Serbia, l'adesione è possibile ita
(European Parliament / Flickr)
Via libera dei 27 alla domanda di adesione di Belgrado, inviata ora alla Commissione. Una svolta che premia la prudenza di Tadić. Cresce il suo ruolo di "guida ragionevole" di un Paese potenziale membro Ue tra 8 anni, se consegnerà tutti i ricercati al Tpi
L'Unione europea scongela la candidatura della Serbia.
Ferma da dicembre, la domanda di adesione di Belgrado è stata trasmessa lo scorso lunedì 25 ottobre alla Commissione europea a seguito di una decisione unanime dei ministri degli Esteri Ue.
Argine Ue ai troppi richiedenti asilo dai Balcani
Monito ufficiale da Bruxelles sull’ “afflusso massiccio” di rifugiati richiedenti asilo provenienti dai Balcani occidentali. La Commissione europea ha chiesto a Serbia e Macedonia di dissuadere i loro concittadini dal richiedere asilo nei Paesi Ue, pena il ritorno al regime dei visti.
“Questa tendenza è estremamente preoccupante e potrebbe compromettere l’intero processo di liberalizzazione dei visti per i Paesi della regione” ha detto Cecilia Malmström, Commissaria Ue incaricata per la sicurezza. Non solo dunque quelli chiamati in causa, ma anche Albania e Bosnia, che hanno negoziati in corso per entrare nella lista bianca di Schengen.
Stesso messaggio dal governo belga. Alla svolta del primo anno dall’ingresso di Macedonia, Serbia e Montenegro nella lista bianca di Schengen, per la libera circolazione dei cittadini nella Ue, il premier belga Yves Leterme è partito per visite-lampo in Serbia, Macedonia e Kosovo, per un confronto diretto con i rispettivi governi.
“Oltre al Belgio, anche Germania, Svezia e Norvegia hanno registrato negli ultimi mesi un aumento del fenomeno richiedenti asilo dagli stessi Paesi dei Balcani” ha evidenziato Melchior Wathelet, segretario di Stato all’immigrazione del Paese ora alla guida semestrale della Ue. Nel solo periodo luglio-settembre 2010 sono state registrate nel solo Belgio 423 richieste dal Kosovo (per 736 persone), 156 dalla Serbia (387 persone) e 129 dossier dalla Macedonia (210 persone), su un totale di 1.333 richiedenti asilo.
“Allo stesso ritmo, ad ottobre si toccherebbero le 2.000 persone in quattro mesi” ha aggiunto Wathelet. Dall’inizio dell’anno circa 700 macedoni e serbi, per lo più delle minoranze rom o albanofone, avevano già fatto domanda.
“Siamo un Paese prospero, ma non l’Eldorado” ha chiarito il premier Leterme, ricordando che il Belgio non concede asilo per ragioni economiche. Sotto accusa, “le filiere che fanno credere a queste persone che riceveranno denaro in Belgio. Non si può lasciar partire tanta gente sulla base di false informazioni, perché poi andranno incontro ad un rifiuto” ha dichiarato Wathelet al quotidiano fiammingo ‘Der Standaard’.
Allineata la replica dei governi balcanici. Il ministro serbo dell’Interno Ivica Dačić ha fatto appello agli aspiranti richiedenti asilo verso la Ue “perché saranno tutti reinviati in Serbia” ha riferito l’agenzia di stampa Beta. “L’asilo non sarà accordato e il loro viaggio sarà stato inutile” ha detto Dačić.
Nuove misure in arrivo anche dalle autorità macedoni. Sarà prevista una modifica legislativa, che permetterà di confiscare temporaneamente il passaporto a chi “farà cattivo uso dell’assenza di visto per i 25 Paesi della zona Schengen, tentando di ottenere asilo” ha indicato un comunicato del ministero degli Affari esteri di Skopje. Il messaggio verrà ribadito anche in una campagna di comunicazione pubblica, che dovrebbe partire a breve. L.D.
Un piccolo passo, arrivato a Lussemburgo malgrado l'opposizione durissima dell'Olanda, decisa a difendere il principio secondo cui, prima di qualsiasi avvicinamento verso Bruxelles, la Serbia dovrebbe consegnare al Tribunale Penale Internazionale (TPI) dell'Aja i superlatitanti sospettati di nascondersi sul suo territorio: Ratko Mladić e Goran Hadžić.
