Più di un passo indietro. Sui mercati e rispetto al percorso europeo. La decisione del nuovo governo di limitare l'autonomia della Banca centrale a favore del parlamento ha suscitato critiche interne ed internazionali. Ed ha portato - era l'obiettivo principale - alla sostituzione del governatore Dejan Šoškić

20/08/2012 -  Jacopo Corsini

Da pochi giorni negli uffici di via Nemanjina 17, ristrutturati nel 2005 dopo i bombardamenti NATO e divenuti la sede della Banca Nazionale Serba, si respira aria nuova. Dejan Šoškić è stato sostituito alla carica di governatore dalla 52enne Jorgavanka Tabaković, esponente di spicco del Partito Progressista Serbo (SNS) del neo eletto Presidente Tomislav Nikolić.

Scintille

Gli attriti tra Šoškić e la nuova coalizione di governo iniziarono poche settimane dopo le elezioni politiche e presidenziali di maggio e ancor prima che il nuovo esecutivo fosse ufficialmente formato: già a metà luglio il primo ministro in pectore, Ivica Dačić, leader del Partito Socialista di Serbia (SPS) ed ex portavoce di Milošević, avvisò Šoškić che avrebbe potuto perdere il proprio posto nel caso in cui non avesse assecondato i piani di spesa previsti dalla coalizione di centro-destra.

L’ex governatore, professore associato alla Facoltà di Economia dell’Università di Belgrado ed eletto alla massima carica della Banca Nazionale nel 2010 dall’allora maggioranza di centro-sinistra guidata dal Presidente uscente Boris Tadić, è noto per il suo pensiero politico economico vicino alle tesi del rigore e del fiscalismo, preoccupato che la grave situazione del debito pubblico potesse condannare la Serbia allo stesso destino della Grecia. Altrettanto note sono le idee in materia della coalizione di governo entrante, orientata verso una linea politica diametralmente opposta, favorevole ad una politica di spesa, con l’intento di rivitalizzare la crescita.

Le tensioni tra la Banca Nazionale e il nuovo governo sono continuate per tutto luglio fino agli inizi di agosto. Diversi esponenti del governo, in particolare il ministro delle Finanze e dell’Economia, Mlađan Dinkić, ex governatore della Banca Nazionale tra il 2000 e il 2003, hanno criticato l’operato di Šoškić e del suo ufficio, ritenuti colpevoli di non essere stati in grado di prevenire la crisi finanziaria in cui versa oggi il Paese.

La modifica dello statuto

Šoškić, in carica dal luglio del 2010, sarebbe dovuto rimanere in carica per 6 anni, fino al luglio 2016; l’unica condizione per poter essere destituito contro la sua volontà sarebbe stato l'aver commesso una ”grave trasgressione”; eventualità questa assai improbabile. Dunque, l’unica strada percorribile per renderne possibile la sostituzione rimaneva quella di modificare lo statuto della Banca Nazionale.

Di fronte a questa eventualità Šoškić, in segno di protesta, il 2 agosto ha rassegnato le proprie dimissioni, seguito a ruota da numerosi membri dell’esecutivo dell’istituto centrale. Ciononostante la maggioranza di governo quattro giorni dopo ha approvato modifiche alla legge regolante l’attività della Banca, sottoponendo i vertici e l’intero Consiglio di amministrazione ad un maggior controllo da parte del parlamento, in particolare prevedendo la possibilità di sostituire in qualsiasi momento la figura del Governatore e del vice-Governatore.

Un colpo allo stato di diritto?

Il provvedimento ha subito sollevato proteste sia interne che internazionali. L’opposizione, assieme a numerose Ong, ha difeso l’autonomia della Banca Nazionale definendo le modifiche un duro colpo allo stato di diritto. Sulla stessa linea si è collocata l’Unione europea, la quale ha sottolineato come il provvedimento costituisca per la Serbia un grave passo indietro nel cammino verso l’integrazione, dopo che nel marzo scorso Belgrado aveva raggiunto l’importante traguardo dello status di Paese candidato, in quanto l’autonomia delle banche centrali costituisce una condizione fondamentale per avanzare nel processo di adesione.

Dure critiche sono arrivate anche dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale che hanno minacciato ripercussioni nei rapporti bilaterali. Dalle due istituzioni finanziarie la Serbia aspetta da tempo fondi per sopperire alla mancanza di liquidità poiché, nonostante abbia un debito pubblico che si aggira intorno al 55% del Pil, di gran lunga inferiore a quello greco o italiano, Belgrado continua a registrare grosse difficoltà nel reperire fondi sul mercato.

Le conseguenze

Gli effetti del nuovo corso imposto alla politica economica del Paese non si sono fatte attendere: le agenzie internazionali di rating hanno rivisto negativamente l’outlook della Serbia, indebolendone ulteriormente la posizione sul mercato, mentre la Banca Mondiale ha posto condizioni più stringenti per la concessione di nuovi fondi. Ancor più precaria la posizione verso l’FMI: nel febbraio scorso l’istituto di Washington congelò un prestito da un miliardo di euro a causa dell’aumento del debito pubblico serbo ed oggi, nonostante il manifestato desiderio di aprire nuovamente i negoziati, Belgrado potrà sbloccare i fondi solo soddisfacendo una lunga serie di condizioni tese a ridurre il debito e far rientrare il deficit pubblico.

A poco servirà anche l’aiuto chiesto ai primi di agosto all’alleato di sempre, la Russia, per poter destinare alla copertura dl bilancio i fondi precedentemente concessi per la ristrutturazione delle infrastrutture. Per adesso, l’unico risultato in campo economico delle scelte della presidenza Nikolić, di cui la vicenda della Banca Nazionale di Serbia rappresenta solo l’evento più eclatante, è stato un peggioramento della propria situazione finanziaria e un rallentamento della prospettiva europea, faticosamente costruita negli anni successivi alla caduta di Milošević e sostenuta con vigore dalla precedente presidenza Tadić.

Mancano ormai pochi mesi alla pubblicazione dei Progress Report, i documenti che valutano i progressi sostenuti dai Paesi candidati e dai candidati potenziali che la Commissione europea redige annualmente, e, visti i recenti avvenimenti, non è difficile immaginare il tono che avrà quello relativo alla Serbia, con il conseguente rinvio della data di inizio dei negoziati di adesione.


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