Vasile Ernu

Vasile Ernu, scrittore e filosofo romeno ci racconta il suo ultimo romanzo, “Gli ultimi eretici dell’Impero” dove l'eretico è colui che solleva interrogativi e mette in dubbio le zone del potere, lì dove nessuno osa, né ha il coraggio di osare

25/02/2013 -  Massimiliano Di Pasquale

“Gli ultimi eretici dell’Impero”, ultimo lavoro di Vasile Ernu, scrittore e filosofo romeno, originario della Bessarabia – pubblicato recentemente dai tipi della Hacca - è un romanzo epistolare dal taglio filosofico che mescola al suo interno più generi della tradizione letteraria russa.  

Dal romanzo “ostalgico” venato di ironia, Nato in Urss, a un romanzo epistolare dalla forte connotazione politica come “Gli ultimi eretici dell’Impero”. Cosa si proponeva di evidenziare con questo nuovo lavoro ?

Nel primo libro ho cercato di parlare del passato senza odio né passione. Ho cercato di dimostrare che al di là dell’ideologia e del regime repressivo, la gente è riuscita a vivere la propria vita anche nel comunismo. Anche nel comunismo ci si amava, si ballava, si piangeva, si era contenti. La vita è la cosa più importante, trascende i regimi e le ideologie. E io ne parlo con nostalgia, tenerezza, ma anche molta ironia.

Nel secondo libro mi concentro su qualcosa di un po’ diverso. Cerco di mettere in dubbio le cose, le storie, con una formula più paradossale e di portare l’attenzione sul fatto che il mondo che abbiamo lasciato potrebbe non essere il “male peggiore”, mentre quello in cui siamo entrati, a sua volta, potrebbe non essere il “paradiso in terra”; inoltre che il nostro ruolo è mettere in dubbio sia il mondo in cui siamo vissuti che quello in cui viviamo ora, per comprenderli meglio. Cerco poi di dimostrare che ogni regime, comunista o capitalista, porta con sé una serie di forme repressive, e che entrambi vogliono farci loro prigionieri e rubarci la vita, che in fondo è la cosa più preziosa che abbiamo.

Come mai ha deciso di adottare questa forma di romanzo?

Sono un grande appassionato delle epistole dell’apostolo Paolo. Penso che nella nostra epoca il genere epistolare sia molto fecondo. È tipico delle epoche di transizione, di rottura e di eterno movimento. Forse è rimasta l’unica forma con cui siamo ancora in grado di comunicare. Non è forse vero che passiamo tutto il nostro tempo su Messenger e Facebook, mandandoci messaggi, o brevi epistole, perché la realtà non ci permette più di stare insieme? Inoltre, è un genere molto fecondo per la polemica, per gli scambi di idee, i dibattiti.

Quale valenza attribuisce al termine eretico? Le faccio questa domanda perché a mio avviso il suo libro, pur occupandosi di questioni importanti quali la dissidenza e il rapporto tra mondo occidentale e quello sovietico, non fornisce un punto di vista innovativo su questo...

Per me l' ”eretico” riveste un ruolo positivo in questo libro. È un virus necessario: è colui che ci ricorda che siamo malati, che ci dà da pensare. Colui che solleva interrogativi e mette in dubbio le zone del potere, lì dove nessuno osa, né ha il coraggio di osare. È vero che i miei eretici, eroi che polemizzano l’uno con l’altro, non danno una “risposta”, non propongono una “ricetta”. Ma non è questa la loro funzione, né tanto meno quella del libro. Ritengo che, secondo la buona tradizione europea, le domande siano più importanti delle risposte.

Una buona domanda, una domanda che risulti scomoda e ci dia da pensare, rappresenta già un grande traguardo. Le buone domande possono collocarci sulla traiettoria di una risposta, ci possono aiutare a trovare una soluzione. So che oggi non c’è più tempo per questo genere di preoccupazioni, poiché il tempo è denaro, tutto è denaro, ed è comodo ricercare soluzioni sempre più meccanicistiche. Ma siamo esseri umani, e gli esseri umani devono sognare. Senza sogni non c’è attualità. Dunque, se non inventeremo altre utopie, saremo condannati a una vita meschina, inumana. La lezione della grande letteratura russa è lineare, propone un tema fondamentale e suggerisce una risposta: come liberarci della meschinità, dal terrore dell’uomo minuscolo, dell’uomo piccolo. Risposta: solo il sogno, solo l’utopia possono renderci umani e salvarci dall’“uomo piccolo e meschino”. Non dobbiamo quindi avere timore di fare domande folli, perché soltanto esse potranno condurci all’utopia, e soltanto il sogno potrà salvarci.

I due protagonisti del romanzo Vasilij Andreevic e il Grande Istigatore affrontano anche il tema della dissidenza. Vorrei sapere che giudizio dà lei della dissidenza sovietica e quale ruolo le attribuisce storicamente?

Io ho un’opinione meno conformista rispetto ai dissidenti. Ritengo che il dissidente sia un prodotto del collaborazionismo tra i sistemi capitalista e comunista. Il dissidente era il miglior mediatore, una sorta di dizionario o di traduttore dei rapporti tra stati comunisti e capitalisti. Era parte del sistema comunista, ma conosceva bene i linguaggi di entrambi i regimi: traduceva a chi si trovava all’interno quel che il mondo liberale pensava riguardo al mondo comunista, e raccontava al mondo occidentale quanto accadeva nello spazio comunista utilizzando un linguaggio e un gergo liberale. Finché il comunismo è esistito, la sua voce era udibile in diverse forme, ma dopo la caduta del regime è rimasta solo la griglia interpretativa dei vincitori, ovvero del mondo occidentale e del dissidente. Volenti o nolenti, è così. La tragedia è che oggi quel che sappiamo di noi è in gran parte quel che si inquadra nella griglia liberale occidentale. Le forme di interpretazione più anti-conformiste sono molto prolifiche nei mondi marginali, ma in nessun caso saranno ben accolte dal potere ufficiale.

