La quotidianità di un condominio nella Moldavia romena viene interrotto da un fatto apparentemente banale: l’ascensore si blocca. Il misterioso guasto è causato da Simion il calzolaio che reinterpretando in chiave contemporanea la pratica ascetica degli antichi monaci stiliti sta pregando nell’ascensore. Una recensione a cura di Il Gioco degli Specchi

11/02/2014 -  Silvia Camilotti

Il primo romanzo tradotto in italiano dello scrittore rumeno è un affresco del suo paese, su cui pesano i lasciti dell’era Ceauşescu, con i suoi paradossi, miserie e speranze, non mancando di strizzare l’occhio al lettore in un modo che talvolta ci ricorda il connazionale Dan Lungu di Sono una vecchia comunista!

Sono numerosi i personaggi del testo, eccentrici ognuno a proprio modo, su cui poggia lo sguardo della voce narrante che denuda sornionamente vizi e virtù, in un intreccio di storie al limite del non-sense e del grottesco. Il sottotitolo stesso del testo ne preannuncia la cifra: è un romanzo di “angeli e moldavi”, inframezzato da numerosi aneddoti.

Il libro, leggibile anche come una sorta di parabola evangelica visto il modello biblico da cui prende parodisticamente le mosse, è suddiviso in tre ampi capitoli: Il primo giorno (ovvero il terzo). Come Cappuccetto Rosso; Il secondo giorno (ovvero il quarto). Il partito degli indecisi; Il terzo giorno (ovvero il quinto). Il terremoto.

Ritroviamo anche il racconto della genesi – beffarda ma rivelatrice – che ha portato alla comparsa del popolo romeno sulla terra narrata dal fantomatico “Santo nell’ascensore”:

Il romeno arrivò, come al solito, per ultimo, quando Dio aveva finito di distribuire i doni, perciò non gli poté dare che la ballata della Miorįta e un pezzo di fil di ferro, che era rimasto chissà come da quelle parti, dicendogli: “Ecco, mi dispiace per te, perché hai un buon cuore, ma soltanto questo mi è rimasto di tutti i doni preparati. La Miorįta non so se ti servirà a qualcosa se non quando sarai triste e ti verrà da cantare per consolarti, ma in compenso so che questo pezzetto di fil di ferro ti toglierà da molti guai e da molti bisogni e i tuoi figli, quando non avranno altra scelta, legheranno qualsiasi cosa con un pezzetto di fil di ferro e così le cose che al tedesco o all’ebreo o all’inglese o al francese o a chiunque altro non funzioneranno più in alcun modo, ai tuoi figli saranno utili e tutto quello che gli altri butteranno come vecchio e inutile loro lo raccoglieranno e lo useranno come se fosse nuovo e perfetto”. Per questo il fil di ferro gioca un ruolo estremamente importante nella vita del romeno. Un semplice fil di ferro sostituisce tutti gli altri doni e talenti di cui sono state dotate le altre nazioni (283-284).

Il “Santo nell’ascensore” che racconta la parabola delle miserie romene, raccontate con grande ironia e senza alcuna autocommiserazione, è Simion, calzolaio, anch’egli inquilino della palazzina che, da moderno stilita, sceglie di praticare la preghiera e l’ascensione… in ascensore appunto.

L’occupazione di questo, bloccato all’ultimo piano dal santo barricato all’interno, crea sconquasso nel micromondo della sgangherata palazzina; gli altri inquilini, pur lamentandosi, iniziano a rivolgersi a lui, in gran segreto, in cerca di risposte e conforto per i loro piccoli e grandi problemi che rendono grama (anche in senso materiale) la loro vita. È una storia fatta di tante storie, che come un puzzle si compone a un ritmo vivace che, anche se talvolta un po’ rallentato dall’eccessivo affondo nelle vicende di ciascun personaggio, offre un quadro eterogeneo e profondamente umano della Romania di oggi.


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