Avni Er

Il 6 maggio il Tribunale di Bari deciderà sulla richiesta di asilo politico presentata da Avni Er, giornalista e oppositore politico turco. Le nostre interviste sulla vicenda al collegio di difesa in Italia e alle organizzazioni per i diritti umani in Turchia. Lo spettro della tortura

29/04/2010 -  Alberto Tetta Istanbul

Avni Er, giornalista e militante marxista turco, è stato arrestato nel 2004 a Perugia nell’ambito di un operazione di polizia coordinata a livello europeo contro il DHKP-C (Partito Rivoluzionario per la Liberazione del Popolo-Fronte). Condannato per associazione eversiva, ha scontato sei anni di carcere in Italia. Dopo la sua liberazione è stato trasferito al CIE (Centro di Identificazione ed Espulsione) di Bari. La Turchia ne ha chiesto l’estradizione e Avni Er ora rischia l’espulsione. Secondo i suoi legali e Amnesty International, il giornalista rischia di essere processato di nuovo in Turchia per gli stessi reati per cui è stato in carcere in Italia, e potrebbe essere torturato. Amnesty chiede quindi che gli venga concesso l'asilo politico in Italia.

E’ il primo aprile del 2004. In Turchia, Germania, Belgio, Olanda e Italia scattano le manette per 151 persone accusate di fare parte del DHKP-C, partito che l’Unione Europea ha inserito nella lista delle organizzazioni terroristiche stilata dopo l’11 settembre. Tra loro anche Avni Er che, sebbene non abbia mai commesso alcun atto di violenza, viene condannato dalla Corte d’Assise di Perugia a 7 anni di carcere perché membro di una organizzazione eversiva. Grazie a uno sconto di pena per buona condotta è uscito dal carcere il 19 febbraio 2010, dopo poco meno di sei anni, ed è subito iniziata la procedura di espulsione come previsto dalla legge per i cittadini stranieri condannati per questo tipo di reati. Avni Er è stato quindi trasferito al CIE di Bari in attesa del pronunciamento della Commissione Territoriale per il Diritto di Asilo rispetto alla domanda che aveva presentato nel 2009.

L’avvocato di Avni Er, Flavio Rossi Albertini, ha spiegato ad Osservatorio Balcani e Caucaso perché secondo lui Er non può essere espulso: “Abbiamo evidenziato almeno due profili di inespellibilità. Il primo è legato ad ulteriori procedimenti penali che sono pendenti in Turchia per lo stesso reato per il quale Avni è già stato condannato in Italia. Abbiamo richiamato quello che è ormai un principio del diritto internazionale accettato dai tutti i Paesi dell’Unione Europea: non si può processare una persona due volte per lo stesso reato. Questo principio, il ne bis in idem, non è però applicato in Turchia, dove abbiamo notizia di almeno altri tre provvedimenti a carico di Avni. Inoltre c’è il rischio che Er venga sottoposto a tortura o a trattamenti inumani e degradanti. A dirlo non siamo solo noi della difesa, in questo senso si è espressa anche Amnesty International che ha inviato un appello sia al ministro della Giustizia che al Ministro degli Interni.”

Oltre ad Amnesty International hanno preso posizione a favore di Avni Er, sottoscrivendo un appello contro la sua espulsione in Turchia, anche l’ARCI nazionale il Consiglio Italiano per i Rifugiati, di cui fanno parte anche CGIL, CISL e UIL, LIBERA, l’eurodeputato dell’Italia dei Valori Gianni Vattimo e il presidente della Regione Puglia Nichi Vendola che ha incontrato Avni Er il 20 aprile dopo averlo già visitato al CIE di Bari il mese scorso.

La Commissione Territoriale per il Diritto di Asilo di Bari, però, il 31 marzo ha respinto la domanda di asilo di Avni Er affermando nelle motivazioni della sentenza come in Turchia sia applicata “una politica di tolleranza zero nei confronti delle pratiche di tortura, che ha portato ad un rafforzamento delle garanzie di contrasto al fenomeno”, una valutazione ben diversa rispetto alle prese di posizione di Amnesty International degli scorsi mesi. E forse anche da quella del Tribunale di Bari che, accettando il ricorso dei legali di Er, l’8 aprile ha sospeso la decisione della Commissione Territoriale fissando il ricorso per il 6 maggio.

