Immagine tratta da "Almanya - Wilkommen in Deutschland" di Yasemin Sandereli

Si chiude sabato sera il Festival di Berlino. Tre film su tutti, relativi alle aree di nostro interesse. "Almanya – Willkommen in Deutschland” racconta attraverso la storia di una famiglia l'immigrazione turca in Germania dal 1964 ad oggi. E poi la produzione albanese-greca "Amnistia" e il road movie "Here", un viaggio in Armenia con un'incursione in Nagorno-Karabakh

17/02/2011 -  Nicola Falcinella Berlino

Dai Balcani e dal Caucaso arrivano buoni film nella prima metà del 61° Festival di Berlino. A metà percorso, gli Orsi saranno consegnati sabato sera dalla giuria presieduta da Isabella Rossellini e la kermesse si chiuderà domenica con le repliche, il bilancio è positivo.

Willkommen in Deutschland

Cominciando, fuori concorso, dalla commedia “Almanya – Willkommen in Deuschland” della tedesca d’origine turca Yasemin Sandereli, che dopo diversi lavori per la tv ha scritto la sceneggiatura con la sorella Nesrin. Un modo per ridere di cambiamenti, differenze, radici e futuro e per ripercorrere la storia dell’immigrazione turca dal 1964 a oggi.

È la storia di una famiglia anatolica che da tre generazioni si è trasferita in Germania: il suo capostipite è il milionesimo e uno “gast-arbeiter”, lavoratore immigrato per sostenere lo sviluppo economico del Paese. Non a caso si cita la celebre frase di Max Frisch: “cercavamo lavoratori, sono arrivate persone”. Dal nonno Hüseyin al piccolo Cek tutti, riuniti per una festa, si chiedono cosa sia rimasto della terra d’origine e cosa abbiano preso dalla nuova patria. La nonna, i tre figli - uno divorziato e in crisi, l’altro non lontano dalla separazione, la figlia che a sua volta è madre di una ragazza che convive con un inglese ma non lo confessa ai genitori – tutti sono messi faccia a faccia con il problemi della doppia identità.

Nessuno è del tutto tedesco, ma nessuno è del tutto turco. In una delle scene più divertenti è il piccolo Cem, che sta cominciando a imparare qualcosa sulla terra del nonno, a far prendere coscienza della propria origine a un compagno di scuola che non sa di essere turco. Flash back della gioventù dei nonni (lui è interpretato da Vedat Erincin da anziano e Fahri Yardin da giovane, lei da Lilay Huzer e Demet Gül) si alternano alle scene al giorno d’oggi finché Hüseyin annuncia di aver acquistato una vecchia casa al paesello natio e di voler tornare con tutti i familiari a ristrutturarla.

A bordo di un furgone partono per il viaggio dove accadono varie cose, non tutte piacevoli ma comunque destinate a migliorare la comprensione reciproca. Un film corale, che sta tra “East is East” e “Little Miss Sunshine” nella seconda parte, che non cade quasi mai nel banale e fa ben sperare. Si mettono in evidenza le diffidenze dei turchi (allora e ora) verso l’Occidente (compreso quella di Gesù Cristo e della croce in alcune immagini di incubo molto forti) ma anche il fascino degli status symbol consumistici, le paure ma anche la riconoscenza (anche in questo la Germania e diversa dall’Italia) dei tedeschi. Quello turco-tedesco, anche grazie ai successi di Fatih Akin, è diventato un filone consolidato e l’essere approdato alla commedia popolare rivolta a tutti e capace di interessare e farsi capire da ogni tipo di pubblico è sicuramente un segnale positivo. Meritoriamente la pellicola è stata acquistata per il nostro Paese dalla casa di distribuzione Teodora e prima o poi arriverà nelle sale.

Aministia

Senza un filo di speranza, a dispetto del titolo, è “Amnistia”, film d’esordio dell’albanese Bujar Alimani, presentato in Forum. Si tratta della prima coproduzione tra Albania e Grecia (il regista ha lavorato in numerose produzione elleniche fin dal 2002). Una donna (Luli Butri) e un uomo (Karafil Shena), lui di Tirana, lei della provincia, vanno una volta al mese in carcere. È l’unico momento nel quale possono avere un rapporto sessuale, in stanze squallide con le sbarre, con i rispettivi consorti. I carcerati non si vedono neanche in volto. Sono i due fuori, che piano piano iniziano a parlarsi, a fare un tratto di strada insieme, poi bere un tè e infine a innamorarsi, a interessare il regista. Intanto non si trova lavoro, le fabbriche chiudono, le condizioni di vita sono difficili. Quando il suocero intuisce che qualcosa sta succedendo e prova a impedirle di vedere la figlia, la donna fugge nella capitale chiedendo ospitalità e aiuto a un’amica. Cominciare un’esistenza nuova e magari più serena è impossibile in una società patriarcale, così la violenza e l’antico codice “d’onore” vincono sull’amore. Un film maturo e forte, con un’attenzione al realismo dei luoghi e dei colori e uno stile forte. Purtroppo il lavoro è un po’ intaccato da un finale dove accadono alcune piccole cose di troppo, sottolineature dalle quali Alimani era riuscito per oltre 80 minuti a stare lontano.

Here

È un road-movie attraverso l’Armenia, con un’incursione in Nagorno-Karabakh,  “Here” di Braden King, nella sezione Panorama. Per il suo primo film, il regista del North Carolina ha scelto l’avventura del cartografo americano Will (Ben Foster) tra le vallate del Caucaso. Il suo scopo è fare rilievi geologici per le mappe dei satelliti. Quasi subito conosce la fotografa Gadarine (Lubna Azabal, vista in “Paradise Now”, nel recente “La donna che canta”, a Berlino anche con “Coriolano” di Ralph Fiennes che ha girato quasi interamente a Belgrado per attualizzare il dramma shakespeariano ambientato nell’antica Roma) armena emigrata che non torna in patria da anni. Dopo un paio di incontri fortuiti i due decidono di intraprendere insieme il viaggio. Uno fa i rilievi, l’altra fotografa, si conoscono, incontrano persone (per caso oppure conoscenti di lei), bevono, si perdono, litigano, hanno guasti all’auto, problemi alla frontiera. La situazione politica non è mai affrontata direttamente, ma neanche resta troppo sullo sfondo, le difficoltà, le insicurezze si fanno esistenziali. Un film di piccole cose, di silenzi, ma non di tempi morti, di begli inserti sperimentali, con una storia d’amore che cova sotto traccia.


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