Sementi

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La sicurezza alimentare torna di attualità in Serbia. Dopo lo scandalo del latte contaminato, oggi si discute di Ogm. Il governo si appresta a rivedere la legge che ne proibisce la produzione e il commercio, ma le proteste non mancano

22/05/2013 -  Federico Sicurella Belgrado

Da qualche mese a questa parte in Serbia si parla molto di sicurezza alimentare, un argomento che appassiona l’opinione pubblica e che ha importanti risvolti politici. Dopo lo scandalo del latte contaminato da sostanze cancerogene che a marzo aveva inferto un duro colpo alla credibilità del governo in carica e addirittura fatto paventare possibili elezioni anticipate, oggi al centro del dibattito c’è la questione degli organismi geneticamente modificati (Ogm).

In materia di Ogm la legislazione serba è fra le più restrittive dei paesi occidentali. Una legge adottata nel 2009, infatti, proibisce tassativamente la produzione e la commercializzazione sul territorio nazionale di alimenti che contengono Ogm (in percentuali superiori allo 0.9%, soglia ritenuta “presenza accidentale”). Questa situazione, tuttavia, potrebbe presto cambiare. Da febbraio di quest’anno, infatti, il governo serbo si sta occupando di ridefinire le norme in materia.

Internazionalizzazione

Non si tratta però di un’iniziativa spontanea. La revisione del quadro normativo (in senso meno restrittivo) è infatti un passaggio obbligato nell’implementazione delle raccomandazioni della Commissione europea. Ma soprattutto è una delle condizioni che la Serbia deve soddisfare per diventare membro dell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto), che proibisce esplicitamente ai suoi membri di adottare misure protezionistiche relative a prodotti la cui pericolosità non sia stata scientificamente provata (e nel caso degli Ogm questo è un punto molto dibattuto, e sul quale esistono ancora seri dubbi).

L’ipotesi che la Serbia cessi di essere un paese “Ogm-free”, ovvero libero dagli organismi geneticamente modificati, ha suscitato reazioni contrastanti nel mondo politico e nell’opinione pubblica, producendo una forte polarizzazione. Da un lato gli esponenti del governo tendono a minimizzare la portata del cambiamento, assicurando che i controlli resteranno comunque rigidi e inflessibili. Dall’altro, il partito dei Verdi, fiancheggiato da numerose organizzazioni locali, si oppone apertamente alla riforma della legge sugli Ogm, in particolare da quando il Parlamento ha rifiutato di includere nell’agenda dei lavori la “Dichiarazione sulla Serbia libera dagli Ogm” già adottata autonomamente da 48 municipalità del paese e firmata da circa 36.000 cittadini.

Gli scandali del passato

Se la Serbia ha una legge così severa e rigorosa in materia di Ogm è probabilmente perché gli anni 2000 sono stati teatro di numerosi scandali targati Ogm che hanno colpito quasi tutti i paesi della regione. Uno dei primi casi riguardò proprio la Serbia: nel 2002 un’indagine rivelò che in quell’anno erano state importate in Serbia quasi 90.000 tonnellate di soia geneticamente modificata, il cui prezzo era significativamente più basso rispetto alla versione “organica”. Nel 2003 toccò all’Albania, dove l’arrivo al porto di Durazzo di 6.000 tonnellate di mais Ogm e prodotti affini, donazione dell’agenzia americana International Fertilizer Development Center, aveva provocato l’indignazione delle associazioni ambientaliste.

Nel 2004, la questione Ogm tornò alla ribalta in Serbia, Croazia e Bosnia Erzegovina. In Serbia, la nomina di Ivana Dulić-Marković, sospettata di essere una lobbista della Monsanto, il maggiore produttore mondiale di Ogm, a ministro dell’Agricoltura provocò le reazioni sdegnate di politici ed esperti del settore. In Bosnia Erzegovina, un reportage della giornalista di Dani Snježana Mulić-Bušatlija mise in luce come in assenza di una normativa rigorosa gli alimenti Ogm avessero già largamente penetrato il mercato bosniaco. In Croazia, un laboratorio statale scoprì in commercio degli alimenti contenenti Ogm. La notizia, minimizzata dalle autorità, fece insorgere le associazioni di consumatori.

Nel 2005 fu il turno della Romania. Pur trattandosi del paese europeo con le più vaste coltivazioni di cereali Ogm (ben 140.000 ettari coltivati ufficialmente a soia transgenica), un’indagine condotta da Greenpeace rivelò la presenza di colture illegali di soia Ogm in dieci province del paese, denunciando le gravi inadempienze delle autorità preposte al controllo del settore.

Le incertezze del presente

I molti scandali degli anni recenti sembrano confermare il sospetto che le grandi aziende produttrici di Ogm quali Monsanto, Pioneer, Aventis e altre approfittino dei vuoti normativi e degli scarsi controlli nei paesi dell’Europa orientale e balcanica per introdurre i propri prodotti (in particolare soia e mais) sul mercato europeo, aggirando così le restrizioni dell’Unione europea in materia di Ogm. Bulgaria e Romania rappresentano in questo senso le brecce più gravi, ma la Serbia è anch’essa un importante punto di passaggio per il contrabbando di sementi transgeniche. Lo ha rilevato di recente Milan Prostran, consigliere della Camera di commercio serba, secondo il quale i tentativi di importare illegalmente soia Ogm, soprattutto da Romania e Ungheria, sono sempre stati assai frequenti.

