I risultati delle presidenziali serbe, con la vittoria di misura di Boris Tadic, lasciano aperte molte domande, in attesa della probabile dichiarazione di indipendenza da parte di Pristina. Ne abbiamo parlato con Filip Svarm, caporedattore del settimanale indipendente Vreme

08/02/2008 -  Francesco Martino Belgrado

Le elezioni di domenica scorsa hanno visto un'affluenza molto superiore a quella che ha segnato le elezioni in Serbia negli ultimi anni. Cosa ha motivato i cittadini a recarsi alle urne?

Le elezioni di domenica sono state una sorta di referendum, che io però definirei innanzitutto come un referendum sociale. Molte persone in Serbia sono insoddisfatte del modo in cui vivono oggi, ed hanno ritenuto che la scelta tra Tadic e Nikolic fosse il modo per scegliere la strada maestra che il paese deve percorrere nel futuro. I risultati finali, con la vittoria di misura di Tadic, dimostrano che nel paese esiste una maggioranza, seppur non ampia, convinta che un avvicinamento all'Unione Europea significhi per la Serbia una prospettiva di vita migliore.

Quali saranno le prime conseguenze, a livello politico, di una vittoria di Tadic senza l'appoggio di Kostunica?

Non è facile delineare fin da adesso uno scenario definito, ma si può già ragionare sui primi risvolti del voto. Tadic, vincendo senza l'appoggio del suo partner di governo, ha rafforzato la propria posizione politica, ma non in modo risolutivo. Nell'eventualità di elezioni anticipate, sono convinto che il Partito Democratico non avrebbe comunque la forza di andare al governo da solo, ma avrebbe nuovamente bisogno di una coalizione con Kostunica, con G17 Plus e forse addirittura con Cedomir Jovanovic. D'altra parte, in questo scenario, difficilmente i radicali uscirebbero indeboliti da nuove consultazioni, ma anzi potrebbero aumentare ancora di più il proprio peso politico ed arrivare al potere. Quindi credo che, nonostante i numerosi punti di frizione, l'attuale coalizione di governo resterà insieme, visto che la forza e compattezza dell'elettorato radicale hanno dimostrato che la tentazione di sciogliere il parlamento e ricorrere di nuovo al voto non cambierebbe sostanzialmente la situazione politica nel paese.

Ma qual è la ragione profonda per cui Kostunica ha deciso di non appoggiare Tadic?

Non è facile rispondere a questa domanda. Varie riflessioni portano a pensare che dipenda innanzitutto dalla strategia di Kostunica di porre il Kosovo quale "questione delle questioni" al centro della propria agenda politica. Di fatto Kostunica non parla d'altro. Allo stesso tempo, in queste elezioni, il tema "Kosovo", pur mantenendo il suo peso, non è stato dominante, perché la scelta degli elettori è stata effettuata innanzitutto sul tema della qualità della vita. Quelli convinti che, alla fine dei conti, i sette anni di governo delle forze democratiche hanno portato a dei miglioramenti in quel senso, e che vedono delle prospettive di sviluppo nella continuità di questa gestione, hanno votato per Tadic. Per Tadic, naturalmente, ha votato anche chi riteneva che una vittoria di Nikolic significasse un ritorno agli anni '90. A votare per Nikolic, invece, sono stati quanti ritengono che in Serbia domini la corruzione, che le risorse dello stato vengano dilapidate, che le classi lavoratrici vivano oggi senza prospettive se non quella di arrivare con fatica a fine mese. Tornando a Kostunica, la non centralità della questione kosovara l'avrebbe quindi convinto a tenersi ai margini, per non rafforzare troppo l'alleato Tadic.

Ma quale peso ha realmente avuto il Kosovo su queste elezioni?

La questione kosovara è stata certamente importante, soprattutto perché rappresenta una sorta di cartina di tornasole nei rapporti con l'Unione Europea. La domanda è se l'integrazione europea della Serbia significhi la perdita della regione, oppure se si possa entrare in Europa conservando in qualche modo la sovranità sul Kosovo. In realtà si tratta di un falso dilemma, creato e fomentato soprattutto da Kostunica, perché non esiste alcun governo, in Serbia, pronto a rinunciare alla propria integrità territoriale. Al tempo stesso, la scelta del premier di concentrarsi esclusivamente sul tema "Kosovo" si è rivelata politicamente poco felice, perché si è visto che i cittadini vengono mobilizzati e sono interessati anche ad altri problemi non meno importanti.

