Nonostante l'ultimo rapporto di Human Rights Watch critichi la Serbia per la mancata tutela delle minoranze, da altre fonti, tra cui l'OSCE, si segnalano significativi passi avanti nel rispetto dei diritti umani e delle minoranze. Una rassegna dalla nostra corrispondente

08/02/2006 -  Danijela Nenadić Belgrado

Di recente la Serbia ha ricevuto nuove critiche. Questa volta le critiche sul conto del Paese si riferiscono allo stato dei diritti umani e sono contenute nel rapporto di Human Rights Watch (HRW) pubblicato nell'ottobre 2005. Il rapporto intitolato "Pericolosa indifferenza - violenze sulle minoranze in Serbia" ha in parte modificato l'immagine che il potere democratico desidera inviare al mondo, e che si basa sull'idea che la politica ufficiale dello Stato ha contribuito attivamente a migliorare la posizione delle minoranze nazionali e delle altre minoranze.

Nonostante sia per costituzione multiculturale e multiconfessionale, la Serbia in pratica è effettivamente uno Stato con una marcata distanza etnica nelle relazioni tra maggioranza e minoranze. Questo è una delle principali conclusioni del rapporto. HRW non ha solo valutato negativamente lo stato dei diritti umani in Serbia, ma ha apostrofato molto chiaramente gli attori più responsabili, puntando il dito sulle istituzioni ufficiali della Serbia. La conclusione di HRW, ottenuta da una voluminosa indagine condotta in Vojvodina e in altre parti della Serbia, è che davvero esiste un valido motivo di preoccupazione quando si tratta dei diritti umani, riferendosi soprattutto alle minoranze etniche nel Paese.

Secondo i risultati della ricerca, dalla fine del 2003 in Serbia si è notato un aumento delle violenze in Vojvodina e in altre zone della Serbia dove risiedono le minorane etniche e religiose. L'esplosione delle violenze contro le minoranze si è verificata in parallelo con le violenze contro i Serbi del Kosovo nel marzo 2004. Durante quel periodo si è riscontrato un alto numero di attacchi contro i membri di differenti minoranze, e gli incidenti più gravi erano rivolti ai rappresentanti della comunità ungherese, albanese, musulmana, rom e croata.

Alcuni dei più frequenti esempi citati nel rapporto includono le moschee di Belgrado e di Nis date alle fiamme durante le violenze del marzo 2004, e gli attacchi contro le minoranze nazionali in Vojvodina. La critica maggiore riguarda l'insufficienza di reazioni decisive da parte del governo serbo volte ad impedire le violenze, ma finalizzate anche a punire efficacemente i responsabili degli attacchi, cosa che ha portato alla creazione di forze di ultradestra nel Paese ed anche alla pericolosità del ripetersi dello stesso scenario. Le posizioni ufficiali con le quali si minimizzano gli attacchi contro i membri delle comunità etniche e si rigettano le motivazioni etniche ha come conseguenza l'estraneità delle minoranze nazionali e la loro indecisione a partecipare attivamente alla vita sociale e politica del Paese.

Forti critiche sono state indirizzate a differenti istituzioni del Paese, tra cui le posizioni più negative sono state espresse sul conto degli organi giudiziari, che, nei procedimenti, raramente decidono di attenersi alle normative di legge riguardanti l'incitamento all'odio nazionale e religioso, e di conseguenza con queste prerogative condannano i responsabili degli attacchi.

Il rapporto descrive nel dettaglio la serie di attacchi ai membri delle minoranze nazionali commessi durante e dopo il marzo 2004, che gli organi competenti tuttora non hanno risolto o lo hanno fatto in modo inadeguato. Emerge tutta una serie di problemi, dalla scadente legislazione, al sistema decisionale centralizzato che ha come conseguenza una scarsa inclusione dei membri delle minoranze nazionali nelle istituzioni, fino alla mancanza di volontà politica nel difendere efficacemente le minoranze nazionali in Serbia. Alla fine, nel rapporto vengono suggeriti dei consigli sui passi che il Paese dovrebbe compiere al fine di migliorare lo stato dei diritti umani.

