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La Romania è uno dei paesi europei più colpiti dalla crisi. Gli indicatori economici peggiorano, ma la classe politica sembra occupata ad accentrare le leve del potere piuttosto che a rispondere ai segnali di disagio crescente che arrivano dalla società

06/05/2010 -  Nikolai Yotov Bucarest

Caos diffuso e una sensazione di catastrofe imminente sembrano essere le parole chiave per descrivere l’attuale situazione sociale e politica rumena. La crisi economica ha portato i giorni più difficili dai tempi della rivoluzione del 1989, quando le risorse erano scarse, la gente spaventata e incerta sul proprio futuro e una nuova élite emergeva dal bisogno disperato di leadership politica.

Un paragone tra l’attuale stallo economico, cominciato nel 2008, e il collasso degli anni ’90 non può essere evitato. Oggi, a causa dei continui licenziamenti, la disoccupazione sta crescendo rapidamente e un milione di persone (il 10% circa della forza lavoro) sono attualmente senza lavoro. Nel frattempo, scioperi massicci e organizzati stanno scuotendo le strade e piazze della Romania, con i lavoratori che tentano di difendere i propri salari.

Se all’inizio degli anni ’90 i negozi erano vuoti, oggi gli scaffali dei supermercati traboccano di merci, ma questa è una ben magra consolazione, visto che il numero di chi può comprare scende sempre più in fretta. Inspiegabilmente, però, l’inflazione resta alta, oltre il 4%.

Il governo di centro-destra di Emil Boc sta promuovendo vari provvedimenti, apparentemente con il beneplacito del Fondo Monetario Internazionale (FMI), con l’obiettivo di tagliare salari e pensioni “privilegiati”. Economisti e sindacati, però, sostengono che tali misure porteranno a un drastico peggioramento per le classi più deboli, già ai limiti della soglia di povertà.

Alla fine di marzo, il direttore dell’ FMI Dominique Strauss-Kahn ha criticato duramente la classe politica rumena, accusandola di non prendersi sufficientemente le responsabilità del caso, e ha poi avvertito che la disoccupazione continuerà a crescere anche nel 2010.

Una delegazione dell’FMI ha iniziato la sua visita in Romania lo scorso 27 aprile, per esercitare nuove pressioni sulle autorità locali per spingerle a riprendere le riforme e a restituire vecchi arretrati al settore privato, una misura che dovrebbe creare nuovi posti di lavoro e rimpinguare le casse pubbliche.

Insoddisfazione crescente

Mentre gli indicatori economici continuano a peggiorare, la popolazione si mostra sempre più insoddisfatta per il peggiorare delle proprie condizioni di vita. Lo scorso 22 aprile circa l’80% degli insegnanti rumeni ha partecipato, o ha espresso solidarietà, con una delle manifestazioni di protesta più ampie mai organizzate dal sindacato di categoria.

Oltre alla questione salariale, gli insegnanti protestano contro la nuova legge sull’istruzione pubblica, che a loro dire produrrà forza lavoro meno qualificata. Anche gli studenti sono scesi in piazza, per denunciare la soppressione o la diminuzione di vari benefici, come gli sconti sui mezzi di trasporto e il contributo pubblico alle spese di iscrizione all’università.

I sindacati hanno recentemente annuciato scioperi ancora più pesanti per il mese di maggio e giugno, per bloccare le nuove norme che regolano pensioni, salari e il settore dell’istruzione nel suo complesso.

Sullo sfondo delle proteste, i media continuano a portare in prima pagina lo stile di vita lussuoso di molti esponenti del governo, come quello del ministro dell’Economia Adriean Videanu, a denunciare gli aumenti di stipendio di categorie privilegiate dell’amministrazione pubblica e i tentativi dell’esecutivo di distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dalla propria incapacità di gestire la situazione.

Le riforme, intanto, sembrano essere ad un punto morto. Nel settore giudiziario tutto è di nuovo bloccato, e la Commissione europea, nel suo report del 23 marzo scorso non ha nascosto la propria insoddisfazione a riguardo.

L’infrastruttura del paese resta debole, e ancora più problematica è la gestione dei fondi europei che dovrebbero servire a migliorarla e a dare così una spinta allo sviluppo economico e agli investimenti esteri. A fine marzo il ministro dei Trasporti Radu Berceanu ha ammesso che, nonostante le promesse, nel 2010 non verranno completati nuovi chilometri di autostrade a causa della mancanza di fondi disponibili.

