I segnali di un'imminente guerra civile sembrano esserci ormai tutti. Non solo per il fatto che le agenzie di ieri ed oggi riportino la dizione "guerra civile" nei loro testi, ma anche e soprattutto per le parole che nelle scorse ore sono state espresse dagli uomini politici coinvolti nella crisi. A tutto ciò occorre aggiungere il panico della popolazione che già avverte il precipitare della crisi.
Forse rimane ancora una flebile speranza nell'incontro diplomatico di oggi e domani a Ohrid, in Macedonia. Anche se una sensazione condivisa dice che la crisi macedone ormai scivola su un pericoloso piano inclinato.

La divisione del governo macedone

La spaccatura all'interno dell'ampia coalizione del governo macedone sembra sul punto di saltare. Il premier di governo Georgievski, sempre più orientato verso la dichiarazione dello stato di guerra, è in aperto conflitto con il presidente Trajkovski. Quest'ultimo, ampiamente appoggiato dalla comunità internazionale, cerca di sganciarsi dall'ombra del primo ministro per poter riprendere in mano la crisi interna ed uscirne in qualche modo vincitore, proprio quando la popolarità di Georgievski è in calo continuo e i suoi governi sono sempre meno stabili, senza contare poi che "il gruppo parlamentare del suo partito continua a disgregarsi a favore di altri gruppi parlamentari, mentre il ministro degli interni, Ljube Boskovski, che è stato portato a tale funzione da Georgievski come proprio 'soldato di partito' fidato, ha dichiarato che lo stato di guerra non è necessario" (D. Nikolic, La macedonia sta scivolando verso la guerra civile?, Danas, 9-10 giugno2001, tr.it. Notizie Est 447).
L'assenza di una vera comunicazione tra Georgievski e i leader albanesi, presenti nella coalizione di governo, uniti ai tentativi di boicottaggio del presidente Trajkovski da parte del primo ministro macedone, sono elementi che offrono la difficoltà strutturale del quadro entro il quale è collocata la crisi macedone. Pertanto in una situazione in cui "il vertice dello stato è 'amorfo'" sembra che sia difficile definire in tempi brevi un piano per la soluzione della crisi. Va aggiunto infine che l'esaurimento dei mezzi finanziari macedoni desta una certa preoccupazione. Sempre Danas riferisce che "finora la guerra è costata circa 350 milioni di marchi, cioè un milione di marchi al giorno", preannunciando che con il proseguimento del conflitto verranno drasticamente diminuiti stipendi e pensioni. Tutto ciò in previsione di un aumento delle forze di sicurezza macedoni, che dovrebbero acquistare nuovi armamenti dall'Ucraina e dalla Jugoslavia.
Trajkovski ha, tuttavia, proposto un piano di soluzione della crisi, che, a ben guardare, sembra ricalcare il piano avanzato tempo fa dall'ambasciatore Frowick. Il piano in cinque punti, da realizzare nell'arco di circa 45 giorni, mira, soprattutto nelle prime due fasi, alla soluzione militare addolcita dalla promessa di amnistia di quei combattenti non volontari che non si sono macchiati di crimini. Un commento di Andrea Ferrario, curatore di Notizie Est, definisce il piano "più un pietoso velo per coprire la mancanza di prospettive dei vertici del potere macedone, che un documento in grado di fornire una base, anche solo generica, per una soluzione della crisi nel paese" (Notizie Est 447).
Una cosa sembra certa, e cioè che il piano di Trajkovski ha tutta l'aria di essere "l'ultima chance" del dibattimento "politico", prima di procedere ad un intervento radicale e gettare il paese nella guerra civile (cfr. Saso Ordanoski, Trajkovski's "last chance plan", IWPR, 13 june 2001). Acquista, infine, rilievo il fatto che - come comunica l'agenzia serba Beta, su informazione del portavoce della polizia macedone Stevo Pendarovski - "a Skopje sia iniziato l'armamento dei maschi militarmente abili, al fine di accelerare la mobilitazione delle pattuglie dei riservisti della polizia, in caso di attacco degli estremisti albanesi".

