Dalle politiche di Ceausescu a quelle dei governi post-comunisti. Una rassegna sulla questione degli orfani in Romania. Riceviamo e volentieri pubblichiamo

25/01/2011 -  Zizi Danila

Nel 1966 con una legge che rendeva illegale l’aborto ed ogni metodo contraccettivo per le donne di età inferiore ai 45 anni di età, Nicolae Ceausescu metteva in atto il primo round della sua politica di grandezza: raddoppiare la popolazione rumena e con essa la forza lavoro entro l’anno 2000.

Le conseguenze non furono esattamente quelle aspettate dal dittatore.

Almeno 140.000 i bambini abbandonati nella sola Bucarest, l’incremento esponenziale del 60% degli aborti clandestini, con esiti spesso fatali per la donna e la costruzione di decine e decine di orfanotrofi sparsi nelle aree periferiche dello Stato.

Di tutto ciò il mondo si sarebbe reso conto solo anni più tardi al crollo dell’impero filo-comunista di Ceausescu.

A quel tempo, mossi a pietà dalla crudeltà delle foto di bambini denutriti, mutilati e resi pazzi dalle sofferenze subite, l’opinione pubblica internazionale si mobilitò compatta creando un incredibile catena di adozioni internazionali, spesso sponsorizzate da agenzie fantasma, non del tutto estranee a delle vere e proprie vendite di bambini.

Poi venne il 2001 e il Governo, preoccupato per le crescenti denunce di traffici di bambini a carico di sedicenti agenzie di adozioni, bloccò le adozioni internazionali in corso, la Romania aveva deciso di tenersi i suoi orfani e lavorare affinché le loro condizioni migliorassero.

Così è stato, negli ultimo 20 anni la politica rumena ha portato ad un sensibile miglioramento delle condizioni di vita degli orfani e dei tanti minorati sino ad allora reietti della società.

Ma nonostante i progressi in un senso, oggi si fa strada un nuovo esercito di indesiderati, fantasmi non troppo diversi dagli orfani degli anni ’90: i rom.

Privati della loro identità da Ceausescu, sistematicamente cacciati dalle città in cui lo stesso dittatore li aveva confinati per impedirne il nomadismo dopo la sua caduta, incapaci di ritrovare la propria identità, i rom sopravvivono oggi abbandonati ai margini delle città della loro stessa nazione.

Le conseguenze maggiori di tale disagio ricadono sui minori.

Abbandonati a loro stessi quando troppo piccoli per lavorare, vessati persino dagli stessi genitori quando lo sono abbastanza, a volte analfabeti, si muovono come fantasmi nelle città e campagne rumene in cerca di qualsiasi cosa sia commestibile o valga del denaro, nei casi peggiori prostituendosi per ottenerle.

Nei casi in cui lo Stato interviene con assegni familiari, poco o nulla di quel denaro viene investito dalle famiglie per i propri figli, che spesso non risultano nemmeno nati agli occhi dello Stato.

Ne sono un esempio le decine di bambini che dormono sui tombini in cerca di calore nell’affollata Bucarest, spesso innaffiati di colla per non sentire fame o freddo o sete.

Lo è Mihaela, 12 anni in Vrancea, unica responsabile del nipote di un anno perennemente attaccato al suo collo, di cui la polizia lamenta da tempo attività di prostituzione che la famiglia invece nega fermamente, mentendo.

Mihaela non parla mai di questo, forse ha imparato a tacere presto o forse semplicemente reputa l’anormale come normale per la sua vita.

I rom sono la seconda minoranza del Paese dopo gli Ungheresi, attorno a 600.000 per il Governo, sarebbero invece quasi 2.000.000 per le ONG lavoranti nel posto.

Quale minoranza godono di tutta una serie di leggi atte alla loro piena tutela, il meglio della legislazione sulla difesa delle minoranze redatta in Europa è stato pienamente recepito dalla Romania e fa bella mostra di sé sia nella costituzione sia nelle leggi nazionali, ma nessuna di queste è realmente rispettata o, ancor peggio, attuata.

Così persiste l’indigenza di molte famiglie rom in Romania, le condizioni deplorevoli dei bambini che vivono più in strada che i casa e per i pochi cui possiedono un ambiente familiare che possa chiamarsi tale sopravvivono le classi ghetto formalmente abolite nel 2007, ma tuttora rinvenibili in tutto il paese, la mancata attuazione dell’obbligo di frequentazione scolastica sino alla classe II.

Eppure, mentre la tragedia dei bambini rinchiusi negli orfanotrofi di regime ha scosso la nostra coscienza, attivandola, la storia dei bambini rom come quella di Mihaela e altri viene lentamente cancellata dalla memoria.

Il perché è una atavica diffidenza nei confronti dei rom, una sorta di ripudio che è difficile da controllare, assimilare, eliminare e nei loro occhi la gente non si rinviene più il passato non troppo lontano che la Romania tenta ferocemente di dimenticare, semplicemente perché noi stessi lo abbiamo già dimenticato.


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