Da Antony Queen a Bradd Pitt per arrivare alle fiction italiane con Beppe Fiorello e Lando Buzzanca. E' la storia di Avala film di Belgrado, la casa di produzione cinematografica voluta da Tito, il socialista amato dai divi di Hollywood. Un approfondimento

18/05/2010 -  Cecilia Ferrara Belgrado

“Cary Grant chiede a Tito della rottura con Stalin, aggiungendo: «C'è voluto del fegato, quello pareva uno dei cattivi dei film di Walt Disney!» Tito ridacchia e pensa alla regina cattiva di Biancaneve che interroga lo specchio.[…] Poi ricompensa l'ospite con alcuni aneddoti. Subito dopo la guerra qui arrivò una troupe cinematografica russa, anche loro volevano fare un film sulla nostra Resistenza. In realtà era una masnada di cialtroni, beoni e bagasce di ultima, si sbronzavano tutto il giorno e tutta la notte, attaccavano briga per ogni sciocchezza, più volte la nostra polizia dovette risolvere i problemi che causavano. Il film era una porcheria. La nostra guerra ne usciva come un conflitto secondario, un diversivo per tenere occupata l'Asse mentre l'Armata rossa faceva il vero lavoro. E invece qui abbiamo rotto la schiena al Duce prima e ai tedeschi dopo.[…]Oggi abbiamo gli elementi per dire che in quella troupe c'erano spie di Stalin”. (Wu Ming, 54, Einaudi 2002)

 

Nel libro di Wu Ming “54”, uno stralunato Cary Grant viene assoldato dall’MI6 per incontrare il Maresciallo Tito. Lo scopo è interpretare un film sulla resistenza jugoslava che renda simpatico all’occidente il “comunista buono” che aveva rotto con Stalin.

Nel libro tutto è scritto in chiave grottesca, come a dire: questo non sarebbe mai potuto accadere. In realtà è accaduto molto di più. Infatti non era affatto necessario che i servizi segreti facessero pressioni su Hollywood per portare i divi in Jugoslavia. Molte grandi star, negli anni sessanta, andavano matte per Tito. Sofia Loren, ad esempio, ne era una grossa fan. Esistono foto di lei e Josip Broz che scolano la pasta insieme e fonti vicine all’attrice rivelano che la Loren ancora oggi ama raccontare gli aneddoti sul Maresciallo.

È vero comunque che la prima produzione cinematografica in Serbia fu fatta dai russi con il film sulla Seconda guerra mondiale “Tra le montagne della Jugoslavia” (Abram Room, 1946). L'intento era di insegnare ai fratelli slavi come utilizzare il grande schermo per rafforzare gli ideali socialisti. Dopo la rottura con Stalin i film sulla resistenza continuarono ma l'influenza sovietica venne accantonata. In Sutjeska, prodotto nel 1973, il ruolo di Tito non fu affidato a Cary Grant - come suggerito nel libro "54" di Wu Ming - ma a Richard Burton e si trattò della più costosa produzione della cinematografia jugoslava.

La storia del rapporto di Tito e della Jugoslavia con il cinema e con Hollywood è la storia di Avala Film, la casa di produzione cinematografica voluta da Tito e della Filmski Grad, la Città del cinema, a Belgrado.

Oggi Filmski Grad è ben lontana dagli anni d’oro. In attesa di privatizzazione è tenuta viva praticamente solo dalle produzioni italiane di fiction e dalle trasmissioni televisive serbe che si svolgono in alcuni teatri della “Città del cinema” .

Film 87

Dalla fine degli anni '90 si stabilisce a Kostnujak la “Film ’87”, di Piero Amati, che funge da service per le produzioni italiane, facendo di lui uno dei pionieri della delocalizzazione della produzione televisiva. “Lavoravo come direttore di produzione soprattutto per i girati all’estero – racconta Piero Amati – in Serbia ci venni per fare una grossa produzione con Franco Rossi, “Quo Vadis” e ci ritornai altri sette mesi per girare “Lo Scialo”.

Amati si mette allora in testa che la Serbia è il posto dove investire per il cinema. “Gli attori erano eccellenti – dice il direttore di Film 87 – i tecnici erano bravi: quello che mancava era l’organizzazione”. Ma quando Amati stava per aprire una compagnia a Belgrado inizia la guerra e deve rimandare a dopo la fine degli accordi di Dayton. Nel 1996 nasce quindi ufficialmente la “Film 87” (dall’anno della vittoria del Napoli dello scudetto) ma poco dopo iniziano le tensioni con il Kosovo e i bombardamenti Nato.