L'intervento internazionale

La possibilità di un intervento internazionale è riecheggiata nelle parole del presidente francese Chirac e in quelle del consigliere del capo della diplomazia greca Alexis Rondos. Durante il summit della NATO che si è tenuto ieri a Bruxelles, il presidente francese ha detto, riferendosi alla crisi macedone, che "non bisogna escludere qualsiasi forma di azione necessaria a fermare questo sviluppo" (Sense). Solo poco dopo Chirac si è premurato di ribadire che "non stava pensando ad un eventuale azione militare" e che eventualmente la considererebbe come "l'ultima risorsa". Ma anche le parole di Blair sembrano andare nella direzione di un intervento. Secondo quando riportato dalla Reuters, Tony Blair ha detto che "è meglio creare dei preparativi e stabilizzare la situazione piuttosto che aspettare e lasciare che la situazione si deteriori" (Reuters 13 giugno 2001). L'agenzia inglese sottolinea inoltre che Francia e Gran Bretagna sono i primi promotori del piano della UE per creare una propria forza militare di reazione rapida.
Tuttavia anche la Grecia, come abbiamo detto, avanza ipotesi di intervento. Secondo Alexis Rondos l'azione della NATO in Macedonia non la si dovrebbe immaginare come "una grande campagna sul tipo di quella in Kosovo", né come una qualsiasi invasione. "Per quanto riguarda la presenza militare non richiederebbe un gran numero di persone. Si tratterebbe di un piccolo gruppo di militari ben addestrati, che rappresenterebbero la comunità internazionale in senso militare. Tale presenza militare garantirebbe il rispetto del cessate il fuoco, il disarmo dei rivoltosi e la sorveglianza sulla loro ritirata. Tale sviluppo offrirebbe lo spazio e il tempo per un accordo politico inter-macedone" (Sense, 13 giugno 2001). Fonti dalla Bulgaria riportano inoltre che, dopo la decisione della riunione del consiglio di sicurezza nazionale, sono già in corso nel paese esercitazioni di truppe speciali bulgare anti terrorismo (Sega, Monitor).
Ma le pressioni internazionali e macedoni sembrano aver favorito la crescita, anche nel Congresso americano, di un'ala favorevole all'intervento in Macedonia. Come riporta l'Ansa "senatori e autorevoli 'opinion makers' hanno oggi chiesto che gli Stati Uniti prendano l'iniziativa di cercare una soluzione politica alla crisi macedone, se necessario con il ricorso a truppe della Nato e anche americane. Il senatore Joseph Biden presidente della commissione del Senato per gli affari esteri dedicata alla crisi in Macedonia e alla presenza degli Usa nella Regione ha detto che: "Il nostro Paese deve aumentare il proprio impegno. La posta in palio in Macedonia è semplicemente troppo alta perché possiamo scegliere di avere un ruolo di secondo piano. Che piaccia o no, solo gli Stati Uniti hanno la credibilità politica e militare presso tutti i gruppi etnici per gestire con successo e risolvere la crisi nei Balcani" (Ansa 13 giugno 2001).

La popolazione nel panico

I quotidiani bulgari affermano che sono in corso allestimenti di capi profughi nel paese, per far fronte all'escalation di un intervento militare (Sega, Monitor). La preoccupazione della popolazione civile in Macedonia è altissima. Le rincorse ai generi alimentari, alle pompe di benzina e ai farmaci, sono indici sintomatici del forte odore di guerra che si avverte nella regione. Non sono pochi quelli che iniziano a lasciare il paese, senza aiuti dal governo o dalle agenzie internazionali. Migliaia di persone, insieme albanesi e macedoni, stanno lasciando Skopje, come conseguenza all'arrivo dell'UCK nei villaggi attorno alla capitale. La popolazione di Aracinovo, Vrnjarce, Stajkovci, tutti villaggi nei dintorni della capitale, così come i residenti di Cento e degli altri sobborghi di Skopje stanno lasciando le proprie abitazioni ( Gordana Stojanskova Icevska, "Skopje braced for war", IWPR 13 june 2001). L'UNCHR ha fatto sapere che dall'8 giugno presso la frontiera di Blace, fra il Kosovo e la Macedonia, è stato stimato un flusso di 12.00 persone, in prevalenza donne e bambini, verso la regione del Kosovo.
Nonostante i ripetuti inviti da parte del governo macedone rivolti a tranquillizzare la popolazione - "i cittadini non dovrebbero preoccuparsi della sicurezza della città di Skopje e delle sue vitali facilità perché sono assicurati" ha detto il portavoce del governo Antonio Milososki, riferendosi alle minacce fatte nei giorni scorsi dal comandante dell'UCK, Hoxha, circa la possibilità di colpire la capitale macedone - la psicosi da guerra si è già innescata.