Ma la situazione potrebbe essere ancora più grave. Stando alle parole di Miladin Ševarlić, professore della Facoltà di agricoltura di Belgrado, in Serbia sarebbero presenti coltivazioni di soia geneticamente modificata che si estendono per migliaia di ettari. E poi, aggiunge Ševarlić, nessuno può dire con sicurezza che semi Ogm non vengano usati anche in altri tipi di colture. Inoltre, anche la carne e il latte sarebbero a rischio, dal momento che nei paesi di origine il bestiame potrebbe venire nutrito con mangimi Ogm. Infine, nell’opinione del docente sarebbero a rischio anche le bevande gassate, che spesso vengono dolcificate con sostanze estratte dal mais transgenico.

E poi c’è l’aspetto economico. Anche supponendo che non esista alcun rischio per la salute dei consumatori e per la biodiversità ecologica, dice Ševarlić, l’eventuale decisione della Serbia di introdurre gli Ogm nella propria produzione agricola costituirebbe un danno economico ingente per il paese. Le sementi Ogm, infatti, sono brevettate, e quindi il loro impiego è soggetto al pagamento dei diritti intellettuali ai loro proprietari, cioè alle aziende produttrici.

Le proteste e le pressioni internazionali

A fronte di queste affermazioni, non sorprende che lo stesso Miladin Ševarlić sia uno dei principali promotori dell’iniziativa per vietare gli Ogm in Serbia, nonché il fautore della proposta di indire un referendum popolare per dare ai cittadini il potere di decidere sulla questione. La sua campagna ha trovato il pieno appoggio dei Verdi, che in una recente dichiarazione hanno sollecitato il governo serbo a “proteggere la Serbia dagli interessi delle grandi compagnie”, attraverso l’adozione di procedure e regolamenti più severi e rigorosi in merito agli alimenti Ogm.

Il movimento di opposizione agli Ogm, però, non vede solo la partecipazione di forze progressiste. Esso, infatti, ha attecchito anche negli ambienti della destra nazionalista, nei quali l’introduzione degli Ogm è percepita come un attacco imperialista sferrato dalle multinazionali con il sostegno di agenzie internazionali quali l’UE e il WTO, e mirato a danneggiare gli interessi dei produttori locali. E le recenti rivelazioni (fatte dal gruppo Food and Water Watch, che ha analizzato documenti riservati apparsi su Wikileaks) riguardo alle forti pressioni che la diplomazia statunitense ha esercitato e continua a esercitare sul governo serbo affinché questo allenti la stretta sulla commercializzazione degli Ogm non fanno che alimentare ulteriormente la frustrazione dei nazionalisti.

Meglio una Serbia “organica”?

Il governo serbo si trova stretto in una morsa. Da una parte ci sono gli impegni assunti con l’Unione europea e il WTO, che la diplomazia statunitense non perde occasione di sollecitare. Dall’altra c’è la mobilitazione di alcune forze politiche (i Verdi in testa) e di larghi settori dell’opinione pubblica e l’esplicita presa di posizione di molte municipalità del paese, contro l’introduzione degli Ogm. La revisione della normativa vigente, e in particolare della legge del 2009, sarà quindi motivo di aspro dibattito anche nei prossimi mesi.

Da più parti, tuttavia, si indica una possibile “terza via”. Se è vero che la Serbia non può permettersi di non adempiere ai suoi impegni a livello europeo e internazionale (se non pagandone le gravi conseguenze), è anche vero che l’allentamento delle restrizioni sull’importazione e sul commercio degli alimenti Ogm non implica necessariamente che il mercato ne sarà invaso. Al contrario, la Serbia potrebbe decidere di puntare, attraverso politiche agricole e commerciali, sulla produzione di alimenti organici e biologici.

Come ricorda la presidentessa della Commissione parlamentare per la protezione dell’ambiente, Milica Vojić-Marković, “gli Ogm non sono il futuro della Serbia”; al contrario, “le risorse strategiche della Serbia sono il cibo biologico e l’acqua”. Le fa eco Ivan Karić, leader dei Verdi, che ricorda che il prezzo degli alimenti organici sul mercato internazionale è in aumento, il che costituisce un’importante opportunità per il paese. E’ d’accordo anche Milan Prostran della Camera di commercio, che invita la Serbia a “mantenere la propria immagine di paese senza Ogm” al fine di “conservare una posizione di vantaggio nel mercato delle esportazioni”.

Insomma, se presto la Serbia dovrà cedere agli Ogm, potrà comunque scegliere di scommettere sul cibo organico e biologico. Stando alle parole di chi in Serbia si occupa della questione da vicino, le premesse perché questa scommessa vada a buon fine sembrano buone.

 

Questa pubblicazione è stata prodotta con il contributo dell'Unione Europea. La responsabilità sui contenuti di questa pubblicazione è di Osservatorio Balcani e Caucaso e non riflette in alcun modo l'opinione dell'Unione Europea. Vai alla pagina del progetto Racconta l'Europa all'Europa


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