. Ma non mancano le convergenze tra questi e i primi.

Sono circa cento gli artisti presenti alla Biennale di quest’anno tra i quali spiccano diversi nomi latino-americani e mediorientali. Presenti artisti di nuova generazione, nomi celebri dell’arte e della fotografia contemporanea assieme a quelli dimenticati del passato. Una sorpresa è l’inclusione nella mostra dei lavori della prima fotografa turca, Yıldız Moran Arun (1931-1995), scattati negli anni ’50 nel corso della sua breve ma prolifica carriera.

Le scatole degli Antrepo

Le opere di Gonzales-Torres non ci sono, ma l’identità visiva di tutta la Biennale è percorsa dall’estetica minimalista dell’artista. Lo spazio espositivo è stato concentrato negli Antrepo n. 3 e n. 5, due ex depositi merce delle linee marittime turche situate tra Karaköy e Fındıklı, che da diversi anni fungono da base per le mostre artistiche.

Jens Hoffmann e Adriano Pedrosa, curatori di questa dodicesima Biennale, hanno scelto un’unica sede per la manifestazione, in controtendenza con le edizioni precedenti delle biennali di Istanbul nelle quali la città veniva considerata parte attiva dell’evento e le esposizioni venivano sparse nei luoghi più svariati di quest’ultima. Tra le principali critiche mosse all’evento, proprio il fatto che la manifestazione sia troppo slegata dal tessuto urbano della città.

Ma quella dei curatori è una scelta ben precisa e in sintonia con la composizione a scatole degli spazi interni dei due Antrepo (ideata per l’evento dall’architetto giapponese Ryue Nishizawa) che invita il visitatore a rapportarsi direttamente con l’opera d’arte, evitando la dispersione. Persino i colori delle pareti riproducono questo approccio: grigio per le stanze con le opere miste, bianco per quelle degli artisti singoli. Rientrano nella stessa cornice concettuale anche le tematiche della Biennale, che operano da guida nella struttura labirintica della mostra.

Senza titolo (Storia): tempi storici ed infinito

Nella sezione Senza titolo (Storia) diversi artisti si sono avvalsi di documenti ufficiali per indagare sul processo apparentemente tanto semplice in cui viene “scritta” la storia, per “riscriverla” attraverso gli strumenti dell’arte e contrapporla alla concezione che la vorrebbe un “racconto totalizzante”. Così, ad esempio nella Biblioteca de No Historia (2010) dell’artista cilena Voluspa Jarpa che raccoglie su una mensola dei libri ottenuti con i documenti ufficiali sulla dittatura cilena declassificati dagli Stati Uniti. L’opera dell’artista si presenta come una “storia” raccontata attraverso una “non-storia”.

O.K. (2010) di Ali Kazma

O.K. (2010) di Ali Kazma (foto di Fazıla Mat)

In There Has Been a Miscalculation (Flattened Ammunition) (2007/2011) di Julieta Aranda, un compressore d’aria computerizzato situato dentro un cubo di plexiglass, spara di tanto in tanto sopra libri di storia del XX secolo ridotti in frantumi, mentre sulla parete alla sinistra una composizione di schermi riproduce delle mani che meccanicamente sfogliano e timbrano documenti: è O.K. (2010) di Ali Kazma.

Altri lavori riflettono sul “tempo storico”, come nel Senza titolo (TIME) (2010) di Mungo Thomson che con un video-proiettore condensa in una sequenza di 2 minuti e 30 secondi le copertine del settimanale americano TIME pubblicate nell’arco di un secolo. L’operazione opposta è invece svolta da Taysir Batniji in Suspended Time (2006) dove Batniji presenta una clessidra capovolta, trasformandola così nel simbolo dell’infinito.

Senza titolo (Morte da arma da fuoco): morte e sopravvivenza

Al centro di una delle ampie stanze attigue colpisce un cumulo dorato sistemato per terra: è l’installazione di Kris Martin

Obussen II (2010) di Kris Martin

Obussen II (2010) di Kris Martin (foto di F.Mat)

Obussen II (2010) che esibisce oltre 700 bossoli svuotati di mortai Howitzer della Prima guerra mondiale. Ci troviamo nella sezione Senza titolo (Morte da arma da fuoco). La riflessione sulla diffusione della violenza causata con le armi da fuoco è al centro di questa parte della mostra. Alle foto dei cadaveri stesi per le strade, scattate da Weegee tra gli anni ’30 e ’40 a New York, si aggiungono quelle agghiaccianti di Eddie Adams (Street Execution of a Viet Cong Prisoner, Saigon del 1968) che documentando la brutale uccisione di un combattente Viet Cong da parte di un militare vietnamita assieme agli attimi immediatamente precedenti e successivi al delitto, trasformano il visitatore nel testimone dell’omicidio. A completare il quadro le straordinarie foto di Letizia Battaglia (che è presente nella mostra come artista singola) che ritraggono donne e uomini uccisi per mano della mafia.