14/06/2001 -  Luka Zanoni

I segnali di un'imminente guerra civile sembrano esserci ormai tutti. Non solo per il fatto che le agenzie di ieri ed oggi riportino la dizione "guerra civile" nei loro testi, ma anche e soprattutto per le parole che nelle scorse ore sono state espresse dagli uomini politici coinvolti nella crisi. A tutto ciò occorre aggiungere il panico della popolazione che già avverte il precipitare della crisi.
Forse rimane ancora una flebile speranza nell'incontro diplomatico di oggi e domani a Ohrid, in Macedonia. Anche se una sensazione condivisa dice che la crisi macedone ormai scivola su un pericoloso piano inclinato.

La divisione del governo macedone

La spaccatura all'interno dell'ampia coalizione del governo macedone sembra sul punto di saltare. Il premier di governo Georgievski, sempre più orientato verso la dichiarazione dello stato di guerra, è in aperto conflitto con il presidente Trajkovski. Quest'ultimo, ampiamente appoggiato dalla comunità internazionale, cerca di sganciarsi dall'ombra del primo ministro per poter riprendere in mano la crisi interna ed uscirne in qualche modo vincitore, proprio quando la popolarità di Georgievski è in calo continuo e i suoi governi sono sempre meno stabili, senza contare poi che "il gruppo parlamentare del suo partito continua a disgregarsi a favore di altri gruppi parlamentari, mentre il ministro degli interni, Ljube Boskovski, che è stato portato a tale funzione da Georgievski come proprio 'soldato di partito' fidato, ha dichiarato che lo stato di guerra non è necessario" (D. Nikolic, La macedonia sta scivolando verso la guerra civile?, Danas, 9-10 giugno2001, tr.it. Notizie Est 447).
L'assenza di una vera comunicazione tra Georgievski e i leader albanesi, presenti nella coalizione di governo, uniti ai tentativi di boicottaggio del presidente Trajkovski da parte del primo ministro macedone, sono elementi che offrono la difficoltà strutturale del quadro entro il quale è collocata la crisi macedone. Pertanto in una situazione in cui "il vertice dello stato è 'amorfo'" sembra che sia difficile definire in tempi brevi un piano per la soluzione della crisi. Va aggiunto infine che l'esaurimento dei mezzi finanziari macedoni desta una certa preoccupazione. Sempre Danas riferisce che "finora la guerra è costata circa 350 milioni di marchi, cioè un milione di marchi al giorno", preannunciando che con il proseguimento del conflitto verranno drasticamente diminuiti stipendi e pensioni. Tutto ciò in previsione di un aumento delle forze di sicurezza macedoni, che dovrebbero acquistare nuovi armamenti dall'Ucraina e dalla Jugoslavia.
Trajkovski ha, tuttavia, proposto un piano di soluzione della crisi, che, a ben guardare, sembra ricalcare il piano avanzato tempo fa dall'ambasciatore Frowick. Il piano in cinque punti, da realizzare nell'arco di circa 45 giorni, mira, soprattutto nelle prime due fasi, alla soluzione militare addolcita dalla promessa di amnistia di quei combattenti non volontari che non si sono macchiati di crimini. Un commento di Andrea Ferrario, curatore di Notizie Est, definisce il piano "più un pietoso velo per coprire la mancanza di prospettive dei vertici del potere macedone, che un documento in grado di fornire una base, anche solo generica, per una soluzione della crisi nel paese" (Notizie Est 447).
Una cosa sembra certa, e cioè che il piano di Trajkovski ha tutta l'aria di essere "l'ultima chance" del dibattimento "politico", prima di procedere ad un intervento radicale e gettare il paese nella guerra civile (cfr. Saso Ordanoski, Trajkovski's "last chance plan", IWPR, 13 june 2001). Acquista, infine, rilievo il fatto che - come comunica l'agenzia serba Beta, su informazione del portavoce della polizia macedone Stevo Pendarovski - "a Skopje sia iniziato l'armamento dei maschi militarmente abili, al fine di accelerare la mobilitazione delle pattuglie dei riservisti della polizia, in caso di attacco degli estremisti albanesi".

