Dai microfoni di TV Capodistria ha raccontato il basket a generazioni di appassionati. Ora Sergio Tavčar ha pubblicato un libro sulla storia della pallacanestro jugoslava. Nel suo stile, controcorrente e politicamente scorretto

07/09/2010 -  Stefano Lusa

Beffardo, controcorrente, politicamente scorretto. Potremmo definire così Sergio Tavčar, eclettico telecronista di TV Capodistria. Era stato una delle voci più apprezzate dagli appassionati di basket italiani, almeno sino a che il segnale di TV Capodistria veniva diffuso anche nella penisola. Ai tempi in cui l’emittente capodistriana era entrata sotto l’ala protettrice dell’impero televisivo berlusconiano aveva formato, assieme a Dan Peterson, quelli che molti reputano la miglior coppia di commentatori che la pallacanestro abbia mai avuto.

Tavčar continua a fare quello che aveva sempre fatto: commenta per TV Capodistria le partite di basket solo che in Italia è praticamente impossibile vederle, a meno che non si abiti a ridosso del confine italo-sloveno. Oggi, comunque, se non si può più sentirlo in TV si può almeno leggerlo in un libro fresco di stampa. “La Jugoslavia, il basket e un telecronista – La storia della pallacanestro jugoslava raccontata dalla voce di Telecapodistria” e seguirlo sul suo sito internet, nato in concomitanza all’uscita del volume (www.sergiotavcar.com).

Il libro è come le sue telecronache: canzonatorio al limite del sarcasmo che cerca di non cadere mai nei soliti luoghi comuni. L’inizio scoppiettante sfata il mito che in Jugoslavia il basket fosse una religione: “Come sotto ogni latitudine mondiale (…) nella stragrande maggioranza delle regioni dell’ex Jugoslavia, e segnatamente in quelle di espressione serbo-croata, la religione unica in campo sportivo è stato ovviamente il pallone”.

Perché allora un tale successo del basket in Jugoslavia? La risposta appare scontata. In quelle regioni “c’hanno il fisico”. I montenegrini sono, ad esempio, le persone con la statura media più alta in Europa. Ma essere alti ovviamente non basta, visto che per giocare a basket bisogna anche essere forti e coordinati. “Quando con due 2 metri e 10 si prendono scapaccioni da papà (2 e 15), mamma (1 e 90) e nonno (2 e 05), vuol dire che il DNA è quello giusto. (…) Per quanto riguarda la coordinazione è ovvio che in un popolo di contadini e pastori gli imbranati sono fatti fuori molto presto dalla selezione naturale”.

Per Tavčar non è stata “la fame” a contribuire a fare da volano al basket jugoslavo. “Pensare che un montenegrino (o affine) sgobbi di sua spontanea volontà con motivazioni astratte è semplicemente improponibile”. Le ragioni sono quindi altre. I balcanici sarebbero tutti formidabili giocatori, cioè gente che gode nel giocare e “quando si dedicano ad un gioco sportivo, sia individuale che di squadra, questa loro indole esce allo scoperto con il suo devastante impatto”. Per spiegare il concetto bisogna tirar fuori un verbo in serbo-croato praticamente intraducibile: “Nadmudrivati”, letteralmente fare a gara a chi è più saggio. “Essere più astuto dell’avversario – precisa Tavčar - è l’unico scopo di qualsiasi gioco”.

Tavčar gioca con gli stereotipi: gli sloveni tirchi, introversi, musoni, pessimisti, ma anche gente che non si stanca mai di lavorare; i croati cosmopoliti con una grandissima dignità nazionale, al limite del patriottismo da macchietta; i serbi oppressi da uno straordinario complesso di superiorità. In campo sportivo c'erano, quindi, contemporaneamente in squadra “ i grandi lavoratori, i difensori per eccellenza, i geni del canestro dotati della cattiveria giusta e c'erano quelli che non avevano paura di nessuno e che se si trattava di fare un canestro decisivo, l'unica risposta era »nema problema«”

Perché una simile mix non è riuscito nel calcio? “La mancanza di risultati concreti va ascritta al maggior sbilanciamento delle sue rappresentative nei confronti dei giocatori; per dirla breve, dalla Serbia e dalla Dalmazia, dalle regioni cioè dove si gioca per il gusto di giocare, dove i giocatori, per tradurre un altro modo di dire serbo, “muoiono di bellezza”, cioè vogliono solo “nadmudrivati” l’avversario, indipendentemente dal volgare dettaglio del risultato finale in numeri.”

Quello di Tavčar non è il solito libro di un cronista sportivo, costruito su foto e statistiche, è piuttosto la storia di un gioco ed il racconto di una nazione attraverso il basket, senza comunque nessuna nostalgia della Jugoslavia in quanto tale. Non mancano così gli aneddoti. Il cronometro a velocità variabile dello Zadar, che accelerava quando la squadra vinceva e stava praticamente fermo quando invece doveva recuperare; i baffi ed i capelli tagliati al miglior giocatore del Rabotnički, durante l’intervallo, fatto scendere in campo poi con la maglia dell’ultima riserva nel secondo tempo senza che nessuno se ne accorgesse o la storia di quello che da piccolo avevano soprannominato “kamenko” (pietraio), per dire che proprio non aveva tiro e che poi si costruì tutto con “una volontà al limite, se non oltre, della mania pura”. Diventò il “Mozart dei canestri” e si chiamava Dražan Petrović.

Ovviamente attraverso lo sport e anche attraverso il basket si cominciò a percepire che la Federazione si stava sfaldando. Tavčar lo capì durante i mondiali del 1986 in Spagna. Nell’autobus che lo portava assieme agli altri giornalisti jugoslavi da Madrid a Oviedo “i serbi erano seduti tutti verso il fondo e chiacchieravano tra loro; i croati a destra, sloveni bosniaci e macedoni a sinistra, io ed il collega del Kosovo davanti subito dietro al guidatore. E così per tutto il viaggio con incomunicabilità totale fra i vari gruppi, incomunicabilità che non riuscivo a capire, visto che l’anno prima erano ancora tutti grandi amici”.

In ogni modo la Jugoslavia del basket sembrava ancora un’isola felice. Nel 1989 la Jugoslavia vinse gli europei di basket in programma a Zagabria. All’epoca i tutti i giocatori, croati compresi, cantarono a squarciagola l’inno jugoslavo; tutti, tranne lo sloveno Jure Zdovc. L’episodio “sollevò un grosso polverone, soprattutto da parte dei giornali serbi che videro in ciò la conferma lampante delle velleità secessionistiche della Slovenia.”

I nodi però dovevano venire al petto. Nel giugno del 91, agli europei di Roma, Jure Zdovc abbandonò la nazionale in seguito all’intervento dell’esercito in Slovenia, mentre dopo la finale, vinta nuovamente dalla Jugoslavia, il giocatore serbo Vlade Divac si avventò su un gruppo di tifosi che sventolavano una bandiera croata con al centro la scacchiera biancorossa racchiusa in uno scudo. “Lui strappò violentemente una delle bandiere dalle loro mani e la lacerò platealmente”.


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