Soldier Blanket 1945 (1980) di Rózsa Polgár

Soldier Blanket 1945 (1980) di Rózsa Polgár (foto di F.Mat)

Il rimando alla devastazione causata dalle armi da fuoco è svolto anche attraverso alcuni oggetti “sopravvissuti” a bombardamenti e sparatorie: ad esempio, Soldier Blanket 1945 (1980) di Rózsa Polgár riproduce una coperta di lana utilizzata durante la Seconda guerra mondiale perforata dalle pallottole. Bayt Byoot “Playing House” (2008-2010) di Bisan Abu-Eisheh presenta una raccolta di oggetti raccolti tra le macerie degli insediamenti palestinesi sgomberati e demoliti. Oggetti classificati in base alla loro “funzione” e alla casa di provenienza.

Senza titolo (Ross): l'amore

Spostandosi all’Antrepo 5, la maggior parte dei pezzi della mostra collettiva Senza titolo (Ross) è incentrata sull’amore e, in particolare, sull’amore gay. (Ross Laycock era il nome del compagno di Gonzàles-Torres, sua fonte di ispirazione e, così come lo definiva l’artista, anche suo unico spettatore). Le opere presenti nella sala introducono in un mondo in cui il personale e il politico si amalgamano, esplorando temi quali l’amore, le relazioni, la famiglia, l’identità, il desiderio, la sessualità e la perdita. Nella sezione sono di particolare interesse le 364 fotografie in bianco e nero che costituiscono un “diario personale” della quotidianità omosessuale: si tratta di Black and White Diary (2009) del collettivo Michael Elmgreen and Ingar Dragset.

Il letto squarciato di Kutluğ Ataman, reduce reale di una vecchia relazione dell’artista, porta il titolo ironico di Forever. Sempre di Ataman, in questa sezione, un pezzo tenuto un po’ nascosto, di gran coraggio e in grande sintonia con la linea della Biennale. Si tratta di una copia del rapporto medico rilasciato di recente all’artista dall’ospedale militare di Kasımpaşa che “certifica” la sua omosessualità. Un documento brutale che mette a nudo la pesante situazione che devono affrontare i gay per via dell’istituzione militare.

Senza titolo (Astrazione): politica

Senza titolo (Astrazione) è probabilmente la sezione più estetica di tutta la mostra con piani di colore, forme pure, specchi, dipinti, disegni, fotografie e anche filmati, frutta, formiche…

Il tutto costruito con una rigorosa logica. Il punto di partenza, per questa sezione come le altre, è sempre l’approccio di Gonzàles-Torres che cercava di sovvertire l’astratto in qualcosa di politico, corporeo e persino organico. Un esempio è dato da DW (1967) di Charlotte Poseneske enormi costruzioni realizzate in forme geometriche astratte con del cartone che ricordano dei canali di aerazione, ma sono talmente malleabili che i curatori hanno avuto la possibilità di modificare ogni settimana la loro collocazione. Creazioni che sono perfettamente in armonia con Crab Beast (anni ‘60), le delicate “bestie” in alluminio di Lygia Clark opere che, come spiegano i curatori, “invitano lo spettatore a incidere sulla loro forma grazie al fatto di introdurre i materiali industriali e l’astrazione geometrica nell’ambito della natura”. Molto interessanti anche Il lavoro di Charbel J. Boutros intitolato Occupation #2 (2010) in cui una sostanza appiccicosa trabocca dalla cornice che lo contiene oltrepassando i propri confini, mentre Singularity la pellicola da 16 mm. di Alexandre Gutke, proietta in un angolo della stanza il film di un metro che circonda e misura tutta la sezione Senza titolo (Astrazione), creando una cornice per tutte le altre opere.

Senza titolo (Passaporto): nuove geografie

“C’è un passaporto che non riporta il sesso, l’età, l’indirizzo o le informazioni sulla cittadinanza. Rappresenta non un documento personale rilasciato da un governo, ma l’umanità e l’universalità. Qui l’artista sottolinea che al di là limiti tracciati dai documenti c’è l’infinità”. È ancora un’opera di Gonzàles-Torres (per la precisione Senza titolo (Passaporto #II) del 1993) a ispirare questa sezione della Biennale illustrata in questo modo dai curatori.

Iniziare a raccogliere centinaia di moduli di tutti i Paesi possibili per fare domanda di visto e trasformarli in un volume enciclopedico può essere un buon inizio per rispondere ai limiti tracciati dai documenti: lo fa Meriç Algün Rigborg in The Concise Book of Visa Application Forms (2009-11). Subito nella parete retrostante colpisce la scritta la neon riprodotta in albanese, tedesco, armeno, curdo e turco: “Stranieri Ovunque”, Foreigners Everywhere (2010) del collettivo Claire Fontaine. Una risposta all’isteria dilagante dopo il 9/11, ma anche un messaggio per dire che tutti sono stranieri.

In My Father’s Palestinian Nationality (2007) Baha Boukari presenta invece una collezione dei documenti d’identità del padre utilizzati per poter lasciare il Paese, mentre Joaquin Torres Gracia in América Invertida, (1943), Kirsten Pieroth in Weltkarte, (2003) e Mona Hatoum in Baluchi (multicolored) (2008); Afghan (black and red) (2009), cercano di ovviare a questi problemi creando con le loro opere nuove geografie.

La Biennale di Istanbul è visitabile sino al prossimo 13 novembre.


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