L'intervento internazionale

La possibilità di un intervento internazionale è riecheggiata nelle parole del presidente francese Chirac e in quelle del consigliere del capo della diplomazia greca Alexis Rondos. Durante il summit della NATO che si è tenuto ieri a Bruxelles, il presidente francese ha detto, riferendosi alla crisi macedone, che "non bisogna escludere qualsiasi forma di azione necessaria a fermare questo sviluppo" (Sense). Solo poco dopo Chirac si è premurato di ribadire che "non stava pensando ad un eventuale azione militare" e che eventualmente la considererebbe come "l'ultima risorsa". Ma anche le parole di Blair sembrano andare nella direzione di un intervento. Secondo quando riportato dalla Reuters, Tony Blair ha detto che "è meglio creare dei preparativi e stabilizzare la situazione piuttosto che aspettare e lasciare che la situazione si deteriori" (Reuters 13 giugno 2001). L'agenzia inglese sottolinea inoltre che Francia e Gran Bretagna sono i primi promotori del piano della UE per creare una propria forza militare di reazione rapida.
Tuttavia anche la Grecia, come abbiamo detto, avanza ipotesi di intervento. Secondo Alexis Rondos l'azione della NATO in Macedonia non la si dovrebbe immaginare come "una grande campagna sul tipo di quella in Kosovo", né come una qualsiasi invasione. "Per quanto riguarda la presenza militare non richiederebbe un gran numero di persone. Si tratterebbe di un piccolo gruppo di militari ben addestrati, che rappresenterebbero la comunità internazionale in senso militare. Tale presenza militare garantirebbe il rispetto del cessate il fuoco, il disarmo dei rivoltosi e la sorveglianza sulla loro ritirata. Tale sviluppo offrirebbe lo spazio e il tempo per un accordo politico inter-macedone" (Sense, 13 giugno 2001). Fonti dalla Bulgaria riportano inoltre che, dopo la decisione della riunione del consiglio di sicurezza nazionale, sono già in corso nel paese esercitazioni di truppe speciali bulgare anti terrorismo (Sega, Monitor).
Ma le pressioni internazionali e macedoni sembrano aver favorito la crescita, anche nel Congresso americano, di un'ala favorevole all'intervento in Macedonia. Come riporta l'Ansa "senatori e autorevoli 'opinion makers' hanno oggi chiesto che gli Stati Uniti prendano l'iniziativa di cercare una soluzione politica alla crisi macedone, se necessario con il ricorso a truppe della Nato e anche americane. Il senatore Joseph Biden presidente della commissione del Senato per gli affari esteri dedicata alla crisi in Macedonia e alla presenza degli Usa nella Regione ha detto che: "Il nostro Paese deve aumentare il proprio impegno. La posta in palio in Macedonia è semplicemente troppo alta perché possiamo scegliere di avere un ruolo di secondo piano. Che piaccia o no, solo gli Stati Uniti hanno la credibilità politica e militare presso tutti i gruppi etnici per gestire con successo e risolvere la crisi nei Balcani" (Ansa 13 giugno 2001).

La popolazione nel panico

I quotidiani bulgari affermano che sono in corso allestimenti di capi profughi nel paese, per far fronte all'escalation di un intervento militare (Sega, Monitor). La preoccupazione della popolazione civile in Macedonia è altissima. Le rincorse ai generi alimentari, alle pompe di benzina e ai farmaci, sono indici sintomatici del forte odore di guerra che si avverte nella regione. Non sono pochi quelli che iniziano a lasciare il paese, senza aiuti dal governo o dalle agenzie internazionali. Migliaia di persone, insieme albanesi e macedoni, stanno lasciando Skopje, come conseguenza all'arrivo dell'UCK nei villaggi attorno alla capitale. La popolazione di Aracinovo, Vrnjarce, Stajkovci, tutti villaggi nei dintorni della capitale, così come i residenti di Cento e degli altri sobborghi di Skopje stanno lasciando le proprie abitazioni ( Gordana Stojanskova Icevska, "Skopje braced for war", IWPR 13 june 2001). L'UNCHR ha fatto sapere che dall'8 giugno presso la frontiera di Blace, fra il Kosovo e la Macedonia, è stato stimato un flusso di 12.00 persone, in prevalenza donne e bambini, verso la regione del Kosovo.
Nonostante i ripetuti inviti da parte del governo macedone rivolti a tranquillizzare la popolazione - "i cittadini non dovrebbero preoccuparsi della sicurezza della città di Skopje e delle sue vitali facilità perché sono assicurati" ha detto il portavoce del governo Antonio Milososki, riferendosi alle minacce fatte nei giorni scorsi dal comandante dell'UCK, Hoxha, circa la possibilità di colpire la capitale macedone - la psicosi da guerra si è già innescata.