Belgrado premiata per la prudenza sul Kosovo
Alla fine hanno avuto la meglio considerazioni più “politiche”, dettate dall'esigenza di premiare la Serbia per la marcia indietro compiuta a settembre, quando accettò di stemperare i toni revanscisti della sua risoluzione sul Kosovo all'Assemblea generale delle Nazioni Unite.
Nel documento finale, sottoscritto insieme alla Ue, Belgrado ha accettato invece di avviare un “dialogo” con la sua ex provincia, prendendo implicitamente atto del fallito tentativo di cancellare la sua indipendenza tramite il ricorso alla Corte internazionale dell'Onu.
Tadić, il grande garante
“Il presidente serbo si è dimostrato un leader ragionevole, alla guida di un Paese che tanto ragionevole non è” ha commentato un diplomatico europeo, alludendo alle violenze omofobe di Belgrado e agli scontri di Genova, avvisaglie di un rigurgito ultranazionalista, che secondo alcuni osservatori potrebbe essere foriero di un colpo di Stato contro il governo filo-occidentale di Boris Tadić.
In cambio del suo via libera lo scorso lunedì 25 ottobre, l'Olanda ha strappato l'impegno scritto della Ue a non concedere più nulla alla Serbia fino a quando non ci saranno sviluppi sulla latitanza di Mladić e Hadžić.
Qualsiasi “passo ulteriore verrà preso quando il Consiglio (dei ministri Ue) deciderà all'unanimità che la piena cooperazione con il TPI c'è o continua ad esserci” recitano le conclusioni dei Ventisette.
Stretto monitoraggio Ue sulla collaborazione con il Tpi
“Ogni volta che compierà un passo sulla strada verso l'Europa, la Serbia dovrà dimostrare di cooperare in pieno con il tribunale.
E' una questione legata allo stato di diritto internazionale” ha insistito il neo-ministro degli Esteri olandese Uri Rosenthal, esponente dell'esecutivo di centro-destra appoggiato dagli islamofobici di Geert Wilders.
Per l'Aja l'arresto di Mladić è una questione di onore, visto che nel 1995 erano stati i suoi caschi blu ad arrendersi alle truppe dell'ex generale serbo-bosniaco a Srebrenica, lasciando che avvenisse il peggior massacro in territorio europeo dalla fine della Seconda guerra mondiale: 8.000 bosniaci-musulmani trucidati in una manciata di giorni.
Un rapporto sulle responsabilità delle autorità olandesi, nel 2002, provocò addirittura la caduta del governo di Wim Kok.
L'endorsement italiano
L'Italia, che da mesi si spendeva a favore di Belgrado ma che è riuscita a far valere le proprie ragioni soltanto quando altri pesi massimi come la Germania, la Francia e la Gran Bretagna si sono volte alla causa in riconoscimento della svolta serba sul Kosovo, si è dichiarata soddisfatta.
Anche se, insieme alla Svezia, ha mal digerito le concessioni all'intransigenza dei Paesi Bassi.
E' un “segnale concreto per la prospettiva europea della Serbia che sia l'Italia che il ministro degli Esteri, Franco Frattini, con il suo grande impegno personale, hanno fortemente e pazientemente incoraggiato" ha fatto sapere la Farnesina in una nota.
Da Belgrado, Tadić ha salutato “un grande passo in avanti nel processo di integrazione europea della Serbia.”
Un piccolo passo nel futuro
In realtà, quello deciso a Lussemburgo è soltanto un piccolo passo, sia pur significativo. L'esame della Commissione durerà almeno un anno.
Poi occorrerà convincere la Ue a concedere alla Serbia lo status di candidato, e successivamente ad aprire i negoziati di adesione veri e propri, dalla durata prevista di circa cinque anni: in soldoni, vuol dire che Belgrado non arriverà in Europa prima del 2018-2020, a patto naturalmente che nel frattempo riesca a catturare Mladić e Hadžić.
Ma i compiti per Belgrado non sono finiti qui: la contropartita del via libera di Lussemburgo è un avvio rapido del dialogo con Pristina, possibilmente già dal mese prossimo, come traspare da quanto pronunciato a caldo da Catherine Ashton.
Ai cronisti, la rappresentante Ue per gli Affari esteri ha riferito di aver immediatamente chiamato Tadić per annunciargli la buona notizia. E di avergli sottolineato "l'importanza di veri progressi al dialogo tra Serbia e Kosovo, che speriamo inizi al più presto".
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