Nelle settimane scorse il via libera del parlamento sloveno all'entrata della Croazia nella Nato. Ora però il provvedimento rischia di essere annullato da un referendum. Tre mesi di governo Pahor e i rapporti tra Lubiana e Zagabria mai così in basso

02/03/2009 -  Stefano Lusa Capodistria

Oramai in Slovenia si stanno raccogliendo le firme per promuovere il referendum sull'adesione della Croazia alla Nato. A Lubiana la leadership politica continua a precisare che il referendum non è "né utile né necessario". Per ora non sembrano esserci massicci consensi e la Slovenia spera di fare in tempo a consegnare la ratifica del protocollo di adesione di Zagabria prima del vertice in programma all'inizio di aprile. Dalla Nato hanno fatto sapere che sono disposti ad attendere fino all'ultimo momento, ma hanno anche dato ad intendere che vogliono festeggiare il 60esimo anniversario dell'Alleanza con l'allargamento a Croazia ed Albania.

Il premier Borut Pahor ha tentato di tutto per cercare di convincere l'opposizione a non frapporre ostacoli. Prima - per ottenere i voti necessari alla ratifica - ha accontentato i democratici facendo rimangiare alla sua maggioranza la bocciatura del conto consultivo per il 2007, poi è persino arrivato a patti con un'associazione, guidata dall'ex leader del partito popolare, Marjan Podobnik, che minacciava di promuovere il referendum.

Per convincerli ha fatto approvare al parlamento un ordine del giorno in cui si afferma che al momento della proclamazione dell'indipendenza la Slovenia controllava alcune zone al di là del fiume Dragogna e del fiume Mura, aveva l'accesso al mare aperto ed esercitava la sua giurisdizione sull'intero golfo di Pirano.

L'impegno ha chiuso la porta a qualsiasi ipotesi di trattativa diretta con Zagabria, ma ha accontentato Podobnik. Non è stato, così, invece per il Partito del popolo sloveno, una piccola forza extraparlamentare, che ha deciso di proseguire l'azione referendaria. Pahor, a quel punto, si è precipitato a incontrare i "pittoreschi" vertici di quel partito per cercare di convincerli a fare marcia indietro. Per ora non ce l'ha fatta. In compenso, però, ha precisato che l'ordine del giorno approvato non è stato accolto solo per evitare il referendum, ma anche perché era necessario che il parlamento prendesse posizione sulla questione.

La cosa è perfettamente in linea con il tradizionale modo di agire in politica estera della Slovenia. Da tempo oramai si parlava di un documento da discutere alla camera sui rapporti con la Croazia e la delibera estorta da Podobnik sintetizza quello che si sarebbe voluto dire, probabilmente in altre parole. I diplomatici sloveni, del resto, si vedono spesso limitare il loro raggio d'azione dal parlamento. E' successo, nella prima metà degli anni novanta, nel lungo contenzioso con l'Italia sulla questione dei beni abbandonati degli esuli e dell'apertura del mercato immobiliare agli stranieri. Varrà ricordare che, all'epoca, il giovane Pahor era già uno strenuo "difensore degli interessi nazionali". In quel periodo c'era chi in Italia chiedeva un gesto simbolico - la restituzione di qualche casa - e in Slovenia qualcuno era disposto anche a parlarne, ma Pahor era fermissimo: non bisognava concedere "nemmeno un mattone".

La risposta di Zagabria alla presa di posizione del parlamento sloveno non si è fatta attendere. Il Sabor ha immediatamente approvato un suo ordine del giorno in cui si precisa che le zone in questione, al momento della proclamazione dell'indipendenza erano inequivocabilmente sotto la sovranità croata, che la Slovenia non aveva l'esclusiva giurisdizione sul golfo di Pirano e nemmeno uno sbocco al mare aperto. A questo punto il conflitto tra i due paesi ha raggiunto un livello tale che persino i giornali hanno cercato di smorzare i toni.

In sintesi, comunque, trovare una soluzione dopo che negli ultimi tre mesi è stata gettata tanta benzina sul fuoco non sarà semplice. La cosa è sembrata del tutto evidente all'incontro, della scorsa settimana, tra il premier sloveno Borut Pahor e quello croato Ivo Sanader. L'unica intesa raggiunta è che il prossimo vertice si svolgerà in Croazia.

Zagabria continua a ripetere che il contenzioso confinario non c'entra nulla con l'adesione della Croazia all'Unione europea ed alla Nato e che la questione deve venir risolta dalla Corte internazionale di giustizia delle Nazioni unite dell'Aia. La Slovenia instancabile ribadisce che i documenti presentati dalla Croazia nella trattativa di adesione all'Unione europea pregiudicano il confine. Proprio per questo in settimana ha bloccato l'ennesimo capitolo negoziale ed ha chiesto di posticipare di uno o due mesi il vertice, in programma a fine marzo, in cui si dovrebbe nuovamente discutere dell'andamento delle trattative tra Bruxelles e Zagabria.

Lubiana è, comunque, pronta ad accettare la mediazione proposta dal commissario all'allargamento Olli Rehn. Per ora nessuno, però, si è premurato di spiegare in che cosa consisterebbe. La Croazia pare disposta ad accettarla solo se questa dovesse portare a definire "l'organismo giuridico chiamato a risolvere la questione", cioè, in parole povere, se i mediatori saranno chiamati ad indicare il tribunale a cui i due paesi si rivolgeranno. Appare invece improponibile, per Zagabria, che siano i mediatori a tracciare la frontiera.

Intanto l'ex premier sloveno Janez Janša non ha risparmiato l'ennesima frecciata a Pahor, auspicando che il dibattito si sposti sulla definizione del quadro giuridico del contenzioso. Si tratta di capire - ha precisato il leader democratico- se si prenderà in esame tutto il confine o solo quello marittimo e se si terrà in considerazione solo la legislazione internazionale o anche il principio dell' "ex aequo et bono". Fatto ciò risolvere la faccenda sarà più semplice.

Su Pahor, oramai, piovono appunti sempre meno velati anche dal centrosinistra. Persino il capo dello stato, Danilo Türk, non ha mancato di bacchettarlo affermando che il consenso deve restare un mezzo e non l'obiettivo da cercare ad ogni costo. L'ex presidente Milan Kučan, seppur indirettamente, è stato anche più duro. Ad un anno dalla morte di Janez Drnovšek - il politico sloveno che portò il paese nella Nato e nell'Unione europea - ha detto che alla politica slovena oggi manca un uomo come lui, che soprattutto "come capo del governo saprebbe timonare la nave slovena".

Del resto è innegabile che in soli tre mesi Pahor è riuscito giocarsi quell'immagine internazionale che la Slovenia si era costruita in quasi due decenni. Quello che sembrava un piccolo ed ordinato paese centroeuropeo si è impantanato nell'ennesimo conflitto balcanico, per di più senza alleati e senza avere una ben che minima strategia su come uscirne. Oggi, così, non si rimpiange soltanto la figura di Drnovšek, ma sempre più anche l'ex premier Janez Janša, che difficilmente avrebbe osato portare i rapporti con Zagabria ad un punto così basso.


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