Cristiani sul Bosforo, "la Ue acceleri" ita
(treviño / Flickr)
Una minoranza religiosa fragile, quella di Turchia, ridotta a meno dell’1% della popolazione. Con pochi diritti e crescente isolamento. Dopo l’uccisione del vescovo Padovese, parla il vicario di Istanbul: "la Ue cambierebbe la nostra vita"
“Il popolo turco ha scelto di essere europeo, non vuole tornare ad essere arabo”. E’ il vicario apostolico di Turchia dal 1992, Louis Pelâtre, a dare conto della situazione dei cattolici, a poche settimane dal delitto del vescovo Luigi Padovese, vicario apostolico di Anatolia e presidente della Conferenza episcopale turca, vittima lo scorso 3 giugno di quello che sembra un omicidio rituale. E parla anche della Chiesa, “non riconosciuta come tale, ma tollerata”, facendo il punto sulla stretta laicità del Paese.
Cristiani, scesi in 90 anni da un milione e mezzo a 25 mila
”La mia missione è identica a quella di ogni altro vescovo diocesano: sono incaricato dei rapporti con le altre confessioni e con le autorità locali, oltre ad essere responsabile dei sacerdoti e dei fedeli di questa nostra comunità in Turchia” spiega.
Una minoranza in cerca di diritti
Louis Pelâtre (Pancé, Francia - 1940) è vicario apostolico di Istanbul. Arrivò in Turchia per la prima volta nel 1970. Rappresenta il ramo apostolico della Chiesa cattolica, che in questa parte orientale del Mediterraneo è nota come “latina”, a differenza delle chiese cattoliche “uniate”, dipendenti da Roma ma di rito ortodosso, armeno o caldeo. In quest'ultima chiesa caldea, in particolare, crescono gli sfollati dall'Iraq del nord e da Mossul (circa 7 mila). Arrivano traumatizzati e sotto-alimentati, ma non hanno diritto allo status di rifugiati.
I responsabili delle diverse confessioni cristiane denunciano da anni che in Turchia c’è libertà di culto, ma non piena libertà di espressione religiosa. In più, oltre che per gli ostacoli giuridici, oggi si dicono preoccupati per il clima anti-cristiano diffuso a livello sociale. Comunità protestanti, cattoliche e di altre confessioni hanno evidenziato più volte -anche con denunce all'autorità giudiziaria- che i luoghi comuni sui religiosi stranieri, descritti come propagandisti, e sui convertiti o i non musulmani, considerati 'antiturchi', sono diffusi nei media, nei talk show e nei serial tv, fino ad alcuni testi scolastici. Sono frequenti inoltre fenomeni di isolamento sociale e minacce verso i fedeli. Fino a ferimenti e delitti, tra cui quello di don Andrea Santoro (2006), di 3 cristiani evangelici (2007) e quello eccellente del vescovo Padovese, a giugno 2010.
Nonostanti negli ultimi anni le comunità cristiane all'estero abbiano riscoperto la Turchia come culla della loro fede fin dal I secolo, anche attraverso pellegrinaggi da tutto il mondo sulle orme di san Paolo (nato a Tarso, in Cilicia, oggi Turchia sud-orientale), e all'indomani delle visite in Turchia di papa Benedetto XVI (2006) e del patriarca ortodosso di tutte le Russie Kirill I (2009), la condizione della minoranza cristiana in Turchia non è migliorata. La mentalità non può essere cambiata per decreto. Ma a livello istituzionale i leaders politici turchi menzionano sempre più spesso i loro concittadini cristiani. Lo scorso maggio 2009, in una dura replica alle opposizioni il premier Erdogan ha detto: "far fuggire le minoranze cristiane dal Paese è fascista".
Gli standard di libertà religiosa di Ankara sono sotto stretta osservazione anche da parte della Commissione europea. Dopo aver registrato positivamente la circolare del 2003 con cui Ankara autorizzava il «cambio di identità religiosa» cioè il passaggio da una confessione all’altra, Bruxelles ha rilevato tuttavia i fitti ostacoli alla vita delle comunità cristiane: assenza di personalità giuridica, restrizioni al diritto di proprietà, ingerenza nella gestione delle fondazioni ed impossibilità di formare il clero, ma anche sorveglianza di polizia esercitata sui cristiani, specie i protestanti evangelici. L'indicazione Ue non lascia dubbi: varare al più presto «una legislazione appropriata».
