Slovenska popevka, Bled 1962

Slovenska popevka, Bled 1962

Cosa c'entrano le "canzonette" con la formazione della coscienza nazionale? In Slovenia molto. Marco Mosca, in un libro, racconta la storia del festival di musica leggera più conosciuto in Slovenia. Ai lettori di OBC spiega il perché

11/02/2011 -  Marco Mosca

Attribuire a una gara di musica leggera un posto di rilievo nella storia di un popolo potrebbe apparire eccessivo, ma in questo caso l’affermazione merita di essere attentamente considerata. Del resto, non si può negare il peso avuto dal Festival di Sanremo in Italia o dal Melodifestivalen in Svezia nella formazione di una coscienza musicale nazionale, nell’influenzare la società, nel travalicare le frontiere per divenire anche all’estero simboli di un Paese, oltre che modelli da imitare.

Naturalmente Slovenska popevka, per notorietà, non è mai stato paragonabile a queste manifestazioni. Le ridotte dimensioni della piccola repubblica alpina e la scarsa comprensione della lingua anche da parte degli altri popoli jugoslavi ne hanno sempre limitato la portata a quella di festival locale, nonostante negli anni di maggior splendore non sia mancato un respiro internazionale con l’arrivo di big dai quattro angoli d’Europa.

Ma a rendere unico Slovenska popevka è stato il suo implicito valore di identificazione per un popolo che, pur avendo abbracciato (e, per un lungo periodo, con una larga e condivisa adesione) la causa della Repubblica Federativa Socialista Jugoslava, non poté in qualche misura non sentirsi un po’ ai margini, dissimile per lingua e cultura dall’artificioso serbo-croatismo incarnazione di unità.

Se nel 1966 la prima vittoria di una canzone in sloveno alla selezione jugoslava per l’Eurovision, Brez besed interpretata da Berta Ambrož, fu accolta dal pubblico in sala nel Dom sindikata di Belgrado con un boato di protesta, è chiaro come fosse ancora difficile, nonostante il professato rispetto delle tante etnie che componevano la Federazione, riconoscere un ruolo di portavoce nazionale a una lingua diversa dal serbo-croato.

Berti Ambrož

Il successo del Festival di Sanremo, nato nel 1951, e il lancio nel 1956 del Grand Prix Eurovision de la Chanson, oggi denominato Eurovision Song Contest e noto in Italia come Eurofestival, portano al proliferare di concorsi canori in tutto il continente.

La Jugoslavia non si sottrae alla tendenza e si rivela anzi uno dei più precoci e fertili terreni per la nascita di festival di ogni genere: le enormi difficoltà della ricostruzione dopo la fine della guerra sono ormai alle spalle, il Paese attraversa un periodo di pace e di stabilità, l’economia cresce e con essa anche la voglia di svago e di divertimento, in cui la musica riveste un ruolo di primissimo piano. Il disco, da oggetto per pochi, entra ora in tutte le case; compaiono i primi juke-box; i festival diventano un fenomeno di costume.

A inaugurare questa felice stagione è soprattutto la Croazia, prima con lo Zagreb fest nel 1954, seguito nel 1958 dal Festival Opatija, a lungo il più famoso del Paese e al quale parteciperanno tutte le stelle della canzone jugoslava; nel 1960 è la volta di Melodije Jadrana / Festival Split.

Gli anni Sessanta segnano l’ingresso della tv nella vita quotidiana: nel 1961 la JRT, radiotelevisione di Stato, dopo essere entrata nell’EBU, l’associazione che riunisce gli enti pubblici di comunicazione dei Paesi europei, decide di partecipare all’Eurovision (unica tra le emittenti dell’Est fino alla caduta del muro di Berlino) e di dar vita a una selezione nazionale comunemente chiamata Jugovizija. Dallo stesso anno la JRT invia i propri rappresentanti anche al più importante festival dell’Europa Orientale, quello di Sopot in Polonia.

È soprattutto attraverso la televisione e i festival che i cantanti smettono di essere semplici voci delle orchestre e acquisiscono popolarità.

