Le rovine di Agdam, a pochi km dalla linea del cessate il fuoco (Foto Marco Fieber, Flickr)

Le rovine di Agdam, a pochi km dalla linea del cessate il fuoco (Foto Marco Fieber, Flickr )

Circa 20 morti per scontri sulla linea del cessate il fuoco tra Armenia e Azerbaijan in Nagorno Karabakh. Aumentano le preoccupazioni per un nuovo conflitto, mentre un gruppo di associazioni lancia un appello per la pace

14/08/2014 -  Simone Zoppellaro Yerevan

In quest’agosto crudele, dove le notizie più tragiche si rincorrono quotidianamente, dall’Iraq all’Ucraina, dalla Siria fino alla striscia di Gaza, pochi hanno prestato attenzione al Nagorno Karabakh. Eppure, quella che si è avuta nelle ultime settimane è stata un’escalation senza precedenti che ha rischiato di far precipitare Armenia e Azerbaijan in una nuova guerra, mettendo in serio pericolo il già precario equilibro del cessate il fuoco siglato nel maggio 1994.

A partire dalla fine di luglio, gli scontri in quella che è la zona più militarizzata d’Europa si sono susseguiti con sempre maggior frequenza, provocando almeno 20 morti, spesso giovanissimi. Difficile il computo delle vittime: in mancanza di osservatori esterni, ci si deve basare sulle cifre fornite dai due governi, che risultano assai discordanti. La propaganda infatti ha avuto un ruolo di primo piano negli eventi di questi giorni.

Come un’onda lunga, gli scontri sulla linea del fronte erano andati intensificandosi già negli ultimi mesi, includendo anche zone tradizionalmente non interessate dal conflitto, come il confine con l’exclave azerbaijana del Nakhichevan, incuneata fra Armenia, Turchia e Iran. Ai colpi dei cecchini, che producono ogni anno alcune decine vittime, si sono aggiunti nelle ultime settimane veri e propri tentativi di forzare le linee. A quanto pare, questi sarebbero avvenuti soprattutto – ma non esclusivamente – da parte azera, il che spiegherebbe fra l’altro l’alto numero di caduti fra le loro fila: 13 secondo fonti governative di Baku riportate dalla stampa (quasi il doppio, sostengono invece le stime armene).

Il caso di Karen Petrosyan

A gettare benzina sul fuoco – contemporanea all’escalation militare a inizio mese – è la vicenda di Karen Petrosyan. L’uomo, un trentunenne del villaggio armeno di Chinari, nella regione di Tavush, il 7 agosto ha superato il confine e “in circostanze ignote” (secondo la versione ufficiale armena) ha raggiunto Ağbulaq, in Azerbaijan. Un compaesano di Petrosyan sostiene si sia perso andando per legna, un altro che fosse ubriaco, mentre per Baku si tratta solo e unicamente di un sabotatore e una spia.

A far pendere l’ago della bilancia da parte armena subentra però un’intervista di Radio Free Europe/Radio Liberty fatta a Farida Tagiyeva, persona in cui Petrosyan si sarebbe imbattuto per prima dopo aver varcato il confine. A quanto sostengono la Tagiyeva e altri compaesani della donna, l’uomo, che le si era avvicinato chiedendo del tè, era disarmato e in abiti civili. A testimoniarlo, anche un video amatoriale che ritrae un Petrosyan dall’aria smarrita mentre risponde alle domande in russo degli abitanti di Ağbulaq.

In quella che è stata, come detto, un’escalation anche retorica e propagandistica, lo stesso Petrosyan appare in seguito vestito in uniforme militare, in un video pubblicato online, nel quale confessa a un ufficiale che lo interroga di essere un agente. Un gran numero di armi vengono mostrate a dimostrazione dell’assunto. La mattina dopo, Karen Petrosyan viene dichiarato morto dal ministero della Difesa di Baku, ufficialmente “a causa di un’insufficienza polmonare e cardiaca”. Le autorità armene, convinte che l’uomo sia stato invece torturato e ucciso, chiedono un’autopsia del corpo di Petrosyan da parte di una commissione indipendente di esperti internazionali.

Non meno preoccupante è stato lo show di retorica bellicista inscenato dalle autorità di Baku. Il profilo Twitter del presidente azerbaijano Ilham Aliyev è stato riempito il 7 agosto da una notevole serie di minacce, accuse e vanti di superiorità militare rivolte contro i “barbari e vandali armeni”.  Del giorno seguente sono invece le dichiarazioni del ministro della Difesa Hafiz Heydarov che si è detto pronto, se necessario, anche a distruggere la capitale armena Yerevan con i propri missili.

Arresti

Non sarà un caso che, contemporanea all’escalation retorica e militare, si sia verificata in Azerbaijan un’ondata repressiva senza precedenti. Un fattore essenziale nelle dinamiche del conflitto del Nagorno Karabakh è infatti l’utilizzo che ne fanno tanto il dittatore Aliyev che gli oligarchi armeni ad uso interno, per giustificare una gestione antiliberale del potere politico ed economico dei propri paesi.

Così, il 5 agosto, sono scattate le manette per il sociologo Arif Yunus, accusato di collaborare con i servizi armeni. Appena pochi giorni prima, la medesima sorte era toccata a sua moglie, l’attivista per i diritti umani Leyla Yunus, mentre è del 2 l’arresto di un altro attivista, Rasul Jafarov. Si è giunti così al ragguardevole numero di 97 prigionieri politici chiusi nelle carceri azere, secondo una lista pubblicata l’8 agosto da un gruppo di 12 ONG e da una équipe di avvocati sulla base del lavoro effettuato precedentemente da Leyla Yunus e da Jafarov. Lista che necessiterebbe già di un’ulteriore estensione, dato il successivo arresto di Intigam Aliyev.

A tracciare una precisa connessione fra questi arresti e l’escalation militare degli stessi giorni è una dichiarazione del consigliere del presidente Aliyev, Ali Hasanov, che commentando l’arresto della Yunus ha affermato esservi in Azerbaijan un gruppo di persone – fra cui la stessa attivista – legato ad una fantomatica lobby armena.

La crisi fra i due paesi pare al momento essere rientrata in seguito a una serie di incontri tenutisi a Sochi fra il presidente Aliyev, il suo omologo armeno Sargsyan e Vladimir Putin fra il 9 e 10 di agosto. Non senza qualche nota inquietante, come ad esempio i combattimenti di sambo (un’arte marziale russa) cui hanno assistito la sera Putin, in funzione di “pacificatore”, e i due presidenti suoi ospiti.

A partire dai quei giorni, si è tornati a una calma relativa sul confine, a quello stato di normalità anormale che contraddistingue ormai da un ventennio il conflitto del Nagorno Karabakh: un cessate il fuoco continuamente violato da entrambe le parti, senza che però la situazione precipiti in una guerra aperta.

Fra le poche note positive di questi giorni è un appello per la pace in Karabakh firmato nei giorni più caldi del conflitto da diversi rappresentanti della società civile armena, azera, oltre che da alcuni esperti internazionali. Un fioco lume di fronte a un mare di tenebra?


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