Intanto i cristiani turchi sono quanto mai favorevoli all'ingresso di Ankara nella Ue: otterrebbero così sia lo status di minoranza che la libertà religiosa. (l.d.)
I suoi appena 25 mila fedeli sono la seconda maggior comunità cristiana dopo quella armeno-ortodossa, che conta 60 mila anime. Oggi almeno. Perché fino al 1923 c’erano un milione e mezzo di cristiani in Turchia, in maggioranza greco-ortodossi.
Nessuno nasconde che il numero dei 25 mila attuali si va riducendo ancora. Non si arriva a 500 battesimi l’anno, il clero è ridotto a 64 sacerdoti e 95 religiosi, ripartiti tra quelli di una diocesi (Smirne, con 1.300 fedeli) e due Vicarie (Istanbul e Anatolia, rispettivamente 15 mila e 4.500 credenti).
Ostacoli ad ogni passo per cristiani, aleviti ed ebrei
Nel 2003, l’attuale governo turco eliminò alcune restrizioni legali alla libertà religiosa, così come richiesto dall’Unione europea. Ma aleviti, cattolici, ebrei, protestanti, greco-ortodossi e armeni trovano tuttora impedimenti burocratici ad ogni passo, che in pratica impediscono la libertà di culto.
Da allora non sono mancati miglioramenti alle norme: il termine “moschea” è stato sostituito da “luogo di culto”, ed è più facile fondare associazioni. Ma aprire nuovi templi o essere riconosciuti come “chiesa” nei fatti è impossibile, tranne che per gli ortodossi di rito greco e gli armeni.
Tanto che la Chiesa cattolica in Turchia continua a non essere riconosciuta come soggetto giuridico in Turchia.
"La Turchia ci tollera, ma non ci dà diritti"
Da 50 anni Ankara e Vaticano hanno relazioni diplomatiche. Ma la situazione della comunità cattolica di Turchia non è facile in questo momento.
L’esistenza di questi legami diplomatici per noi è molto importante, ma come ci arrivammo allora è un mistero. Papa Giovanni XXIII lo ottenne negli anni in cui era nunzio apostolico in Turchia. Viveva nell’edificio accanto a questo dove ci troviamo. In mezzo secolo la situazione non è molto cambiata: così quando intervengo in favore della nostra comunità cattolica, le autorità turche mi rispondono che non sono il rappresentante dei cattolici, ma dello Stato Città del Vaticano.
Il nostro primo problema è che siamo senza stato giuridico, che riconosca i nostri diritti, come quello di registrare una proprietà, ad esempio. C’è un riconoscimento di fatto, dal momento che sanno che siamo qui e dialogano con noi, ma non di diritto.
Direi perciò che le relazioni sono utili ma insufficienti. Nonostante non ami questo termine, direi che oggi la Turchia è il Paese della tolleranza: “non vi diamo diritti, però vi tolleriamo”.
Com’è il lavoro dei sacerdoti in questa situazione di grande incertezza?
In Turchia c’è una certa libertà religiosa. Tutto quel che avviene all’interno di un nostro edificio di culto è libero, ma fuori, in strada, diventa illegale. E questo crea grandi difficoltà per tutte le comunità. I cristiani sono in forte diminuzione, preferiscono emigrare. Abbiamo 5 scuole francesi, una italiana e un’altra austriaca, tutte dirette da religiosi. Quando furono fondate c’erano parecchi cristiani in Turchia, ma ora siamo rimasti con sole 4 comunità cattoliche. Io rappresento quella latina, ma ci sono anche armeni, caldei e di rito siriaco. Ci considerano stranieri, il che solo in parte è vero. Anche tra i cattolici latini siamo sempre meno. E oggi chi entra in chiesa è un immigrato filippino o africano: questi sono ora i nostri fedeli.
Tra ritorno all'islam e laicità kemalista
Avverte ostacoli ufficiali nel suo lavoro ?
