La crisi aggrava in Slovenia la già precaria condizione dei lavoratori, specie se immigrati. Nei loro confronti i sindacati denunciano violazioni triplicate rispetto alla media nazionale: dal mancato pagamento dei salari alla scarsa sicurezza sul lavoro

07/04/2010 -  Stefano Lusa Capodistria

Dieci giorni di sciopero della fame sono serviti per mettere in primo piano le condizioni dei lavoratori migranti in Slovenia. Agli inizi di marzo, alcuni dipendenti della Prenova, una piccola impresa di costruzioni, sono arrivati persino a bivaccare di fronte al ministero del Lavoro per denunciare le loro precarie condizioni di vita. Hanno dichiarato che da 15 mesi non ricevono gli stipendi.

Alla fine i politici li hanno ricevuti ed hanno promesso che li avrebbero aiutati, ma hanno anche precisato che non è compito dello Stato pagare gli stipendi al posto degli imprenditori. Sta di fatto, comunque, che costituire un’impresa in Slovenia è facile. Si può farlo anche in Internet e che la vigilanza sul rispetto delle norme in materia di tutela dei lavoratori non sembra poi tanto serrata.

La storia della Prenova, pertanto, non è per nulla isolata. A fare le spese della crisi economica, così, sono quasi sempre gli operai. Anche i cittadini sloveni, infatti, spesso rimangono per mesi in attesa dei salari. A volte sono i lavoratori stessi ad auspicare il fallimento dell’azienda per poter almeno ottenere gli indennizzi di disoccupazione ed avere un po’ di soldi per pagare i conti e tirare avanti.

Anche quando va così, però, non mancano le sorprese. La più eclatante è stata quella che ha coinvolto un’industria vetraria che era di proprietà di un fondo statale. I dipendenti hanno ben presto scoperto che da anni oramai non erano stati versati loro i contributi pensionistici. Ora persino lo Stato cerca di correre ai ripari venendo incontro ai lavoratori, ma sta di fatto che i controlli appaiono carenti.

Se va male agli sloveni, però, va ancor peggio agli stranieri, considerato che possono contare su meno tutele sociali. Sono proprio loro, perlopiù impiegati con contratti a termine, ad essere i primi a perdere il posto in caso di tagli.

Nell’ottobre scorso gli “extracomunitari”, con regolare permesso di soggiorno per motivi di lavoro in Slovenia, erano poco più di 81.000. Ben 76.500 provenivano dalle altre ex repubbliche jugoslave. Sono in Slovenia per fare quei lavori che agli sloveni non piacciono più. Oltre la metà di essi trovano posto nelle imprese edili.

Gli stranieri sono comunque lasciati in balia dei loro datori di lavoro, visto che devono fare i conti anche con una legislazione penalizzante. L’“extracomunitario” deve rimanere per due anni nella stessa azienda per poter ottenere un vero e proprio permesso di soggiorno per motivi di lavoro. In questo periodo, quindi, se viene licenziato perde anche il permesso di soggiorno e deve tornarsene a casa. Ciò ovviamente consente abusi e vessazioni che spesso si fingono di non vedere.

Si denunciano così turni di lavoro massacranti, ore straordinarie non pagate, salari bassi ed in genere condizioni di vita molto precarie. A volte ci si deve accontentare di un letto in una camerata da condividere con molti altri. Nel Paese mancano politiche d’integrazione ed ancor più manca la volontà di far diventare i migranti parte del tessuto sociale.

Del resto è ben radicato un complesso di superiorità nei loro confronti. Un anno e mezzo fa in un ostello di una nota impresa edile si è pensato bene di far affiggere un cartello dove si spiegava agli ospiti che si trovavano in un ambiente che ha un “più alto livello culturale” e pertanto si invitavano i lavoratori, perlopiù provenienti dalla Bosnia, a non portare le loro abitudini “nel cuore dell’Europa”.

La cosa non mancò di provocare sdegno sia in Slovenia sia all’estero ed ancor più sdegno provocarono i tentativi di spiegazione forniti dalla responsabile dell’azienda, che se la prese con la “musica bosniaca” ascoltata ad alto volume nel bel mezzo di un quartiere bene di Lubiana. Lei del resto non aveva fatto altro che esprimere un diffuso e ben radicato stereotipo sui meridionali, che è presente nel Paese oramai da decenni.

Sin dall’inizio degli anni Ottanta gli immigrati provenienti dalle ex repubbliche della federazione sono stati visti con ostilità. Di loro si pensava che fossero uno strumento per “jugoslavizzare” la repubblica, che non avessero nessuna intenzione di imparare lo sloveno e di adattarsi agli usi ed ai costumi sloveni del posto.

Oggi, oltre che agli stereotipi, a peggiorare la posizione dei migranti ci sono poi anche penalizzanti accordi internazionali, che più che aiutarli li discriminano. La Slovenia ha raggiunto, infatti, specifiche intese con la Bosnia ed Erzegovina e la Macedonia secondo cui il sussidio di disoccupazione spetta solo ai lavoratori provenienti da questi Paesi che hanno stabilito la loro residenza in Slovenia. Per la stragrande maggioranza di loro così, quando perdono il lavoro, non resta altro che raccogliere armi e bagagli e tornarsene a casa.

I sindacati intanto denunciano che se ci sono di mezzo gli stranieri le infrazioni allo statuto dei lavoratori sono di tre-quattro volte più frequenti. Le questioni riguardano i mancati pagamenti dei salari, le condizioni di vita, ma anche le norme che regolano la sicurezza sul lavoro. La crisi economica ed in particolare quella dell’edilizia ha poi ulteriormente peggiorato la loro situazione. Nel gioco degli appalti al ribasso e poi dei subappalti, molto spesso a pagare, sono proprio gli operai, che fanno fatica a riscuotere i salari e che difficilmente possono mettere in piedi complicate e costose cause.

La sezione slovena della IWW, l'associazione dei “lavoratori invisibili del mondo”, denuncia intanto senza mezzi termini che la posizione dei migranti è catastrofica. Questi lavoratori – è stato detto- costruiscono il Paese e restano senza i compensi pattuiti, i diritti sociali che gli spettano e la possibilità di far valere i propri diritti.


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