Una è la lingua madre, l'altra è acquisita. Entrambe hanno i loro profumi, i loro suoni, i loro sapori. Ana, moldava, si ricongiunge alla madre, emigrata in Italia. L'attraversamento di una perdita, l'attraversamento di una scoperta. Una recensione. Riceviamo e volentieri pubblichiamo

30/10/2012 -  Silvia Camilotti

La protagonista è un'adolescente moldava, Ana, che raggiunge la madre lavoratrice da tempo in Italia, non appena questa è in grado di accoglierla. Lascia così le due amate nonne e il padre. Il libro ruota intorno alla giovane, ai suoi silenzi che fanno impensierire la madre, al suo sentirsi divisa e confusa, «sospesa e contesa tra due luoghi, tra due famiglie, tra due nonne, tra due lingue, tra l’adolescenza e la maturità di donna» (131).

La messa a fuoco sulla perdita della lingua aiuta chi non ha mai vissuto una esperienza simile a capire, se ancora ce ne fosse bisogno, quanto essa sia parte intima di ciascuno, quanto sia legata a un certo vissuto; che la lingua non è solo «una convenzione stabilita in un certo luogo, che permette di passare con semplicità a un’altra convenzione stabilita in un luogo diverso altro luogo […] È un’esperienza e non si può pretendere di cambiarne il profumo, il suono e il sapore. L’esperienza ha bisogno di una lingua e, a volte, non basta la stessa lingua se le circostanze sono cambiate» (132). La lingua quindi non come un oggettivo insieme di segni, ma un sistema indissolubilmente legato all’esperienza e che di questa assume le fattezze, in termini di “profumi, suoni e sapori”: sinestesie che rendono la lingua viva, volubile, personale.

Sono molte le riflessioni di natura metalinguistica che si incrociano alla quotidianità e alle esperienze di Ana, che non si stanca mai di pensare e ripensare alla sua condizione complessa. Tra le sue paure, la perdita della lingua madre, che teme venga soppiantata dall’italiano. Una delle battaglie da cui Ana esce vincente sta proprio nella sua capacità di mediazione tra più lingue e appartenenze, che non vengono alla fine messe l’una contro l’altra: «Ormai penso in italiano e pure i sogni li faccio quasi sempre in questa mia nuova lingua. Non è più un mero esercizio, ma la sento, arriva in profondità e dice qualcosa di me, mi comprende e mi contiene. È acquisita, ma è diventata parte di me. Non sarà mai la stessa cosa del moldavo. Oh, e come potrebbe esserlo? Il moldavo è la lingua madre e non può essere sostituita, anche se ormai parlo meglio l’italiano,ma non è una questione di conoscenza. Non importa come parlo il moldavo, ciò che conta è quello che provo quando ritorno “a casa” e vado a fare la spesa e la signora del negozietto mi dice: “Viata mea, cosa ti do?”» (167).

Ana incarna la vicenda di molti adolescenti emigrati, che si ritrovano con una madre che di fatto non conoscono, perché partita quando ancora erano piccoli, che vivono con disagio l’inserimento scolastico proprio per la sensazione di inadeguatezza, che si sentono fuori posto. Ma Ana mostra anche come tutto questo si possa superare, senza alcun eroismo, sbagliando e imparando dagli errori, con pazienza e perseveranza.

 

Quest'articolo è stato originariamente pubblicato da "Il gioco degli specchi"


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