Simbolo di Otpor

Sono in molti a speculare sulla partecipazione degli ex attivisti di Otpor nella crisi Ucraina, tanto che la stampa li descrive come "esportatori di rivoluzioni". Ma qual è la verità di tutto questo? Ne parliamo con alcuni di loro

02/12/2004 -  Luka Zanoni

Vengono tacciati di essere dei "professionisti delle rivoluzioni", soprattutto in relazione alle vicende attuali dell'Ucraina. Tanto che in molti credono che nella resistenza di piazza dell'opposizione di Janushchenko ci sia pure lo zampino degli attivisti di Belgrado, ormai targati da alcuni media come "esportatori di rivoluzione". Sono gli ex attivisti di Otpor, il movimento popolare che nell'autunno del 2000 ebbe un ruolo determinante nella caduta dell'allora uomo forte di Belgrado, Slobodan Milošević.

Tuttavia, come ci spiega Danijela Nenadić, ex attivista di Otpor, "La verità è che dopo la caduta del regime di Belgrado, ciò che è rimasto del movimento Otpor, nel frattempo trasformatosi in organizzazione non governativa (ONG) e poi, col fallimentare tentativo di entrare in parlamento, in partito politico, si è dissolto in diverse organizzazioni composte dai suoi ex attivisti".

Una di queste è il Centro per la resistenza non violenta (Centar za nenasilni otpor), il cui programma di base consiste nell'organizzazione di seminari e training sulla resistenza non violenta e sulla promozione di campagne per i diritti civili, sia in quei paesi considerati ancora "non democratici", ma anche in quelli cosiddetti democratici.

"Noi non pianifichiamo i training che facciamo. Non siamo noi a decidere, riceviamo inviti da organizzazioni di altri paesi, ma non siamo noi a promuovere i nostri training. Ad ogni modo i nostri seminari e training li abbiamo tenuti sia in Paesi retti dai cosiddetti regimi autoritari sia in quelli democratici: in BiH, in Canada, in Russia, in Georgia... ecc", afferma Siniša Šikman, attivista del Centro e fino al 31 agosto in Ucraina.

"Ma non ha senso alcuno dire che siamo esportatori di rivoluzioni, né nel caso dell'Ucraina né in quello di altri paesi. Noi organizziamo campagne per i diritti umani, diritti dell'ambiente, diritti degli omosessuali, ecc. Se questa è rivoluzione...
Sono i giornali che per vendere ci dipingono come esportatori di rivoluzione, ma non è assolutamente vero. Non esiste una ricetta per fare la rivoluzione. Ogni paese ha delle esigenze diverse. La cosa fondamentale è la capacità di organizzarsi e di far sentire la propria voce", afferma risoluto Siniša e aggiunge:

"Con il movimento di Kiev 'Pora' siamo entrati in contatto nel marzo del 2003, loro ci hanno chiesto di fare dei seminari e dei training, che sono parte integrante dell'attività del nostro centro. Poi una delegazione di 18 persone dall'Ucraina è venuta quest'anno a Novi Sad e abbiamo fatto un incontro insieme, sull'educazione alla resistenza non violenta, su come organizzare le campagne" , risponde Siniša.

E continua dicendo che "Loro stessi poi hanno organizzato una campagna in Ucraina, nominata 'Sanno', utilizzando un logo con il sole bianco che esce dal cerchio nero... molto simile alle nostre campagne quando c'era Milošević, penso alle campagne 'Gotov je' e 'Vreme je'".

"Dopo la deportazione del nostro attivista, Aleksandar Marić, avvenuta lo scorso ottobre, non c'è più nessuno dei nostri in Ucraina. Marić è stato bloccato dalle autorità ucraine in un modo del tutto simile a quello utilizzato dai servizi di sicurezza serbi del periodo Milošević. Senza spiegazioni e abusando del loro potere lo hanno rimandato indietro. Così abbiamo deciso di non mandare più nessuno in Ucraina".

Mentre in Georgia la cosa è andata diversamente: "Dopo la vittoria di Mikhail Saakashvili non ci siamo più andati... la gente della Georgia era così desiderosa di buttare giù Eduard Shevardnadze... ma hanno fatto in fretta, molto in fretta... non si sono impegnati nel cercare delle soluzioni che fossero loro. Hanno persino utilizzato il simbolo della rivoluzione usato in Serbia e la canzone di Otpor... la nostra attività principale consisteva nel canalizzare tale energia, ma ora è finita", racconta Siniša Šikman.

Abbiamo inoltre chiesto a Siniša che differenza c'è tra l'Ucraina di oggi e la Serbia del 2000.

"La differenza maggiore sta nelle dimensioni del paese, nel fatto che l'Ucraina sia una potenza nucleare, che sia molto vicina alla Russia, molto più di quanto non lo sia stata la Serbia. Ma per quanto riguarda la gente e le organizzazioni, non c'è una grossa differenza... si tratta di studenti, e di giovani e della loro creatività nel fare le dimostrazioni... in questo c'è una certa somiglianza tra l'Ucraina e la Serbia".

Infine per quei maliziosi che subito pensano a chi finanzia queste attività, Siniša risponde: "Attraverso i progetti e il fund raising. Abbiamo tre progetti in corso: uno del Balkan Fund Trust, diretto da Ivan Vejvoda, uno della Casa della pace diretta da Vittorio Prodi e altri progetti con l'Ambasciata americana a Belgrado".

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