Javier Solana

Salutata con favore dall'UE la vittoria del blocco filo europeo alle elezioni serbe. Ora, gli occhi di Bruxelles sono rivolti alla formazione del nuovo governo, mentre la condizionalità della collaborazione con l'Aja sembra ormai sbiadire

14/05/2008 -  Tomas Miglierina Bruxelles

L'Unione europea ha salutato con favore il risultato delle elezioni parlamentari serbe. La presidenza slovena ha definito quella di Tadic una chiara vittoria delle forze pro-europee ed ora si augura che un nuovo governo con una chiara agenda europea possa essere formato. Se le condizioni fissate dai ministri degli Esteri dell'UE il 29 aprile scorso verranno rispettate, questo dovrebbe permettere alla Serbia di avanzare ulteriormente nel proprio percorso di integrazione.

Le condizioni sono quelle fissate nella riunione in cui, dopo quasi due anni di tentennamenti, i ministri degli Esteri hanno deciso di firmare comunque l'Accordo di stabilità e associazione della Serbia, anche se Ratko Mladic e Radovan Karadzic sono tutt'ora latitanti. La piena cooperazione con il Tribunale penale internazionale per la ex-Jugoslavia, periodicamente valutata dal procuratore capo di quell'istituzione, ora è diventata la condizione per mettere in pratica i contenuti di quell'accordo, che dovrà comunque essere ratificato dai parlamenti degli stati membri.

Il comunicato sloveno menziona l'ipotesi di concedere alla Serbia - se le condizioni lo permetteranno - lo status di paese candidato, che attualmente è detenuto solo dalla Turchia, dalla Croazia e dalla Macedonia (per la cronaca, Skopje dovrebbe ricevere in autunno una data per l'avvio dei negoziati di adesione, se le condizioni politiche nel paese non si deterioreranno). La possibilità della concessione dello status di candidato è citata anche nelle reazioni di Olli Rehn, a nome della Commissione europea: l'UE è pronta ad accelerare il cammino di Belgrado, la Serbia può diventare il motore dei Balcani occidentali, scrive il commissario all'allargamento.

La nuova posizione dei socialisti come ago della bilancia tra i due campi è stata ben notata dai diplomatici. Havier Solana, l'alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune, ha già detto di volere un governo stabile a Belgrado e di non avere nulla da eccepire se ciò sarà fatto imbarcando nel campo pro-europeo il partito che fu di Slobodan Milosevic.

Bruxelles vuole credere che il risultato di domenica sia frutto della linea di maggiore apertura verso il paese adottata il 29 aprile. In realtà l'indubbio vantaggio di Tadic sullo schieramento nazional-conservatore non garantisce, almeno per ora, una semplificazione dello scenario politico serbo o una sua maggiore stabilità. Inoltre, c'è una contraddizione tra l'essere pronti ad accettare un governo con i socialisti e l'enfasi sulla collaborazione con il tribunale dell'Aja: è assai improbabile che i socialisti possano partecipare ad un esecutivo che continui ad estradare gente all'Aja, dove è morto il loro leader di un tempo. Se una cosa è uscita chiaramente dalle urne domenica questa è il rafforzamento della latitanza di Mladic, ammesso che sia nascosto in Serbia.

A meno che il nuovo procuratore Serge Brammerz non si dichiari prossimamente soddisfatto della cooperazione dei serbi (e per ora non c'è alcuna indicazione che intenda farlo), i termini del problema non sono cambiati: tra qualche mese, nei suoi rapporti con Belgrado, l'Europa dovrà nuovamente scegliere tra stabilità e coerenza con i propri principi, segnatamente il sostegno alla giustizia penale internazionale. Tutto lascia pensare che opterà per la prima: la partita del Kosovo è troppo importante, rispetto ad un tribunale ormai in fase di smantellamento, che ha passato gli ultimi due mesi soprattutto ad emettere ordini di scarcerazione temporanea e alleggerimenti delle sentenze pronunciate in precedenza.


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