C’è un paradosso: la critica liberale e quella dei dissidenti mossa al comunismo è del tutto autentica, ma lo è anche la critica al capitalismo mossa da parte comunista. Ritengo che, oggi come oggi, leggere la griglia dei dissidenti per comprendere il comunismo ci aiuti solo in parte. Ci aiuta a comprendere solo in parte il meccanismo delle repressioni, ma crea nel suo insieme un sistema che distorce e serve gli interessi di un determinato ceto sociale. Per questo motivo gli intellettuali liberali vi si inquadrano facilmente, mentre la maggioranza delle persone quasi per nulla.

Io nutro sempre più dubbi riguardo al monopolio interpretativo liberal-occidentale che, per quanto concerne l’interpretazione del comunismo, appartiene anche ai dissidenti. Dobbiamo tenerne conto, ma non deve diventare egemonico. Perché la storia potrebbe vendicarsi, così come ha fatto più di una volta.

Quanto c’è di autobiografico nel personaggio di Vasilij Andreevic?

Abbastanza, dato che utilizzo molte informazioni tratte dalla storia di persone a me care, per le quali nutro ammirazione. Molto del materiale che utilizzo, dalle persone alle idee, è in qualche modo parte di alcune vite, di persone straordinarie che mi hanno lasciato qualcosa dentro. E questo accade non solo nel caso di Vasilij Andreevic, che è un po’ un mio alter ego, ma soprattutto in quello di A.I. Tuttavia, il volume è finzione, non autobiografia.

Le pagine del suo libro sono intrise di nostalgia sovietica… Crede anche lei che il dissolvimento dell’URSS sia stata la più grande catastrofe del 20° secolo come ha affermato Vladimir Putin?

La nostalgia, come l’amore o l’odio, fanno parte della nostra vita. Rinunciare alla nostalgia vuol dire rinunciare a uno dei sentimenti umani più potenti e importanti. Cosa sarebbe la letteratura senza nostalgia? Cosa sarebbero i libri di Proust? La nostalgia non è un luogo, ma un tempo, un paese del tempo che non possiamo più visitare, in cui non possiamo più tornare se non nel ricordo.

Nessuna persona di buon senso può provare nostalgia per le ideologie - comunismo o capitalismo - ma per “i vecchi tempi”, per la sua vita edenica e irripetibile dell’infanzia e dell’adolescenza. La scomparsa dell’URSS è stato uno dei più grandi e rilevanti eventi politici, sociali ed economici del XX secolo. Io penso che qualsiasi morte porti con sé un che di tragico, e quando il tragicismo assume proporzioni tanto grandi, anche qualcosa di tremendo. Qual è stato il significato della decadenza dell’Impero romano? Per una parte della popolazione è stato una catastrofe, mentre per un’altra si è trattato di una fortuna enorme. 

Il passato non deve

essere amato,

né odiato,

ma soltanto capito

Vasile Ernu

Dal punto di vista geopolitico è accaduto lo stesso: è venuto meno un grande Impero, una costruzione unica nel suo genere, con un immenso apparato di repressione, e questo ha portato alla nascita di altre strutture politiche, altri stati ecc. Quando l’URSS è scomparsa, c’era molta euforia, molta allegria, un’aria di libertà indescrivibile. Ma gli effetti sociali ed economici si rivelarono tragici per un numero ingente di persone. Ne risentono ancora oggi molti paesi dell’est. Ma tutto ha un prezzo. Personalmente, mi faccio guidare spesso da un motto: il passato non deve essere amato, né odiato, ma soltanto capito.

Qual è stata la differenza tra il ruolo dei dissidenti in Romania e nell’ex URSS?

La differenza è notevole. L’URSS, che è una prosecuzione della Russia zarista, possiede per tradizione un forte atteggiamento critico. I russi sono degli scettici purosangue. Non dimentichiamo che la stessa parola “intellighenzia” è di origine russa. Membro dell’intellighenzia è quell'intellettuale impegnato politicamente, l’anti-potere che lotta per il bene comune, colui che viene in aiuto delle grandi masse svantaggiate. Anche il periodo zarista era caratterizzato dalla lotta degli intellettuali impegnati, l’apparato di repressione era duro e le carceri traboccavano di intellettuali per diversi motivi politici. La dissidenza sovietica ha conosciuto a sua volta fasi diverse: un conto è la dissidenza degli anni Trenta, un altro è quello degli anni Sessanta, e poi quello degli anni Ottanta.

Quel che è certo è che sono sempre esistiti gruppi consistenti di dissidenti che erano scomodi per il potere. La Romania è un paese con una tradizione critica molto debole. Qui, per tradizione, gli intellettuali si affiancano al potere, o nel peggiore dei casi assumono una posizione neutra, di tutto comodo. I dissidenti e coloro che criticano il potere costituiscono l’eccezione. In Romania costoro non sono mai riusciti a unirsi entro strutture, entro gruppi perlomeno coerenti. In pratica, non hanno contato se non nelle zone periferiche. Penso che l’Occidente e il discorso post-comunista li abbia sopravvalutati. Purtroppo tutto questo ha avuto un effetto negativo, perché si è creata un’immagine falsa, che influenza la comprensione del passato, ma soprattutto del presente. In Romania si sta combattendo il comunismo dopo che è scomparso, mentre sugli abusi del presente si tace.

(Si ringrazia Anita Natascia Bernacchia per la traduzione dal romeno) 


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