Istanbul - Foto di Giulia Mirandola

Istanbul - Foto di Giulia Mirandola

Tradizione e secolarizzazione ad Istanbul hanno un luogo dove esprimersi e provare a convivere. È il quartiere di Cihangir, dove si concentra una fetta importante di vita culturale della Turchia e si sperimentano diversi modi di concepire il mondo. Riceviamo e volentieri pubblichiamo

01/04/2011 -  Graziano Graziani

Istanbul, la città più moderna e cosmopolita della Turchia, è anche quella che vanta un maggior rapporto con la storia e la tradizione del suo Paese. Qui tradizione e secolarizzazione, stili di vita occidentali e il tentativo di inventarsi una via levantina alla modernità trovano il loro punto di incontro (e di scontro). Tra i quartieri di Istanbul ce n’è uno che offre una visuale privilegiata su questo processo, una zona tanto particolare da essersi guadagnata l’appellativo di “stato indipendente”: stiamo parlando della repubblica di Cihangir.

Il quartiere degli artisti

Chiariamo un equivoco: Cihangir non ha uno status politico e un’amministrazione diversa da quella turca. Nello Stato nato dal kemalismo l’integrità della nazione è impossibile da mettere in discussione neppure per gioco. La definizione vale più a circoscrivere uno stile di vita e un complesso di comportamenti più liberali che in questa zona vengono adottati senza per questo sentirsi “osservati” e giudicati. Non che il resto di Istanbul sia un posto ostile per artisti, intellettuali e bohemienne; tuttavia a Cihangir questa gente dice di “sentirsi a casa”.

Cihangir si trova nel distretto di Beyoğlu, a due passi dalla centralissima piazza Taksim, dove si concentra gran parte della vita notturna della città. Circa venticinque anni fa Cihangir comincia a diventare il rifugio naturale per gli artisti: le case costano poco perché il quartiere non è considerato “sicuro”, ma visto che è in pieno centro costituisce una base d’appoggio perfetta per chi naviga sulle acque economicamente incerte dell’arte. Siamo a metà degli anni Ottanta del secolo scorso. Da lì a trasformare Cihangir in un quartiere cool il passo è breve. Come in ogni processo di gentrification cominciano a sparire le sacche di disagio, la prostituzione, arrivano gli studenti, gli affitti salgono, gli artisti squattrinati se ne vanno e nel giro di qualche anno a popolare il quartiere sono attori e registi della tv. Fioriscono i locali alla moda accanto a quelli “storici”, il quartiere diventa un punto di ritrovo e contemporaneamente, secondo alcuni, perde la sua anima per mutuarla con un maquillage più snob e sofisticato.

Al Kardeşler Cafe

Kardeşler Cafe

Kardeşler Cafe foto di Graziano Graziani

Il Kardeşler Cafe si trova all’incrocio di due delle arterie principali di Cihangir, a ridosso della moschea di zona. I tavolini occupano per intero il marciapiede, e inglobano persino i supporti di marmo su cui si usava esporre i morti prima del rito funebre. Qui ci si ritrova per incontrare amici, discutere di progetti, appuntamenti di lavoro, passare il tempo bevendo caffè o tè.

Ai tavolini del Kardeşler Cafe incontro Hande Demircioğlu, una giovane autrice, che qui ha trovato la sua dimensione, ma non per questo risparmia le sue critiche a uno dei quartieri più radical chic di Istanbul. “Qui vive un gran numero di intellettuali e di artisti. Ci sono zone del genere in tutte le grandi città del mondo, anche più d’una; a Istanbul c’è solo Cihangir”, racconta. Parlando di Cihangir Cumhuriyeti – ovvero la repubblica di Cihangir – Hande mette subito in evidenza una contraddizione. “Questa è una repubblica di chi produce e consuma cultura, è in questo senso che si parla di Cihangir Cumhuriyeti. Un luogo speciale. C’è una sensibile differenza con le altre zone. Ma questa differenza è come un muro invisibile che divide Cihangir dal resto della città, perché l’ostentazione di questo modo di vivere, cosmopolita e di larghe vedute, crea una specie di barriera. Non è assurdo?”

Lo spirito utopico di Cihangir

L’espressione Cihangir Cumhuriyeti ha cominciato a prendere piede nei primi anni del 2000, anche grazie al fatto che qui sono stati aperti centri culturali, teatri e altri luoghi per l’espressività artistica contemporanea. Un bel cambiamento rispetto a quando la zona attirava scrittori squattrinati per le sue case a basso prezzo. Oggi, invece, poco distante da qui si trova lo studio del premio Nobel per la letteratura Ohran Pamuk. Ciò nonostante secondo Hande lo spirito di Cihangir può ancora tenere viva la fiamma di alcune “utopie” che sembrano uscite malconce dalla fine del XX secolo. “Pensa a una parola come ‘libertà’, a come è cambiata in questi anni. In parte si è atrofizzata, in parte è stata svuotata di molti dei suoi significati più autentici e politici. Di pari passo l’arte, l’estetica, ha cominciato ad avere a che fare più con l’edonismo che con la politica. Eppure la parola ‘estetica’ contiene la parola ‘etica’, e questo non bisogna mai dimenticarselo”. Insomma, nel XXI secolo l’arte può ancora pensare di cambiare il mondo? “Assolutamente sì”.