Alcuni dei suggerimenti comprendono pure la condanna pubblica di tutti gli incidenti etnicamente motivati da parte dei leader politici, azioni legali contro i politici che sottolineano o appoggiano gli attacchi di carattere etnico, la modificazione della legislazione relativa alla difesa delle minoranze nazionali, una più severa normativa del codice penale riguardane le sanzioni per reati su base etnica, religiosa e razziale.

Quando si tratta della polizia un'attenzione particolare dovrebbe essere posta sulla prevenzione degli attacchi alle minoranze e sulle indagini che dovrebbero tenere conto di tutte le circostanze prima di rigettare la possibilità che un attacco sia basato sull'odio etnico. Il più significativo consiglio alla comunità internazionale è che l'Unione europea, nel prendere la decisione sul Processo di associazione e stabilizzazione, abbia ben presente il grado di successo del Paese nella prevenzione e nella punizione dei responsabili degli attacchi su base etnica.

Il rapporto di HRW ha sollevato numerose reazioni nel Paese, e la maggior parte dei politici locali ha caratterizzato il rapporto come non corrispondente alla realtà in cui si trova la Serbia. Le critiche si basano su alcune tesi di fondo. Primo, sono stati scartati tutti i traguardi positivi raggiunti nell'ambito della difesa dei diritti umani nel Paese, e non sono stati elencati esempi positivi. Secondo, molte parti del rapporto prescindono dal contesto in cui gli attacchi alle minoranze etniche si sono verificati, ossia non si fa menzione del fatto che il governo serbo con il suo comportamento ha impedito l'escalation delle violenze nelle città serbe durante il marzo 2004. Inoltre, nel rapporto non si parla del fatto che sono stati compiuti significativi passi avanti verso la definizione di un sistema istituzionale che renderebbe possibile una efficace difesa delle minoranze, col che si pensa soprattutto alla introduzione del consiglio per le minoranze nazionali a livello della Repubblica.

In una dichiarazione rilasciata all'Osservatorio sui Balcani, Milan Simic, consigliere del ministro per i diritti umani e delle minoranze, afferma che "nel rapporto di HRW sullo stato dei diritti umani in Serbia e Montenegro nel 2005 si dice che in comparazione con l'anno 2004, nel 2005 il numero di attacchi basati sull'odio etnico in Vojvodina è diminuito, ma per questo è aumentato in altre parti della Serbia, e spesso mediante graffiti anti-musulmani e antisemiti, e attacchi fisici contro i rom. A questo riguardo il Ministero per i diritti umani e delle minoranze della Serbia e Montenegro ha realizzato una serie di attività atte a migliorare la difesa dei diritti delle minoranze. E ciò è stato constatato pure dall'Alto commissario dell'OSCE per le minoranze nazionali Rolf Ekeus, il quale il 31 gennaio 2006 dopo un colloquio col ministro per i diritti umani e delle minoranze, Rasim Ljajic, ha valutato che è stato fatto un eccezionale passo avanti nella difesa delle minoranze in Serbia e Montenegro".

Come una delle priorità più importanti nell'ambito della difesa dei diritti umani Simic sottolinea l'adozione di una strategia nazionale per la soluzione della posizione delle minoranze nazionali, che "sarà basata sull'ulteriore integrazione delle minoranze nelle istituzioni statali e in tutti gli ambiti della vita pubblica e politica". E quando si tratta di singoli incidenti il Ministero per i diritti umani e delle minoranze conduce una politica attiva, tanto che il ministro Ljajic "ha chiesto l'avanzamento dei procedimenti per i reati penali sulla base di odio etnico, razziale e religioso, e tolleranza zero nei confronti di quelle persone che hanno preso parte agli incidenti alla Facoltà di Filosofia di Novi Sad. In questa occasione il ministro Ljajic ha avvertito che una reazione non sufficientemente veloce ed adeguata degli organi competenti, può condurre ad una messa in discussione degli sforzi dello Stato tesi a garantire l'esistenza dei diritti umani e delle minoranze, cosa che minaccia di arrestare il processo di integrazione della Serbia e Montenegro nell'Unione europea".