Se non bastasse, il caso di Amelia Antoniu, 36enne solista dello Teatro Nazionale dell’Operetta “Ion Dacian”, che alla fine di aprile è entrata in coma dopo aver sostenuto una lieve operazione in un ospedale di Bucarest, ha ricordato ai rumeni le profonde carenze del proprio sistema sanitario, dando vita ad un acceso dibattito sui media e nel paese.

Secondo alcuni osservatori tutto questo potrebbe fornire le basi ad una “esplosione della mamaliga”, quanto succede alla tipica polenta rumena se lasciata troppo a lungo sulla fiamma, per indicare la possibilità di una rivolta generale di una popolazione spinta ai limiti della sopravvivenza.

Parola alla politica

Mentre il paese è scosso da tensioni politiche e sociali crescenti, la classe dirigente rumena, guidata dal presidente Traian Băsescu e dal premier Emil Boc sembra innanzitutto intenta ad accentrare ancora di più le leve del potere.

Al momento, niente in Romania avviene senza il consenso palese o tacito di Băsescu, ritenuto il padrino politico dell’attuale esecutivo, visto che il presidente è di fatto anche il leader informale del principale partito di governo, quello Democratico-liberale.

Il governo ha recentemente proposto modifiche costituzionali, che analisti e oppositori politici, come l’ex premier socialdemocratico Adrian Năstase, denunciano come anticamera di una possibile dittatura. L’esecutivo sta spingendo per modificare l’assetto parlamentare in unicamerale, riducendo il numero massimo di parlamentari a 300 e assicurando piena immunità al capo dello stato.

A dirla tutta, Băsescu ha visto la transizione verso un parlamento unicamerale approvata lo scorso novembre grazie a referendum popolare, tenuto lo stesso giorno del primo turno delle presidenziali, che lo avrebbero visto poi confermato alla carica al secondo turno. Ironicamente, alla base del successo di Băsescu c’è uno dei suoi slogan populisti più riusciti, e cioè la pretesa di essere in realtà l’unico contrappeso alle malefatte dell’élite politica attuale.

In ogni modo, durante la campagna elettorale Băsescu non ha detto al suo elettorato che intendeva rimuovere il senato, l’unica istituzione ancora controllata dall’opposizione e in grado di mantenere un certo equilibrio di potere, né che voleva cementare la sua immunità, divenire immune alla procedura di impeachment ed avere la possibilità di sciogliere le camere a volontà.

Il professore di scienze politiche e commentatore Daniel Barbu ha dichiarato recentemente in una conferenza stampa che, dopo attenti calcoli, si può affermare che sebbene la maggioranza di chi si è recato alle urne per votare al referendum si sia espresso a favore delle modifiche all’assetto istituzionale (con circa il 90% dei consensi) questi rappresentino una frazione degli aventi diritto al voto, di cui molti non erano d’accordo con la proposta o non l’hanno ritenuta sufficientemente rilevante.

“Oggi abbiamo sia cattivi politici che una cattiva costituzione”, ha detto Barbu, aggiungendo che c’è bisogno di una carta costituzionale completamente nuova, e non di continui aggiustamenti fatti solo a misura di chi governa. L’analista politico Cristian Pârvulescu, direttore della Scuola nazionale di studi politici e pubblica amministrazione, ha criticato i tentativi della classe politica di imporre cambiamenti costituzionali in tutta fretta, senza riflessione.

Secondo i critici, il populismo di Băsescu diverrà presto evidente e finirà per rivelarsi infine un’arma a doppio taglio per il presidente. Il giornalista e analista Cristian Todor Popescu ha pronosticato che Băsescu alla fine resterà solo, abbandonato dal suo stesso partito e dagli elettori, “proprio come Ceauşescu negli anni ‘80”.

Ci sono forti segnali che, a causa dell’aumento della povertà o per il tentativo di marginalizzazione della democrazia, la società civile rumena potrebbe davvero sollevarsi contro chi la governa. Nel primo caso si tratterebbe di semplice lotta per la sopravvivenza, nel secondo una dimostrazione di maturità. E’ uno scenario già visto più volte nella regione negli ultimi anni e, sfortunatamente, sembra essere l’unica strada percorribile per la Romania di oggi.


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