“Nonostante le difficoltà – racconta Amati - ero troppo sicuro di poter investire qui. Avevo fatto tre film ed erano andati benissimo. Ora molti mi danno ragione visto che gli altri studios nell’Est Europa - come la Romania e la Bulgaria - sono stati monopolizzati o sono diventati troppo cari”.

E in effetti se si guardano attentamente i titoli di coda di molte fiction della Rai, si noteranno nomi serbi o croati fra gli attori e i tecnici e si scoprirà che le riprese sono state fatte a Belgrado. Ad esempio “Lo scandalo della Banca Romana”, apprezzata miniserie con Beppe Fiorello e Lando Buzzanca, viene girata tra Koštunjak e la Skupština (il Parlamento) di Belgrado. Altri titoli noti che sono stati girati a Belgrado sono ad esempio “Paura d’Amare” e “Einstein”. In questo momento è in produzione un’altra serie con Lando Buzzanca: “Il restauratore”. Una miniserie costa in media cinque milioni di euro tra le riprese in Italia e quelle all’estero.

Avala Film

“Tito aveva in mente grandi produzioni nazionali e aveva in mente la Russia – racconta Mila Turajlić, regista del documentario Cinema Komunisto che ha tentato con grande fatica di raccogliere in un lungometraggio la storia del cinema jugoslavo - mandò i suoi uomini a Cinecittà a Roma e a Barrandov, a Praga. Studios che erano i più all’avanguardia allora".

Il primo film fu prodotto dai sovietici, ma quando Tito ruppe con Stalin tutti i film russi vennero banditi dalle sale cinematografiche. Non rimase altro che rivolgersi ad Hollywood e gli americani iniziarono ad arrivare.

Una svolta ancora più decisiva avvenne nel 1962 quando direttore di Avala fu nominato Ratko Dražević, un ex-partigiano ufficiale dei servizi di sicurezza jugoslavi. “Un poliziotto di alto livello - lo descrive Mila Turajlic - aveva il compito di attrarre valuta estera, di cui la Jugoslavia aveva bisogno, tramite la co-produzione di film stranieri”.

“Dražević non sapeva nulla di cinema, anzi, in alcune interviste dichiara che non guarda mai film e se lo fa si addormenta però, il suo compito, lo assolve benissimo – continua la Turajlić - nel 1963 arriva la Colombia Pictures che produce assieme ad Avala “The Long Ship””.

Dopo questa prima co-produzione ne arrivano molte altre che permettono alla Jugoslavia di godere dei diritti d’autore (diversamente da quanto fa oggi “Film 87” che offre un servizio a produzioni straniere) e di ricavare profitti in dollari.

Gli anni sessanta furono il momento d’oro: vengono prodotti colossal del calibro di “Gengis Khan” e “Marco Polo” entrambi con Omar Sharif; passarono in Jugoslavia i migliori attori dell’epoca, da Orson Wells a Antony Queen, a Kirk Douglas a Gina Lollobrigida. Carlo Ponti e Sofia Loren vennero per “La ciociara” e la Loren passò un’estate con il figlio ospitata da Tito.

Gli anni d’oro poi finiscono, arriva la nouvelle vague e un diverso modo di fare film. Non c’è più bisogno dei grandi studios per i colossal. La guerra e le sanzioni degli anni novanta bloccano l’arrivo di stranieri, l’ultima co-produzione, con il Canada, è “The Dark side of the moon” con Brad Pitt nel 1997, mentre l’ultimo film in assoluto fatto da Avala è “Senke Uspomena” nel 2000.

“Oggi Avala si preoccupa solo di pagare i dipendenti che sono ancora 105, ma che non fanno nulla – dice la regista di Cinema Komunisto– riscuotere l’affitto dalle televisioni e dalla Film 87. Nessuno si interessa più di ciò che è stato, nemmeno di recuperarne la memoria”.

Oggi Avala è una azienda a proprietà partecipata in attesa di privatizzazione. Un gruppo di registi capeggiati da Goran Marković ha chiesto che la privatizzazione avvenga mantenendo la natura di Avala, quella di produrre film, ma i terreni della compagnia sono in una zona estremamente pregiata di Belgrado e fanno gola a molti palazzinari che con la settima arte non hanno nulla a che fare. “Per me Avala è la metafora della Jugoslavia: entrambe sono un set, un’illusione distrutta di cui nessuno vuol più sentir parlare”, conclude la Turajlić.


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