Manifestazione per Engin Çeber

Anche secondo Ebru Timtik, avvocato dell’Ufficio Legale Popolare di Istanbul, la tortura in Turchia non è un lontano ricordo, ma una pratica tuttora diffusa e coperta a livello istituzionale, anche se esistono leggi per limitarla. Emblematico in questo senso, secondo Timtik, il caso di Engin Çeber: “In Turchia non solo si usa la tortura, ma lo si fa anche in maniera sistematica. Stiamo seguendo ad esempio il caso di Engin Çeber, un attivista che è stato arrestato nel 2008 mentre vendeva un giornale di sinistra durante una manifestazione. La polizia ha cominciato a picchiarlo in strada, la violenza è continuata nella stazione di polizia, prima che Çeber fosse messo in stato di fermo per manifestazione non autorizzata. Un medico civile lo ha visitato affermando che Çeber era in cattive condizioni di salute, ma è stato comunque portato in carcere. Lì il medico che lo ha visitato ha dato il suo parere favorevole all’incarcerazione preventiva, e in cella sono continuate le botte.” Engin Çeber è morto, e il 14 aprile scorso si è tenuta l’ultima udienza del processo ai 19 agenti della polizia accusati di 'eccesso nell'uso della forza' che avrebbe causato la morte del detenuto. Secondo la Timtik, tuttavia, “è chiaro che il processo è stato aperto solo perché Çeber è morto e, come sempre accade, i giudici difendono a priori l’azione delle guardie carcerarie, nonostante in questo caso ci sia anche un video che prova le violenze.”

Secondo la Fondazione Turca per i Diritti Umani, nei primi tre mesi del 2010 dodici persone sono morte in maniera sospetta in carcere, nelle stazioni di polizia o in seguito ad “esecuzioni extragiudiziarie”. La presidente dell’associazione, Şebnem Korur Fincancı, ha dichiarato a commento di questi dati: E' vergognoso che in un Paese che si pone grandi obiettivi, come l’adesione all’Unione Europea, per la strada, durante il controllo dei documenti, nelle stazioni di polizia o nelle carceri ci siano ancora casi di violenza mortale che nell'ultimo periodo si stanno persino intensificando. Prima di tutto la politica, quindi la società nel suo insieme, si devono impegnare affinché ci possiamo liberare da questa vergogna.”

Sul caso di Avni Er è intervenuto anche il sottosegretario agli Interni Alfredo Mantovano che, in una intervista rilasciata a Il Giornale il 12 aprile, ha dichiarato che la decisione del Tribunale di Bari che ha sospeso la sentenza della Commissione per il Diritto d’Asilo sarebbe ”frutto di un’ostilità nei confronti della politica praticata dal governo sull’immigrazione ed il contrasto dei clandestini. Si tratta di un vero e proprio boicottaggio attivo da parte di alcuni magistrati”.

Secondo l’avvocato Rossi Albertini, tuttavia, “questa non è la prima volta che il governo italiano cerca di influenzare la decisione di un tribunale che sta valutando una domanda di asilo politico. Più volte le prese di posizione della Corte Europea per i Diritti Umani di Strasburgo sono state disattese. L’ultima condanna europea è di qualche giorno fa, il governo italiano ha rinviato un cittadino nord africano residente in Italia in Tunisia, nonostante vi fosse un provvedimento di Strasburgo che ne impediva l’espulsione. Dal 2005 ci sono stati altri cinque casi simili a questo.”

Il 6 maggio, per Avni Er, sarà il giorno della verità. Il Tribunale di Bari potrebbe rinviarlo in Turchia dove probabilmente sarà processato per crimini per cui ha già scontato la sua pena in Italia, oppure concedergli l’asilo politico. In questo caso, dopo sei anni di carcere, il giornalista turco potrebbe finalmente chiudere i conti con il suo passato e tornare libero.


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