Finché non diamo problemi va tutto bene, ma se usciamo dall’ambito previsto per noi ci richiamano e ci ricordano che qui siamo stranieri. Vorremmo avere riconoscimento giuridico legale, ma è impossibile perché contrario alla Costituzione laica del Paese: è dunque anche per la laicità, non per l’islam, che abbiamo tanti problemi. So bene che la Turchia si è ispirata al modello di Stato laico francese. Ma in Francia la Chiesa può agire attraverso le associazioni diocesane. In Turchia no, qui la Chiesa cattolica giuridicamente non esiste.
Questo dipende dal revival dell’islam?
L’attuale governo islamista moderato, guidato dal partito Akp del premier Erdogan, ha un atteggiamento positivo verso di noi, dal momento che in generale esige per l’intero Paese più libertà religiosa di quanto ce ne sia oggi. Ma viviamo comunque in una fase paradossale. Atatürk introdusse la laicità assoluta. Ma negli ultimi anni si sono accorti che è meglio avere religiosi ben formati, e così hanno riaperto le cattedre di teologia islamica nelle università. Con la singolarità che questi atenei continuano ad essere sotto stretto controllo statale.
Nonostante sulla carta sia possibile, nella pratica è molto difficile per una minoranza aprire nuovi luoghi di culto in Turchia.
In teoria è possibile. Ad esempio, i cristiani di rito siriaco vorrebbero costruire una seconda chiesa ad Istanbul perché in città ne hanno una sola. Ed è indispensabile viste le migrazioni consistenti di fedeli in corso dal sud-est verso la metropoli sul Bosforo.
Per ora utilizzano alcune nostre chiese. Per potersi riunire devono costituirsi in associazione, ma le chiese non vengono riconosciute. E’ possibile solo a quelle indicate nel Trattato di Losanna del 1923 (che si occupava anche di minoranze non musulmane in Turchia, ndr), e cioè greco-ortodossi ed armeni.
"Il popolo turco ha scelto di essere europeo, non vuole tornare indietro"
Tuttavia la vecchia élite kemalista lamenta che il governo Akp del premier Erdogan stia portando avanti un’islamizzazione coperta del Paese.
E’ possibile, ma qual è il problema? Il popolo turco è musulmano, perché dovremmo pretendere di cambiarlo? L’élite kemalista non rappresenta il popolo profondo, mentre la forza dell’Akp sta nel provenire proprio dal popolo. Ma la Turchia oggi non ha smesso per questo di essere un Paese laico.
Potremmo paragonare l’Akp ad un partito democristiano europeo?
Il dossier
Loro si definiscono musulmani democratici. Forse hanno qualcosa in comune. Io sono un sostenitore della separazione tra Stato e confessioni religiose. Ma ora non è il caso della Turchia. Questo non è l’impero ottomano, ma un Paese nuovo, e fin dalla sua fondazione ha guardato all’Europa. I turchi già sono componenti della grande comunità europea e sono presenti nella maggior parte delle istituzioni continentali. In Europa dobbiamo capire che il popolo turco ha scelto di essere europeo e non vuole tornare al mondo arabo.
"Sarebbe molto positivo se Ankara entrasse nella UE"
Sarà possibile a breve il riconoscimento della Chiesa cattolica in Turchia?
Il Papa ne ha parlato di recente con il nuovo emissario turco in Vaticano. Il nuovo ambasciatore è una persona che conosciamo bene, si è formato nelle nostre scuole, ci capisce, ma sarà molto difficile essere riconosciuti. Bisognerebbe cambiare la Costituzione. Ho proposto spesso di stringere intanto accordi concreti, pratici, magari attraverso una commissione che cerchi una soluzione. Ma non si muove nulla. Credo sarà un cammino molto lungo, ma l’importante è proseguire, seppure a piccoli passi.
Pensa che la Turchia entrerà nell’Unione europea?
La Ue non si fonda su basi religiose, ma nella pratica vediamo che le confessioni giocano un ruolo importante. Sarebbe molto positivo sia per l’Unione che per la Turchia. La Turchia è un Paese laico ma a maggioranza musulmana e sembra che questo crei un senso di rifiuto in Europa. Sarebbe positivo per tutte le confessioni di questo Paese. Oggi tentiamo di dialogare, pur essendo religioni molto differenti, e con molti secoli di contrapposizioni alle spalle.
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