All'Özkonak Restaurant

Cihangir

Cihangir foto di Graziano Graziani

Dall’altra parte dell’incrocio dove si trova il Kardeşler Cafe, c’è una piccola taverna specializzata in cucina turca dove è possibile mangiare a poco. L’Özkonak Restaurant è stato aperto nel 1963 dal nonno dell’attuale proprietario, Metin Tak. Il signor Tak conosce bene la storia di Cihangir, e racconta che la metamorfosi che ha investito questo quartiere ha cominciato ad essere visibile poco meno di vent’anni fa, quando oltre agli artisti anche gli accademici e gli stranieri hanno cominciato a cercare casa da queste parti, per essere vicini a Beyoğlu. Dei caffè alla moda allora non ce n’era traccia. “Quelli hanno cominciato ad aprire cinque o sei anni fa, quando ormai il quartiere era conosciuto come un posto alla moda. Questo, ovviamente, ha fatto sì che i prezzi del quartiere aumentassero”, racconta Metin Tak. Il suo è il primo ristorante aperto nella zona, famoso soprattutto per i dolci. La scelta di gestirlo come un tempo, fa dell’Özkonak Restaurant, un posto un po’ spartano ma particolare.

Rispetto alla storia della repubblica il signor Tak storce il naso. “Questa faccenda mi pare un’assurdità. Questo è un quartiere, non uno stato. Perché parlare di repubblica? Se ogni quartiere dovesse fare allo stesso modo Istanbul non esisterebbe più”. Tuttavia Metin Tak ammette che vent’anni fa se dicevi di vivere a Cihangir nessuno ci faceva caso, oggi invece sì.

Originariamente il quartiere era abitato da greci. Una minoranza etnica che a Cihangir era maggioranza. Questo nella prima metà del Novecento, quando molte minoranze non-musulmane sono state forzosamente allontanate dal centro della città. Secondo Metin Tak, che sposa la tesi nazionalista, non ci fu alcuna pressione: “I vecchi sono morti e i giovani hanno preferito andarsene altrove. È una cosa che succede”. In molti nel quartiere, però, la pensano diversamente. E i recenti studi sull’urbanistica di Istanbul confermano che le cose non sono andate proprio così lisce.

Prove di occupazione temporanea

Şule Ateş è una regista e organizzatrice teatrale che vive a Cihangir dal 1987. Tra le strade del quartiere ha organizzato la prima edizione di un progetto, «Geçici İşgal», che significa “Occupazione temporanea”, una sorta di festival di incursioni artistiche che si sviluppa in luoghi non convenzionali. Il progetto dopo Cihangir è stato realizzato nel centro storico, e successivamente nei centri commerciali della città. “L’idea che c’è dietro è di abitare artisticamente gli spazi per trasformarli. Qualunque tipo di spazio: negozi, strade, piazze, cimiteri”, racconta Ateş.

Ma lavorare sugli spazi non convenzionali, magari abbandonati, ha portato Şule Ateş ed altri abitanti del quartiere coinvolti nel progetto a scontrarsi col tema della speculazione. Per questo hanno creato un’associazione, la Cihangir Güzelleştirme Derneği (associazione per l’abbellimento di Cihangir), una sorta di comitato di quartiere. “Cihangir ha iniziato a mutare prima ancora che ci venissi a vivere, sul finire degli anni Ottanta. Ad esempio il Kardeşler Cafe, che oggi è un ritrovo per tanti ragazzi e ragazze, un tempo era frequentato esclusivamente da uomini. Io mi sentivo imbarazzata a venire qui. Poi, con l’arrivo degli intellettuali sono cambiate le cose. Da un lato c’è una maggiore libertà, dall’altra il rischio che qualcuno svenda il quartiere per farci soldi. Per questo abbiamo fondato l’associazione quindici anni fa”.

Secondo Şule Ateş la differenza con il resto della Turchia, ma anche con altre zone di Istanbul, è consistente. A Cihangir vivono giovani donne sole, persone che vivono alla luce del sole la loro omosessualità, ma questo non comporta alcun pericolo di sentirsi discriminati. Non è così nel resto della città. “Qui i padroni degli appartamenti non si sognano di interessarsi alla vita privata degli affittuari – spiega Şule – Nel resto della Turchia, se non si tratta di famiglie, i proprietari sono diffidenti e sospettosi”. Nonostante una buona fetta della popolazione di Cihangir sia single, secondo Şule, c’è una differenza fondamentale con le grandi città americane o europee: “Qui difficilmente ti senti solo, perché c’è un ‘sentire comune’ che lega le persone. È questo il senso profondo della repubblica di Cihangir”.


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