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Karabakh senza pace

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(Foto Knowwhimonline, Flickr)

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Nuove vittime sulla linea del fronte tra forze armene e azere in Nagorno Karabakh. I rappresentanti religiosi di Armenia, Azerbaijan e Russia firmano un appello congiunto contro la perdita di vite umane, mentre restano per ora senza risultato gli sforzi dell'Osce per una pace duratura nella regione

Dopo il fallimento del summit di giugno a Kazan, i negoziati per il Nagorno Karabakh sono proseguiti senza segnare alcuna svolta significativa. L’evidente stallo dei colloqui ha spinto i co-presidenti del Gruppo di Minsk, costituito in seno all'Osce per favorire una soluzione negoziata al conflitto, a cercare di salvare il processo di pace con una serie di visite nella regione, concentrando i propri sforzi sul rafforzamento dell’instabile regime del cessate il fuoco lungo la “linea di contatto” tra Armenia e Azerbaijan.

Scontri sulla linea del fronte

Recentemente gli incidenti sul fronte si sono intensificati, accrescendo il rischio di un nuovo conflitto su vasta scala. Il 19-20 novembre due giovani soldati armeni, Armen Simonyan e Mihran Margaryan, sono stati uccisi da cecchini azeri. Il 20 novembre, in un comunicato stampa, il ministero della Difesa armeno ha minacciato azioni punitive affermando che “la risposta all’uccisione di ogni soldato armeno sarà sproporzionata”. Il 29 novembre, l'agenzia di informazione ArmeniaNow.com ha comunicato che “tra il 20 e il 25 novembre fonti ufficiali armene hanno annunciato l’uccisione di sette soldati azeri […] di cui solo uno dichiarato da Baku”.

Il 24, mentre sul fronte si svolgevano le azioni militari, il ministro della Difesa armeno Ohanyan dichiarava ad Armenialiberty che “Yerevan continua a dichiararsi pronta a non violare la tregua e a ritirare i cecchini, ma la dirigenza e il comando militare azeri si rifiutano di fare altrettanto”. Sempre secondo la Difesa armena, nel mese di novembre l’Azerbaijan avrebbe violato “1.150 volte il cessate il fuoco lungo la linea di contatto”.

A piedi attraverso la linea di contatto

A fine novembre, i tre co-presidenti del Gruppo di Minsk – il francese Fassier, l’americano Bradtke e il russo Popov – hanno monitorato di persona la “linea di contatto” attraversando a piedi il confine settentrionale tra Armenia e Azerbaijan. Alla missione ha partecipato anche l’Ambasciatore francese Jacques Faure, che dal prossimo gennaio prenderà il posto di Fassier, e il Rappresentante Personale del Presidente del Gruppo di Minsk, Andrzej Kasprzyk. Nella dichiarazione congiunta pubblicata al termine della visita, il 30 novembre, i co-presidenti hanno riportato i risultati della loro missione e, “considerati i recenti incidenti lungo la linea di contatto”, hanno “ricordato ai presidenti di Armenia e Azerbaijan l’importanza di rispettare il cessate il fuoco del ’94: tali incidenti mostrano la necessità di attuare il meccanismo proposto per indagare sugli incidenti, su cui i presidenti hanno concordato in linea di principio”.

La questione ha preoccupato anche il Rappresentante Speciale dell'Unione Europea per il Caucaso del Sud e la crisi in Georgia, Philippe Lefort, in visita a Yerevan il 28 novembre. Lefort ha discusso col ministro degli Esteri Nalbandyan delle violazioni della tregua lungo il confine, e dell’attuazione di misure di fiducia per ridurre la tensione: “L’UE non vuole vedere una nuova guerra nel Caucaso del Sud”, ha dichiarato Lefort al termine dei colloqui.

Diplomazia religiosa

Oltre alle missioni dei negoziatori OSCE e di Lefort, il 28-29 novembre Yerevan ha ospitato la “Conferenza del Presidio Interreligioso della CSI”, a cui ha partecipato anche il leader spirituale dei musulmani del Caucaso, l’azero Allahshukur Pashazade. In un incontro a tre ai margini del convegno, il patriarca russo Kirill, il Catholicos armeno Karekin II e il Gran Muftì Pashazade hanno firmato un appello per “chiedere il ritiro dei cecchini dalla linea di contatto per non versare più sangue […] ed evitare altre perdite di vite umane”.

Già nell’aprile 2010 i tre massimi rappresentanti religiosi di Russia, Armenia e Azerbaijan si erano incontrati ad un summit religioso internazionale a Baku e avevano rilasciato una dichiarazione congiunta in cui “esprimevano sostegno ai prolungati sforzi per risolvere il conflitto in Nagorno Karabakh, accoglievano favorevolmente le misure di confidence-building e condannavano gli atti di vandalismo commessi nella zona di conflitto”.

Al termine dell'incontro a tre del 28 novembre, “Pashazade ha proposto al rappresentante religioso armeno di organizzare in futuro incontri al confine tra i due Paesi e il Catholicos ha accettato”, come ha ricordato a News.am Padre Vahram Melikyan, dell’Ufficio Stampa della Santa Sede armena.

Vilnius

Dai tavoli della “diplomazia religiosa”, il dibattito sul Nagorno Karabakh si è poi trasferito a Vilnius, dove il 6-7 dicembre si è tenuta la 18° riunione del Consiglio Ministeriale dell’OSCE, il principale organo decisionale dell’Organizzazione. Secondo ArmeniaNow.com, tuttavia, “l’incontro ha deluso le attese”. Non è stato infatti approvato nessun documento sul ritiro dei cecchini dal fronte, ma è stata emessa solo una “dichiarazione congiunta che richiede la definizione dei meccanismi per indagare sugli incidenti lungo la linea”. La dichiarazione – firmata dai capi delegazione dei tre Paesi co-presidenti del Gruppo di Minsk (il ministro degli Esteri russo Lavrov, la segretaria di Stato USA Clinton e il ministro francese per gli Affari Europei Leonetti), oltre che dal ministro degli Esteri azero Mammadyarov e armeno Nalbandyan – contiene un accordo sulla necessità di intraprendere “maggiori sforzi per lavorare sui dettagli dei meccanismi di indagine”. Il documento annuncia inoltre che “i due presidenti sono pronti ad incontrarsi di nuovo nel prossimo futuro sotto gli auspici del Gruppo di Minsk per continuare i colloqui diretti”. A tal proposito, a Vilnius il ministro degli Esteri Lavrov ha annunciato la disponibilità di Mosca a riprendere i colloqui a tre con la mediazione di Medvedev, proposta che ha incontrato l’approvazione delle parti.

La pace lontana

L’incontro tra i due presidenti “potrebbe avvenire all’inizio del prossimo anno”, ha rivelato Fassier il 19 a Baku, durante la conferenza stampa di congedo dall’incarico di mediatore OSCE. Il 21 a Yerevan, tappa successiva di questa ultima visita nella regione, ha poi affermato che “questo conflitto non può avere una soluzione militare. Non so chi possa vincere una nuova guerra ma per tutti, vincitori e vinti, sarebbe un incubo: nuovo spargimento di sangue, nuovo odio, nuovi rifugiati”.

Ciò nonostante, la pace resta lontana: come sottolineato dal vicepresidente dell’Assemblea Nazionale armena Sharmazanov il 19 in conferenza stampa, “il 2012 sarà un anno pre-elettorale per Armenia e Azerbaijan, e l’esperienza insegna che prima delle elezioni non si producono soluzioni”.


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