Donne di Srebrenica a Tuzla (foto Gughi Fassino)

Donne di Srebrenica a Tuzla (foto Gughi Fassino)

Non è importante che l’arresto di Mladić fosse una condizione internazionale per la Serbia. Belgrado dovrà aspettare ancora parecchio prima di entrare nell’Unione europea. È importante che l’arresto di Mladić apra la strada della riconciliazione e che ci si possa guardare di nuovo negli occhi. Un commento

30/05/2011 -  Petra Tadić Belgrado

Alla fine della scorsa settimana la Serbia è di nuovo stata il tema principale di tutti i media del mondo. Dopo un decennio di ricerche, Ratko Mladić, il ricercato numero uno dal Tribunale dell’Aja è stato arrestato nel villaggio di Lazarevo, non distante da Belgrado.  Si nascondeva dal cugino, non ha fatto resistenza e alla polizia ha confermato la sua vera identità.

Giovedì scorso, poco prima di mezzogiorno, tutte le tv  avevano mandato in onda la notizia dell’arresto di un certo Komadić per cui si sospettava fosse Ratko Mladić. Non è la prima volta che le televisioni annunciano una notizia del genere. B92 lo ha fatto così tante volte che non pensavamo che Mladić fosse caduto in trappola. Non osavo crederci. Ma, quando è stato detto che il presidente della Serbia Boris Tadić avrebbe tenuto una conferenza stampa straordinaria, era chiaro che fosse qualcosa di grosso.

Una , due ore di incertezza. Per molti, probabilmente per la maggior parte dei cittadini della Serbia, momenti di ansia per l’arresto del “più grande eroe serbo”. Per me, traditrice degli interessi nazionali serbi, momenti di speranza. Perché finalmente abbiamo compiuto l’ultimo atto del sanguinoso dramma delle guerre balcaniche, dopo di che potremo forse guardarci negli occhi gli uni e gli altri.

Prima di essere d’accordo con me o prima di iniziare a commentare nervosamente, fatemi dire ancora qualche parola. Non credo che il Tribunale dell’Aja sia l’incarnazione della giustizia mondiale. Non credo che Naser Orić e Ramush Haradinaj siano stati assolti dalle accuse perché non hanno compiuto crimini. Non ho illusioni sull’imparzialità del tribunale. È chiaro che là le carte si mescolano anche secondo gli interessi politici. Per me l’arresto di Ratko Mladić non è una questione dell’Aja. Non mi interessa che sia una condizione internazionale che la Serbia doveva rispettare per poter essere più vicina alla membership dell’Unione europea. In fin dei conti, per l’Unione dovremo aspettare ancora molto tempo, ci saranno altri Mladić, Hadžić e Kosovo e riforme del sistema giudiziario, riforme sulla lotta alla corruzione e alla criminalità.

A me interessa altro e spero anche per il Paese in cui vivo. Credo che dopo quanto accaduto, senza la nostra volontà collettiva, saremo più vicini al confronto con il nostro recente passato. Ecco perché penso sia una buona cosa il fatto che Tadić, rivolgendosi ai giornalisti, abbia detto in primis che l’arresto di Mladić è importante per il processo di riconciliazione della regione, per le famiglie delle vittime, per portare a galla la verità sui crimini. Che sia un impegno della Serbia Tadić lo ha detto, certo, ma non si è nascosto dietro questo. E chiunque abbia scritto il suo discorso ha la mia gratitudine.

Credo che il presidente non sia felice di essere ricordato nella storia perché durante il suo mandato sono stati estradati Karadžić e Mladić. Non gli porta punti politici. Cose così non portano voti ma solo la rabbia della gente. Non saprei dire se il presidente serbo crede nella riconciliazione tra i popoli della ex Jugoslavia. So di certo che non è Willy Brandt. Probabilmente Tadić ha “soppesato” il momento opportuno per l’arresto, perché nessuno ha creduto che la Serbia non sapeva dove fosse il generale Mladić.

Ora potremmo anche speculare fino al giorno del giudizio. Mladić era davvero a Lazarevo dal cugino? È vero che le nostre forze di sicurezza non hanno mai perquisito proprio quella casa? È stato fatto un “accordo” con Mladić che ormai non poteva più nascondersi e fuggire?

Lascio agli esperti e ai politici inattivi (leggi Tomislav Nikolić) indovinare come, perché, quando e dove si sia svolto l’arresto di Ratko Mladić. Per me la vicenda è conclusa. Mi si è tolto un peso dal cuore. So che questa è una buona cosa per la Serbia, che la fa più sobria, che non c’è più motivo di alimentare la leggenda di un generale immortale che ama così tanto il suo popolo da non consegnarsi vivo ai demoni antiserbi dell’Aja. Non sopporto i vari strateghi che mi spiegano all’infinito il genio militare di Mladić e che solo grazie al suo coraggio e alla sua saggezza è stata salvata la Republika Srpska e il popolo serbo della Bosnia Erzegovina. Mladić, dicono ora, non sapeva niente di Srebrenica e figurarsi se ha ordinato l’uccisione di migliaia di persone. Il generale è il migliore tra i comandati dell’esercito, quelli che sia nella Prima che nella Seconda guerra mondiale hanno lottato senza pietà contro gli occupatori.

Prego? Per tutto questo non ho la minima comprensione. Così come non ce l’ho per le immagini di questo grande guerriero che non si sarebbe mai consegnato vivo ma che porta in un sacchetto di plastica un panno coi medicinali perché non vuol morire. Oppure perché ha voluto mangiare un po’ di fragole. Ha vissuto in povertà e non poteva permettersele. O di indovinare se ha avuto due o tre ictus. Se muove una parte sola del corpo. Se vuole andare a fare visita alla tomba della figlia. È come se guardassi una telenovela e non dei servizi su un uomo che è stato ricercato per gravi crimini.

Scusate, non ho compassione per Ratko Mladić, anche se fosse malato e sofferente.  Perdonatemi ma da me non avrete nessuna buona parola sul suo conto. Che si difenda all’Aja e che dimostri di non essere stato al corrente di Srebrenica. Che dimostri la sua innocenza.  Ma non aspettatevi che io veda Mladić come una vittima, perché per la testa mi passano le immagini delle madri di Srebrenica. È passato molto tempo ma non ci si può dimenticare proprio tutto.

Per me la questione è chiara. È colpevole perché in nessun'occasione con nessuno ha mai chiesto scusa, perché le stragi non gli interessano, perché non è andato onorevolmente a difendersi in tribunale e dire cosa è accaduto. È colpevole perché da anni ci portiamo addosso una macchia che niente potrà cancellare. È colpevole perché per anni ci ha preso in giro nascondendosi e guardando di traverso la nostra sofferenza.

Colpevoli siamo anche noi. Cambiamo lentamente. Ognuno porterà la sua responsabilità. Mladić va all’Aja. Per la Serbia è un’ottima notizia. Punto e basta.


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