La Slovenia ha una buona tradizione musicale e i suoi autori e compositori aderiscono subito con entusiasmo ai principali festival jugoslavi: Jože Privšek, con le sue melodie, domina la scena sia a Opatija con Vozi me vlak v daljave, sia alle prime due edizioni di Jugovizija grazie ai brani in serbo (ma in rappresentanza di TV Ljubljana, a dimostrare anche in questo caso una certa sudditanza verso la lingua maggioritaria e la frequente abitudine di usare l’idioma più diffuso per raggiungere una platea più vasta) Neke davne zvezde e Ne pali svetla u sumrak.

Al tempo stesso però si avverte l’esigenza di uno spazio interamente dedicato alla canzone in sloveno per ampliare la possibilità di esprimersi per musicisti, cantanti e produttori. Matija Cerar, Matija Barl, Vilko Avsenik, Jure Robežnik, Franek Lunaček sono ritenuti gli ideatori di quello che diverrà il maggiore festival sloveno: Slovenska popevka.

Ma a precederne il debutto di poche settimane è un piccolo concorso organizzato dagli studenti di Maribor e denominato Katedra, dal nome della loro associazione. Katedra è considerato l’antesignano di Vesela jesen, appuntamento tuttora vitale (con il nome di Festival narečnih popevk) rivolto alla canzone dialettale.

L’avventura di Slovenska popevka

La prima edizione di Slovenska popevka, secondo la consuetudine di associare la voglia di musica a quella di vacanza, viene organizzata nel maggio 1962 a Bled, la più rinomata località turistica del tempo. Protagonista fin dagli esordi è la prestigiosa orchestra di Radio Ljubljana, che accompagna dal vivo tutte le esibizioni. La prima canzone vincitrice, Mandolina, è subito un grande successo.

L’avventura di Slovenska popevka è cominciata: per due decenni il festival sarà un asse portante del mondo dello spettacolo sloveno e risulterà decisivo per lo sviluppo di una musica leggera (zabavna glasba) prettamente “nazionale”, un pop melodico abbastanza tradizionale ma di stampo europeo, distinto sia dalla musica popolare (narodno-zabavna glasba) ancor oggi diffusa e amata in tutta la Slovenia, con il caratteristico “ansambel” guidato da tromba e fisarmonica pronto a far ballare a ritmo di polka e valzer, sia dai ritmi più etnici e mediterranei delle vicine repubbliche balcaniche.

Per le migliori voci di casa non ci sono più solo i passaggi alla radio e le serate allo Slon o al Bellevue: quello di Slovenska popevka diventa il palco per eccellenza di tutti i maggiori cantanti. Nessuno, negli anni Sessanta e nei primi Settanta, riuscirà a emergere o a restare in alto senza calcarne le scene: Marjana Deržaj e Majda Sepe, Elda Viler e Alenka Pinterič, Lado Leskovar ed Edvin Fliser, Braco Koren e Oto Pestner, Ditka Haberl e Neca Falk.

Qui si formerà una vera e propria “scuola slovena” di nuovi autori di altissimo valore: i nomi di Jože Privšek, Jure Robežnik, Mojmir Sepe, Ati Soss per le musiche, di Elza Budau, Gregor Strniša, Branko Šömen, Dušan Velkaverh per i testi, sono entrati nel mito. E benché si tratti semplicemente di un festival di “popevke”, vale a dire di “canzonette”, a comprovarne la levatura è la partecipazione di poeti di fama come lo stesso Strniša, Ciril Zlobec, Veno Taufer, Miroslav Košuta, Svetlana Makarovič e addirittura Edvard Kocbek.

I presentatori prescelti sono i volti più noti e stimati della tv. Non manca nemmeno la mascotte, il pupazzo animato Gustav al pianoforte.

E poi la protagonista assoluta, la canzone: Slovenska popevka sarà la principale fucina di successi entrati di diritto nell’identità collettiva (basti ricordare Poletna noč, tuttora ritenuta la più rappresentativa tra tutte le canzoni del festival) e favorirà considerevolmente l’ampliamento del “bagaglio musicale sloveno”, altrimenti in buona parte limitato, negli anni Sessanta, a versioni in lingua di hit americane, inglesi, italiane, messicane, francesi. Sono le sue canzoni quelle che ancora oggi si ascoltano quando si pensa agli standard della musica slovena, alle melodie più compiute e rappresentative.

