Finalmente anche la Serbia ha ottenuto lo status di Paese candidato all'UE. La decisione assunta dal Consiglio europeo di ieri sera è stata segnalata subito su Twitter dal presidente UE Herman Van Rompuy. La strada per Belgrado è ancora lunga ma un passo importante è stato fatto

02/03/2012 -  Luka Zanoni

La blogosfera di balcanofili ieri sera è rimasta sveglia fino a tarda sera, in trepida attesa, per capire se la Serbia sarebbe finalmente diventata o meno paese candidato all’UE.  Alle 22.52 Herman Van Rompuy, presidente dell'Unione europea appena rieletto per un secondo mandato, non ha tradito il popolo di Twitter. “European Council grants #Serbia #EU candidate status. #euco” (Il Consiglio europeo concede alla Serbia lo status di candidato UE) recitava l'atteso "cinguettio". Da lì in avanti è stato un susseguirsi ininterrotto di messaggi e tweet di agenzie, politici e cittadini attivi su questo social network.

Il 28 febbraio, durante la seduta del Consiglio dei ministri degli Esteri UE era stato dato via libera alla candidatura della Serbia. 26 paesi su 27, compresa la Germania, avevano indicato la propria volontà di concedere lo status di paese candidato a Belgrado, decisione poi confermata la sera del 1° marzo dal Consiglio europeo.

L'ostacolo Romania

Avuto il placet dalla riluttante Germania, Belgrado si è trovata davanti all’inaspettato e momentaneo blocco della Romania, unico dei 27 a rialzare la posta delle condizioni. Bucarest infatti ha puntato i piedi sulla legge sulle minoranze. Benché non detto esplicitamente dai rappresentati romeni, in questione ci sarebbe stata la minoranza valacca in Serbia e la sua tutela.

In molti hanno letto in questa posizione della Romania un atteggiamento pretestuoso. Lo stesso ministro degli Esteri svedese e grande esperto di Balcani, Carl Bildt, sempre attraverso Twitter aveva così bollato telegraficamente l’atteggiamento romeno: “Non è dignitoso quando Paesi portano alla luce temi non pertinenti, mentre stiamo cercando di andare avanti con Serbia e Kosovo. Mancanza di spirito europeo”.

In forse c’era pure la Lituania che non ha apprezzato la candidatura del ministro degli Esteri serbo Vuk Jeremić alla presidenza della Assemblea generale dell’ONU, posizione su cui la Lituania aveva mostrato concreto interesse molto prima di Belgrado. Nel pomeriggio del 1° marzo tutti gli allarmi sono però rientrati e la Serbia ha ottenuto il tanto agognato status di Paese candidato all’UE.

La Serbia aveva inoltrato la richiesta di candidatura il 22 dicembre 2009, pochi giorni dopo aver ottenuto la liberalizzazione dei visti, passo importante per i cittadini serbi, che da allora possono viaggiare liberamente nell’area Schengen, anche se per un periodo limitato. A bloccare il percorso della Serbia verso l’UE era la (mancata) collaborazione con il tribunale internazionale dell’Aja per i crimini nella ex Jugoslavia (TPI). Condizionalità caduta dopo gli arresti prima di Radovan Karadžić, (nel luglio 2008), e poi di Ratko Mladić e Goran Hadžić, ultimi latitanti sulla lista del TPI, consegnati nell’estate 2011.

Risolta la questione latitanti e collaborazione con il TPI, la Serbia si è trovata un nuovo ostacolo sul suo cammino europeo: l'irrisolta questione del Kosovo. Avviati i negoziati tra Belgrado e Pristina, con mediazione europea, le difficoltà non hanno tardato ad emergere. Dal luglio dello scorso anno sino a pochi giorni fa, i momenti di tensione, anche violenta, tra Pristina e Belgrado non sono mancati. I gravi incidenti e le ripetute violenze nel nord del Kosovo, area in cui si concentrano le frizioni tra Belgrado e Pristina, hanno di fatto portato al prolungato rinvio (soprattutto per la rigida posizione di Berlino) della decisione sullo status di candidato per la Serbia, già all'ordine del giorno durante il Consiglio europeo del dicembre 2011.

Kosovo*: lo sblocco verso l'UE

Il temuto referendum organizzato il 12 e 13 febbraio dalle quattro municipalità a maggioranza serba del nord del Kosovo, non sostenuto da Belgrado, col quale la schiacciante maggioranza degli aventi diritto ha ribadito di non accettar le istituzioni di Pristina, non è stato colto dai 27 come un grosso ostacolo. Ma lo sblocco definitivo della delicata situazione è arrivato il 24 febbraio a Bruxelles. Pristina e Belgrado in un accordo da molti definito storico hanno messo fine ad uno stallo che durava da mesi: quello sul nome ufficiale con cui il Kosovo presenzia ai summit regionali e firma accordi con altri paesi terzi.

La soluzione è stata trovata con un asterisco che rimanda ad una nota a piè pagina. D’ora in poi Kosovo*, si legge nel comunicato stampa UE, sarà l’unica denominazione che verrà usata e la nota a piè pagina a cui rimanda l’asterisco indicherà quanto segue: “Questa designazione non è pregiudicante nei confronti dello status, ed è in accordo con la UNSCR 1244 e con l’opinione della CIG sulla dichiarazione di indipendenza del Kosovo”.

Al di là delle dichiarazioni retoriche dei politici sia di Belgrado che di Pristina, l'escamotage non risolve i problemi aperti tra Serbia e Kosovo, ma ha avuto il pregio di dare il via libera allo status di Paese candidato alla Serbia e al Kosovo un tassello di indipendenza in più. E in prospettiva, di avvicinare entrambi i paesi all'agognato futuro nell'UE.


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