Pensa che gli elettori abbiano anche voluto dare credito alle dichiarazioni di Tadic secondo cui il Kosovo si difende meglio con la Serbia nell'Ue, piuttosto che contro di essa?

I cittadini della Serbia hanno vissuto un lungo periodo di isolamento politico, e conoscono fin troppo bene qual è il significato della parola "confine". Basti pensare alle lunghissime ore di attesa davanti ai consolati europei, nella speranza di ottenere un visto Schengen. Nonostante questo, però, credo personalmente che la maggioranza dei cittadini serbi siano convinti che il Kosovo si possa difendere meglio con la Serbia membro dell'Ue, e non desiderino affatto che il paese torni ad essere una sorta di "paria" internazionale.

Quale sarà ora il futuro politico di Tomislav Nikolic? Sono possibili cambiamenti all'interno del Partito Radicale Serbo?

Innanzitutto credo sia importante ricordare che Tomislav Nikolic non è il presidente del partito radicale, bensì il suo vice-presidente. Il leader formale dei radicali è ancora Vojislav Seselj, attualmente in attesa di giudizio all'Aja. Di sicuro, Nikolic oggi non è particolarmente felice, visto che ha perso davvero per un pugno di voti. D'altra parte, non bisogna dimenticare che questo è il miglior risultato elettorale mai ottenuto dal partito radicale. A maggio ci saranno le elezioni amministrative, e allora Nikolic può anche sperare nella caduta del governo e in eventuali elezioni anticipate, dove potrebbe tentare di mobilitare verso il partito il grande numero di elettori che l'hanno supportato come candidato alla presidenza. Credo quindi che, passata la delusione per la sconfitta, Nikolic guarderà con una certa soddisfazione ai risultati di domenica scorsa: ha rafforzato ancora la sua formazione politica, dimostrando che il Partito Radicale Serbo è largamente la prima forza politica nel paese.

Ma lo scenario di una crisi di governo è davvero verosimile?

Come dicevo, credo che questo governo non cadrà tanto facilmente, nonostante i suoi problemi interni, perché nuove elezioni darebbero davvero una grande opportunità a Nikolic e ai radicali di arrivare al governo. Il grande problema, per la Serbia, è rappresentato dalla prossima missione dell'Unione Europea in Kosovo, e dal probabile riconoscimento che molti paesi dell'Ue sono pronti a garantire a Pristina nel momento in cui dovesse dichiarare l'indipendenza, che ormai sembra essere imminente. Questo scenario potrebbe causare in Serbia una seria crisi politica, nella quale lo scontro tra Tadic e Kostunica potrebbe diventare molto più duro. Un scoglimento del parlamento, allora, non sarebbe affatto impossibile.

Prima e durante la campagna elettorale si è molto parlato di una possibile scelta della Russia come partner privilegiato della Serbia, in opposizione all'Unione Europea. E' questa una possibilità reale per Belgrado?

Credo di no. L'Europa non è più quella della guerra fredda, e non credo esista la possibilità che la Serbia possa diventare un satellite della Russia, come ad esempio è stata la Bulgaria fino all'89. La scelta della Serbia è verso l'Unione Europea: Tadic ne ha fatto il suo cavallo di battaglia, ma anche Nikolic, in campagna elettorale, non ha assunto posizioni decisamente antieuropee. Oggi la Serbia si appoggia politicamente alla Russia non perché desideri entrare nella sfera di gravitazione di Mosca, ma a causa della questione kosovara. Tra l'altro, in fondo, nemmeno ai russi interessa che la Serbia diventi un piccolo paese isolato e ai ferri corti con l'Unione Europea. Il dilemma Ue-Russia non esiste: se alla Serbia serve l'appoggio di Mosca sul Kosovo, dall'altra Belgrado, per il proprio futuro, cerca il suo posto in Europa.


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