Ma, come si diceva all’inizio, quella di Slovenska popevka non è solo storia di canzoni e personaggi. Nel periodo di maggior fulgore ha rappresentato, forse inconsapevolmente, un vero elemento di “slovenità”, favorendo il senso di autonomia, di autostima, di forza espressiva. Un festival tutto sloveno, per un popolo che nonostante l’ala protettiva di Tito sentiva il bisogno di identificarsi in strutture proprie, di rinvigorire la propria anima.

Eppure questo non ha mai avuto il significato di una chiusura all’interno dei confini locali, come testimoniano l’attenzione dei compositori per tutte le tendenze e le novità musicali provenienti dall’estero e il coinvolgimento di artisti stranieri invitati a esibirsi nelle loro lingue; è stato, piuttosto, il tenace desiderio di “dimostrare di esserci”.

Nel corso del tempo Slovenska popevka subisce inevitabilmente i contraccolpi dei cambiamenti in atto: come nella vicina Italia gli anni Settanta del terrorismo, dei conflitti sociali e della crisi petrolifera corrispondono al periodo più buio di Sanremo e al declino delle grandi manifestazioni che avevano caratterizzato il decennio precedente (Canzonissima, Cantagiro, Disco per l’Estate), in Jugoslavia gli anni Ottanta, con la morte di Tito e le difficoltà economiche che preludono allo sfaldamento politico del Paese, segnano un momento di stasi per molti festival.

In un mondo che sta perdendo le sue certezze e l’incrollabile fiducia nel futuro, la musica diventa un importante fattore di rottura, soprattutto grazie al progressive rock e al punk, per i quali la Jugoslavia rappresenterà il faro per l’Europa della cortina di ferro. Fare musica, inoltre, diventa un’attività a tutto tondo: sono gli anni dei grandi cantautori.

Anche Slovenska popevka e molti dei suoi protagonisti cominciano a essere identificati con un’epoca ormai sorpassata. Nel 1983 il principale festival sloveno chiude i battenti, sostituito da un programma radiofonico a tappe (Prisluhnite, izberite, poi ribattezzato Pop delavnica) al quale partecipano in prevalenza gruppi pop-rock: è l’avvento di una nuova maniera di “gareggiare con la musica”, più vicina all’happening giovanile.

Resiste invece, seppur con una certa fatica, Melodije morja in sonca, la rassegna estiva di Portorose nata nel 1978.

Dopo l’indipendenza raggiunta nel 1991 inizia un processo, a volte spontaneo e a volte incoraggiato politicamente, di rafforzamento dei capisaldi culturali: non un ripiegamento su se stessi ma piuttosto la volontà di guardare avanti senza trascurare le origini.

Anche la musica conosce una fase di grande espansione e per i festival comincia la ripresa: nel 1993, dopo l’ingresso di RTV Slovenija nell’EBU, nasce Ema, la selezione per l’Eurovision Song Contest, che si impone subito come il più atteso e importante appuntamento del settore, visto anche il suo ruolo di sintesi della produzione musicale slovena davanti agli occhi dell’Europa.

Ma da più parti si alzano sollecitazioni per il ritorno di Slovenska popevka, sentito come patrimonio di un passato da rivalutare e rivisitare. L’incessante moltiplicarsi di etichette discografiche e artisti e la rinnovata voglia di ascoltare la “musica di casa” fanno il resto: c’è bisogno di nuove occasioni per proporsi al pubblico e così, dal 1998, al fianco di Ema e Melodije morja in sonca torna a risplendere come la fenice anche Slovenska popevka.

Forse oggi il festival storicamente più importante di Slovenia non ha più lo stesso rilievo, lo stesso significato del passato. E tuttavia alcune delle sue peculiarità, come l’orchestra dal vivo, la cura per la qualità delle proposte, la predominanza di ballate di classe, non sono andate perdute e ne fanno ancora un appuntamento unico nel panorama culturale sloveno.


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