A conferma di ciò la Procura distrettuale di Novi Sad il 9 gennaio scorso ha mosso l'accusa contro 18 membri del Fronte nazionale per incitamento all'odio razziale, etnico e religioso e incitamento all'intolleranza. Il ministro Ljajic ha accolto pubblicamente con favore l'azione della magistratura e della polizia di Novi Sad, constatando che un tale comportamento degli organi competenti (polizia, giudice per le indagini e la procura di Novi Sad) è di incoraggiamento, perché fino ad ora gli organi competenti hanno evitato di qualificare suddetti incidenti come atti penali di incitamento all'odio razziale, etnico e religioso, e hanno introdotto la prassi che i responsabili di questi reati vengano puniti per semplice violazione, cioè mediante un procedimento del codice penale che prevede la sanzione per reati di minore gravità, se durante gli incidenti si sono riscontrati danni materiali o danni fisici.

"Inoltre sono state formate delle commissioni interstatali con l'Ungheria e la Croazia, e nel novembre 2005 il problema degli incidenti in Vojvodina è stato il tema di una seduta della commissione per le minoranze dei governi dell'Ungheria e della Serbia e Montenegro. Durante questa seduta sono stati addotti dei consigli per entrambi gli stati al fine di migliorare la posizione delle minoranze serbe in Ungheria e delle minoranze ungheresi in Vojvodina, col che si è discusso soprattutto della questione dell'educazione, dei media e della cultura", ha precisato Simic.

L'importante tema dei diritti umani è stato oggetto anche di numerosi rapporti di varie organizzazioni internazionali e locali. Il rapporto sullo sviluppo umano della Serbia nel 2005 intitolato, "La forza della differenza" realizzato dall'UNDP, si focalizza sulla questione di come creare nei decenni a venire una società armonica, multiculturale, multietnica e tollerante che rispetti tutte le differenze esistenti. Benché in questo documento si parli di una serie di problemi nell'ambito della difesa dei diritti umani in Serbia, esso si differenzia in molti aspetti dal rapporto di HRW, e innanzitutto perché si analizza il contesto e i trend della Serbia negli ultimi sei anni, enumerando indicatori negativi e positivi. Uno degli indicatori adottati in questo rapporto è il livello di distanza etnica. A giudicare dal rapporto, la distanza etnica aveva raggiunto il maggior livello nel maggio 2000, dopo il bombardamento del Paese e il totale isolamento, per poi diminuire drasticamente dopo i cambiamenti democratici dell'ottobre 2000.

I nuovi dati dimostrano che il livello della distanza etnica è di nuovo in caduta, ma si nota con preoccupazione che il trend di distanza etnica è in aumento nella popolazione giovane. I consigli di questo nuovo rapporto si riferiscono alla necessità di un confronto col passato, aiutando le popolazioni della maggioranza e delle minoranze ad accettare la politica basata sulle relazioni culturali e sociali, al posto dell'isolamento culturale e territoriale, a rinforzare la coscienza dell'esistenza di molteplici identità complementari con l'identità etnica e la riduzione di atteggiamenti di avversione verso i membri delle altre comunità nazionali.

Il rapporto del Forum per le relazioni etniche, organizzazione non governativa, dal titolo "Lotta contro il razzismo, la xenofobia, la discriminazione verso le minoranze etniche e le persone minacciate", realizzato nelle regioni orientali della Serbia afferma che "numerosi problemi economici e storici infra-nazionali e altri problemi rappresentano la base per l'esistenza e il proseguimento di preconcetti di esclusività e comportamenti discriminatori. Inoltre, la volontà politica della leadership della maggioranza e delle minoranze non è sufficientemente matura per l'introduzione di un'atmosfera di vero pluralismo politico e di dialogo a livello locale".


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